Opera Prima 2021: il teatro come pharmakon tra infanzia, performance e temi civili

Ante lucem di teatro del lemming (photo: Marina Carluccio)
Ante lucem di Teatro del Lemming (photo: Marina Carluccio)

Un teatro dove il mito incontra lo spettatore e interroga la propria natura, funzione e attualità. Un’arte che unisce pubblico, attori, spazio scenico e drammaturgia dentro una radicalità irriducibile. È il Teatro del Lemming, 35 anni di ricerca e avanguardia nel solco di una tradizione proiettata verso un tempo assoluto, che guarda al passato come archetipo ed esplorazione dell’inconscio.
La fiamma di una scena viva e spregiudicata spinge il Lemming oltre la quarta parete, oltre il teatro inteso come spazio identificabile, nel vivo di un’esperienza estetica perché multisensoriale. Il rapporto con lo spettatore diventa dissoluzione, impatto urticante, momento identificativo, secondo la prerogativa dell’arte di creare sfasamento: alterando la percezione abituale della realtà, agitando la coscienza per aprirla a nuove sensazioni.

È questa l’ambizione anche del festival Opera Prima, giunto alla XVII edizione, che si terrà a Rovigo dal 5 al 12 settembre. L’immagine simbolo del festival diretto da Massimo Munaro rimanda anche quest’anno ai tarocchi. Il 17 è la carta delle stelle, emblema di bellezza e luce, di calore, raccoglimento, guida, arte e rinascita. Il desiderio è di superare la pandemia nel segno del teatro come pharmakon, rimedio e veleno che crea l’incontro ravvicinato e la relazione con lo spettatore: malattia, bisogno, guarigione.
Opera Prima è anche un modo per tenere desta la memoria di Martino Ferrari e Roberto Domeneghetti, protagonisti dell’attività del Lemming dagli albori e prematuramente scomparsi. È a loro che è dedicato il festival.

Le parole chiave sono festa, comunità e cultura. Rovigo è città periferica rispetto alle principali mete turistiche venete. Ciononostante è dotata di un’anima intima e genuina, malinconica e intrigante, che l’occasione è propizia per scoprire e approfondire.
Il festival è ponte tra generazioni. Alcune proposte di giovani gruppi sono state selezionate attraverso un bando da oltre 500 adesioni, altre con segnalazioni da parte di maestri riconosciuti della scena contemporanea. Non mancheranno gruppi internazionali, spazi per la riflessione critica e uno sguardo tutto nuovo sull’infanzia.

L’apertura del festival è appannaggio della compagnia ospitante, Teatro del Lemming. “Ante lucem opera da camera” (domenica 5 e lunedì 6 settembre ore 21 Teatro Studio) tratta dalle poesie di Aleksandr Blok e dall’op. 127 di Dmitrij Šostakovič; è una rilettura teatrale che sovrascrive alla musica il linguaggio visuale del teatro e la fisicità degli artisti. Ne nasce in un ensemble di forte impatto simbolico ed estetico.

Tutti i giorni a Rovigo spazio anche alla memoria. “Momec Terzo Tempo”, idea di Mario Previato, assistenza artistica Fiorella Tommasini, Angela Tosatto e Antonia Bertagnon, è un anfratto per un singolo partecipante alla volta. Dalle 15 alle 19 la Gran Guardia sarà il luogo per ristabilire il contatto con affetti e oggetti vicini, lontani, perduti o nascosti. Basterà un foglio di carta per riavvolgere il nastro dei ricordi?
Lunedì 6 e domenica 12 (ore 16, Giardini Due Torri) sarà la volta di Sarah Zambello e Susy Zanella in “Atlante Delle Nuvole”, laboratorio gratuito d’arte e scrittura creativa per bambini. L’albo illustrato “Nuvolario. Atlante delle nuvole” avvierà un dialogo tra scienza e immaginazione capace di affascinare i bambini dai sei anni.
L’inizio del festival sarà anche lo spazio per la riflessione, articolata in tre momenti. “A che serve il teatro?” (lunedì 6 ore 18, Giardini Due Torri) a cura di Oliviero Ponte di Pino, occasione per il dialogo tra il filosofo della musica Carlo Serra e il regista Massimo Munaro sul senso del teatro in una civiltà sempre più digitalizzata.
“Pippo Di Marca. Sotto la tenda dell’Avanguardia” (martedì 7 ore 21, Giardini Due Torri), a cura di Silvia Mei, è l’incontro con uno dei rappresentanti dell’avanguardia storica accompagnato dalla proiezione di un documentario. Ripercorriamo sessant’anni di teatro lambendo personaggi del calibro di Carmelo Bene, Leo de Berardinis e Carlo Quartucci, scomparso a fine 2019.
Assai interessante anche l’incontro di mercoledì 8 (ore 18, Giardini Due Torri) tra il critico e poeta Roberto Lamantea, la storica Roberta Gandolfi e il filosofo Giovanni Leghissa con Massimo Munaro a proposito del libro “La tetralogia del Lemming. Il mito e lo spettatore” (2021) edito da Il Ponte di Sale. Il volume scritto da Munaro durante il lockdown è una lettura fondamentale per cogliere appieno la poetica e l’evoluzione della compagnia rodigina nell’ultimo quarto di secolo.

