Festival Opera Prima 2019, a vendemmia del teatro di ricerca

Bernardo Casertano (photo: Matete Perversa - F. Martini)
Bernardo Casertano (photo: Matete Perversa - F. Martini)

La metà di mille, e qualcuno di più: non è un’espressione iperbolica, ma il numero di lavori candidati al bando “Festival Opera Prima”, rassegna teatrale in programma a Rovigo dal 12 al 15 settembre.
Ben 545 sono state le proposte artistiche giunte quest’anno in Polesine. L’Italia la fa da padrona con candidature da tutte le regioni. Ma è notevole anche la quantità di progetti europei (da Germania, Portogallo, Serbia, Svizzera, Macedonia, ecc.) e internazionali (ad esempio Israele, Argentina, Uruguay, Iran, Siria, Canada, Costa d’Avorio).
Fantasiosi i nomi di alcune delle compagnie: Sonofagia Estudio, Sottovoce, Metamorfosi, Compagnia teatrale e le Partenze Intelligenti, Mammut, Libera Teatro, Babelmente, Teatro Elettrodomestico, Compagnia Aurea, Amor vacui, Scena madre, Il luogo in buio, Teatro delle Temperie, Arterie, Teatro Piteco, Associazione Sutta scupa, Compagnia Barbe à papà, Le petit mort, solo per citarne alcune. Un talento in alcuni casi affermato, in altri da dimostrare e consolidare, ingegnosità del nome a parte.

La rassegna rodigina organizzata dal Teatro del Lemming, giunta nel 2019 alla XV edizione, premia giovani gruppi o singoli artisti italiani, europei e internazionali dediti alla sperimentazione dei linguaggi scenici e alla ricerca teatrale. Una peculiarità di Opera prima è la cooptazione di qualità: alcuni degli spettacoli scelti sono segnalati da compagnie e artisti affermati.

Un percorso accidentato, quello del festival, legato a doppio filo all’annosa questione dei finanziamenti pubblici. Nato nel 1994, Opera Prima ha cercato di dare visibilità a realtà che faticavano a emergere nell’ingessato panorama teatrale degli anni Novanta. Era la generazione dei “Teatri Invisibili”, compagnie e artisti all’epoca sconosciuti che proprio a Rovigo avrebbero ottenuto la consacrazione di pubblico, critica e addetti ai lavori. Basti citare nomi come Ascanio Celestini e Roberto Latini, gruppi come le Ariette, Teatro Clandestino, Masque Teatro, Motus o Fanny & Alexander.


Anche Opera Prima, diretto da Massimo Munaro e patrocinato dall’Ente Rovigo Festival, ha ottenuto qualche anno fa, come riconoscimento per la sua attività, il premio UBU “Giuseppe Bartolucci”, assegnato da una giuria presieduta dal critico Franco Quadri.
Poi ancora tagli, chiusure, riaperture impreziosite da artisti proteiformi come il cileno Alejandro Jodorowsky. Fino al 2018, quando un gruppo di affezionati ha deciso di organizzarsi in associazione, e di puntare al rilancio del festival sulla spinta di un rinnovato impegno dell’amministrazione comunale.

L’edizione 2019, da giovedì 12 a domenica 15 settembre, vede ai nastri di partenza 19 gruppi per un totale di 26 spettacoli. Si parte con “Soggetti comuni” (Momec – Memoria in Movimento). Tutti i giorni, dalle 15 alle 19, la Sala della Gran Guardia sarà teatro di un’installazione all’insegna della memoria personale realizzata con oggetti donati dagli abitanti di Rovigo.
Appuntamento quotidiano anche con l’intimissimo “Hamlet Private” di Scarlattine Teatro, percorso d’avvicinamento psicologico ed esoterico a Shakespeare per uno spettatore solo (repliche dalle 15 alle 18, piazza Annonaria e Sotterranei Due Torri). Con l’aiuto di tarocchi riferiti ai personaggi della storia narrata dal Bardo, “Hamlet Private” è un espediente tra gioco e verità per sondare se stessi e per esorcizzare i propri fantasmi.
Il 12 settembre è anche il giorno di “Chiamata Pubblica per i cinque sensi dell’attore” con i padroni di casa del Teatro del Lemming (dalle 18 alle 20, Giardini Due Torri / piazza Vittorio Emanuele II). Il lavoro è più che altro un laboratorio, un invito a sperimentare il teatro immersivo e sinestetico della compagnia ospitante, con un incontro ravvicinato tra attori e pubblico capace di azzerare ogni tipo di barriera. Non ha più senso parlare di spettatori, perché la platea è fagocitata dai meccanismi scenici, quasi come Charlot nella catena di montaggio del film “Tempi moderni”.
Alle 21, al Teatro Studio, “Angst vor der Angst” di Welcome Project indaga, tra fiabe, filastrocche, saggezza popolare e onda d’urto di politici e media, l’intreccio perverso tra paure collettive e angosce individuali. Un ritorno, per la compagnia italo-tedesca, presente anche ad Opera Prima 2018, e che in quella occasione Klp aveva intervistato.
Alle 22.15 nella chiesa del San Michele è in scena “Caligola – Assolo.1” di Bernardo Casertano. Sulla scia di Camus, lo spettacolo attraversa la condizione umana come spaesamento rispetto alla vita, e la condizione dell’attore come dissidio tra vita e arte.