La sezione performativa del festival verrà aperta giovedì 9 da “Arturo” di Nardinocchi / Matcovich (ore 18, Giardini Due Torri). I due registi/autori riflettono sul lutto della perdita dei padri, in un rimbalzo tra genitori e figli che costruisce un puzzle della memoria in dodici scene elaborate con gli spettatori.
“Luce” di Masque Teatro (il 9 ore 19.45 e ore 20.30, ex chiesa San Michele) è una performance che libera il corpo attraverso scariche elettriche create da due Tesla Coil.
“From Siria: Is this a Child?” di Miriam Selima Fieno e Nicola Di Chio, menzione al Premio Scenario Infanzia 2020 (il 9 ore 21.30, Chiostro degli Olivetani), è una storia di conflitti familiari e di guerra. Al centro l’amicizia tra Giorgia, una bambina italiana, ed Edma, giovane profuga siriana, in un teatro civile per ragazzi che affronta l’elaborazione del dolore attraverso il contatto umano.
La serata si chiude con “Vita Amore Morte e Rivoluzione” (premio della giuria popolare al Dante Cappelletti 2020) di Paola Di Mitri. Il lavoro adatto all’infanzia, presentato in forma di studio, intreccia cinema e teatro. Narra la città di Taranto, le sue ferite lavorative, ambientali e sanitarie, con uno sguardo femminile.

Venerdì 10 settembre è la volta del coreografo svizzero-americano Joshua Monten in “Game Theory” (ore 18.30, piazza Vittorio Emanuele II), vivace performance ludica che nasce dal connubio tra regole e libertà, rituali e sorprese.
“El Rastre” dello spagnolo Teatro De Lo Inestable (ore 20.15, Teatro Studio) è un viaggio tra oggetti e parole, spazio e tempo, per riflettere su dove sta andando il mondo, cercando di ridefinire la rotta.
Chiusura serale con “Mondo” di Gennaro Lauro (ore 22, Chiostro degli Olivetani), percorso di autoanalisi per riscoprire, attraverso lo sguardo dell’infanzia, la purezza e la vocazione più alta della propria identità e le tracce del vero sé oltre i mille profili di facciata dei social.

Joshua Monten (photo: Patrick Frauchiger)

Joshua Monten (photo: Patrick Frauchiger)

Sabato 11 Fabio Liberti esplora in “Don’t Kiss” (ore 18.30, Giardini Due Torri) il potere del bacio come connessione e scintilla che crea relazioni, affrontando anche il tema dell’omosessualità.
Se “Numax Fagor Plus” dello spagnolo Roger Bernat (ore 17 e ore 20.15, ex chiesa San Michele) è un lavoro sociale che accosta il tema del lavoro, della crisi industriale, dei licenziamenti e delle battaglie sindacali, “Onirica” di Giulia Odetto (ore 22, Teatro Studio) è uno spettacolo spirituale che esplora il mondo dell’inconscio e dei sogni attraverso un’installazione multisensoriale dai colori ipnotici.

Domenica 12 settembre gran finale con il laboratorio di danza del coreografo Giorgio Rossi, basato sui principi del sentire e del guidare (ore 10, Giardini Due Torri).
Si prosegue nel pomeriggio con “Esercizi di Fantastica” di Sosta Palmizi (ore 18, piazza Annonaria). È il battito di una farfalla a smuovere le coscienze di tre personaggi scialbi e annoiati. Una danza visionaria, surreale e patafisica, libera la fantasia degli spettatori in un climax di emozioni che uniscono Rodari a Jarry al surrealismo degli anni Cinquanta.
“Soggetto senza Titolo” di Olimpia Fortuni (ore 21, Chiostro degli Olivetani) si presenta come un viaggio attraverso la danza alla ricerca dell’uomo. Dentro il traslato di un flusso di coscienza, il tempo perde le proprie coordinate. La materia evapora. Il corpo dissolve in una metamorfosi illimitata.
Chiude il festival il Concerto finale (ore 22, Giardini Due Torri) dell’artista siriano Aeham Ahmad, noto per le sue esibizioni in mezzo alle macerie della guerra, mentre nell’aprile 2015 i terroristi di Daesh hanno distrutto il suo pianoforte.
Una tastiera sprigiona la propria capacità di creare ponti oltre le atrocità umane. La profonda passione per la musica, come la storica performance di Šostakovič durante l’assedio di Leningrado nell’agosto del 1942, diventa simbolo di forza, speranza e sopravvivenza. È il potere dell’arte: quello di ridisegnare la bellezza anche negli scenari più desolanti, smuovendo i cuori induriti, riportando la luce negli abissi più tenebrosi.
È l’augurio con cui apriamo il festival. Con un pensiero speciale per il popolo afghano ripiombato nell’oscurantismo talebano e non solo.

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