Venerdì 13 settembre alle 13 e alle 19.30, nella Sala Flumina del Museo dei Grandi Fiumi, è la volta del Teatro Delle Ariette (Castello di Serravalle) con “Attorno a un tavolo. Piccoli fallimenti senza importanza”: in cucina, tra pentole e fornelli, il tempo frugale del pranzo e della cena diventa occasione per condividere cibo e storie di vita, dentro un simposio rurale dove trovano spazio (e ridimensionamento) anche i piccoli fallimenti personali.
La serata proporrà alle 21 al Teatro Studio “Q&A” di Rachel Erdos (Isr/Gb), spettacolo di teatro-danza che parte da una serie di 36 domande per creare un clima di perfetta familiarità tra due perfetti sconosciuti.
Alle 22.15, alla Chiesa del San Michele, toccherà a Caroline Baglioni, che in “Gianni” – emerso nel Premio Scenario 2015 – restituisce voce, pensieri ed emozioni alla figura dello zio morto suicida, in un appassionato (e pluripremiato) monologo “patrocinato” dal Teatro delle Ariette.

Sabato 14 settembre, alle ore 16 e alle ore 24 a Casa Privata, Norberto Presta (It-Arg) in “Famiglia – sul fascismo e altre calamità” narra di una famiglia d’immigrati italiani in Argentina, di un funerale e di una donna che rimane sola con i propri misteri.
Alle ore 18.30, tra le vie del centro storico, “Nelken Line” di Pina Bausch, parata condotta da Marigia Maggipinto (dalle 17 preparazione ai Giardini due Torri) è invece un invito a una danza collettiva trascinante, per un omaggio alla coreografa tedesca scomparsa dieci anni fa.
Ai Giardini due Torri alle 19.15 il lavoro site-specific “Ombelichi Tenui” di Filippo Porro e Simone Zambelli, una coreografia sui generis che mette in relazione, in un’anticamera immaginaria, voci, personaggi e movimenti del corpo.
Alle 20.45 il Teatro Sociale ripropone, dopo il successo milanese di Campo Teatrale l’interessante “L’amore ist nicht une chose for everybody”, crogiuolo di performance, danza, teatro e video art con cui il Collettivo Treppenwitz (Ch/It) riflette sulle intricate dinamiche dell’amore secondo la visuale di un gruppo di trentenni.
Chiusura di serata (alle 22.15 al Teatro Studio) con Michela Lucenti/Balletto Civile: “Concerto fisico” è una riflessione personalissima sui linguaggi fisici e vocali di una delle compagnie più orfiche della scena italiana.

Ricchissimo il cartellone della giornata finale, domenica 15 settembre. Si parte alle 16 al Teatro Studio con “Bonds” dei polacchi Teatr a Part. Si tratta di un teatro fisico che propone una riflessione radicale sui legami e sulle costrizioni sociali ed esistenziali, per indagare i segreti dell’esistenza.
Alle 17, a Gran Guardia, è ancora la volta dei Momec – Memoria in Movimento con “Hasta la Memoria”: una sorta di rielaborazione personale a opera dello spettatore dei ricordi attraversati durante l’installazione proposta nei giorni precedenti.
Progetto Bo.Ro.Fra propone, alle ore 18 in piazza Vittorio Emanuele II, l’omonimo spettacolo “Bo.Ro.Fra”, performance di percussioni e danze africane che nasce nei centri d’accoglienza della Cooperativa Sociale Porto Alegre.
Segue in piazzetta Annonaria la prima nazionale del coreografo Joshua Monten (Usa/Ch) che, in “Romeo Romeo Romeo”, propone la danza come forma di corteggiamento. Ogni spettatore può calarsi nel ruolo di Giulietta e colpire l’attenzione di un ipotetico partner. Il pubblico intero diventa personaggio coprotagonista di una storia romantica dai contorni picareschi.
Alle 21, alla Chiesa del San Michele, due brevi studi teatrali di giovani artisti segnalati da Teatro Valdoca: “Muta” di Arianna Aragno e “Soglie” di Rossella Guidotti e Daniele Cannella.
Proprio Mariangela Gualtieri di Teatro Valdoca chiuderà il festival con “Nostalgia delle cose impossibili”. I versi di una delle maggiori poetesse italiane viventi diventano rito sonoro, in un impasto di parole e silenzi, esortazioni e imprecazioni, pensato a bella posta per il festival.
Ma non è tutto: ogni giorno appuntamento al “Prefestival”, a mezzogiorno, per conoscere compagnie e spettacoli; e con il “Dopofestival”, dalle 23, per momenti conviviali di riflessione e festa con musica dal vivo e gli artisti di scena nella giornata.
Noi ci saremo e ve lo racconteremo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *