Festival Opera Prima 2018: riparte a Rovigo il ponte tra generazioni

Momec - memoria in movimento (photo: festivaloperaprima.it)
Momec - memoria in movimento (photo: festivaloperaprima.it)

Nella labile vita dei festival di teatro si inserisce in questa fine d’estate un bel ritorno. E’ il Festival Opera Prima che, dopo nove anni di assenza, torna dal 13 al 16 settembre ad animare la cittadina di Rovigo, nel cuore del Polesine, con spettacoli di teatro, danza e performance site-specific.

Nato nel 1994 ad opera del Teatro del Lemming di Rovigo, Opera Prima ebbe un ruolo storico importante, quello di far emergere una generazione teatrale che sperimentava nuovi linguaggi, allora poco conosciuta e quindi del tutto esclusa dalla scena teatrale più ufficiale, come quella dei Motus, Masque Teatro, Fanny & Alexander, Teatro Clandestino e dello stesso Lemming.

Nel 2002 il festival subì una brusca interruzione a causa di un taglio nei finanziamenti, e nemmeno dopo la ripresa, avvenuta nel 2006 (l’ultima edizione fu quella del 2010), riuscì più ad ottenere un sostegno stabile e necessario per una progettualità di lunga durata.
Ma come sappiamo, ci sono amministrazioni che tolgono e altre che danno, ed è proprio grazie a un nuovo interessamento dell’attuale amministrazione comunale, e soprattutto alla voglia di rimettersi in gioco di coloro che da una vita fanno parte o gravitano attorno al Teatro del Lemming, che questo festival trova oggi nuova vita e anche un futuro per almeno i prossimi tre anni.


Si riparte quindi direttamente con la XIV tappa di un festival che però si ripropone al pubblico con una nuova formula: “Quella originaria prevedeva solamente un bando aperto a tutta una nuova generazione di gruppi italiani; ora invece l’idea è di costruire, da qui ai prossimi tre anni, anche un ponte tra le generazioni, invitando alcuni artisti storici e chiedendo a loro di segnalare un giovane artista, come una sorta di tutoraggio o un passaggio del testimone generazionale” ci racconta Massimo Munaro, direttore artistico del Teatro del Lemming e coordinatore artistico della neonata Associazione Festival Opera Prima.

Ecco allora che Lenz Fondazione – in scena il 13 settembre con “Faust Memories” – ha segnalato Tim Spooner, artista inglese che al festival porta “The Telescope”; Filippo M. Ceredi (milanese di adozione, che presenta l’intenso “Between me and P.”), è stato segnalato invece dall’Accademia degli Artefatti, anche loro in scena il 14 settembre con il conturbante testo di Ágota Kristóf  “La chiave dell’ascensore”, in coproduzione con Florian Metateatro; infine la segnalazione di Roberto Latini – al festival il 15 settembre con il “Cantico dei Cantici” – è per Pietro Piva che propone “Abu sotto il mare”, menzione speciale al Premio Scenario 2017.

Dare spazio alle nuove creatività giovanili rimane la vocazione del festival Opera Prima che però non dimentica nemmeno l’altra sua originaria vocazione: ri-dare visibilità ad alcuni gruppi storici, alle “generazioni sommerse”, come le chiama Munaro: “Quelle che, secondo noi, pur avendo un grande valore hanno fatto fatica ad emergere in questi anni, come è accaduto ad artisti della generazione passata”.
Ecco allora Simone Capula, allievo di Renzo Vescovi e storico collaboratore del Teatro Tascabile di Bergamo, che torna in scena entrando direttamente e letteralmente nelle case dei rodigini con “Sull’orlo del precipizio. Pellegrinaggio teatrale di un “Reduce”, e come Stalker Teatro, attivo dagli anni ‘70 nel campo della performance art ma attivo oggi soprattutto a Torino, che in piazza Vittorio Emanuele presenterà “Steli”, parte di un più ampio progetto che mette in rapporto arti visive e teatro; e ancora Alessandro Berti, attore, regista e drammaturgo, che il 16 settembre presenta al Chiostro degli Olivetani “Bugie Bianche. Secondo studio”.

Accanto alla nuova formula di programmazione, è rimasta pur sempre quella vecchia del bando pubblico, che ha sorpreso tutti ricevendo più di 500 risposte, tra cui un’ottantina provenienti dall’estero. “Un numero così esorbitante di risposte non l’avevamo mai ricevuto neanche nei tempi migliori di Opera Prima! – racconta Munaro – C’è un’enorme proliferazione di creazioni artistiche, un grande fermento che però rimane “invisibile” nella scena italiana. Nella call eravamo stati altamente specifici perché lo sguardo del festival è legato al contemporaneo declinato in modo stretto, cioè legato a come ripensare lo spazio scenico e lo spettatore, a come metterlo in gioco, che è una cosa che a noi sta molto a cuore… e all’innovazione dal punto di vista drammaturgico. Una buona parte delle proposte non andava in questa direzione; per le restanti non è stato semplice scegliere, ci si assume una grande responsabilità. Abbiamo selezionato quattro realtà diverse: da una parte abbiamo voluto offrire uno sguardo sulle realtà di danza straniere perché in Italia si sa pochissimo di quello che succede altrove, al di là dei grandi nomi, con “Hey, Kitty!”della giovane danzatrice armena Rima Pipoyan e “KA-F-KA” della Oriantheatre Dance Company, compagnia di danza nata in Iran e poi rifondata in Francia. Dall’altra abbiamo scelto due lavori italiani molto curiosi e interessanti: “Una classica storia di amore eterosessuale” di Domesticalchimia, in programma il 13 settembre, che rimette in gioco, in modo intelligente, una drammaturgia che investe lo spettatore anche in modo ironico, e dall’altra “Bocca” della compagnia Amantidi di Vicenza, uno spettacolo per un solo spettatore alla volta, che è un gioco molto semplice ma anche molto intrigante”.
“Abbiamo invitato poi altri artisti che seguiamo da tempo – continua Munaro – e che ci sembrano importanti come DOYOUDaDa, collettivo artistico italo-francese fondato da Giulio Boato, Lorenzo Danesin e Juliette Fabre che debutta con “Selfie/Stick”. Un altro gruppo italo-tedesco i Welcome Project. E The Foreigner’s Theater, formazione tutta al femminile nata a Berlino da un’idea di Chiara Elisa Rossini, attrice del Lemming ma anche regista autonoma che a Rovigo porta “Angst vor der angst”, finalista al Premio Dante Cappelletti 2017″.

Amleto in 15 minuti (photo: Angelo De Poli)

Amleto in 15 minuti (photo: Angelo De Poli)

Fin dal suo esordio Opera Prima ha rappresentato una scommessa per una città piccola come Rovigo, spesso lasciata ai margini dei circuiti culturali ufficiali; altre iniziative “carbonare” hanno cercato in questi anni di portare quello che a Rovigo qualcuno ha chiamato “Anticultura”, non una cultura contro, ma una cultura fuori dagli standard conosciuti e reiterati.
“Sicuramente Opera Prima rappresenta ancora una scommessa per la nostra piccola realtà, non è semplice proporre un festival sui nuovi linguaggi. Però, guardandoci attorno, ci siamo accorti che fortunatamente qualcosa si muove nel sottobosco veneto e locale; sono nate delle realtà autonome che hanno un valore artistico che ci sembrava importante presentare, come la compagnia Nexus di Rovigo, che porta all’estremo il concetto di teatro qui e ora con “Amleto in 15 minuti” e lo fa per le strade della città. O come Cantieri Culturali Creativi, sempre di Rovigo, che presenta “Sgembo. Danza urbana” in quattro luoghi diversi della città, e poi un artista di Cavarzere che si fa chiamare Dodicianni, con “No frame portrait”, una sorta di ritratto musicale di uno sconosciuto che incontrerà di volta in volta, e che verrà replicato ogni 15 minuti, nei pomeriggi di sabato 15 e domenica 16 settembre. Infine c’è Momec con “Memoria in movimento”, produzione del festival nata da un’idea di Mario Previato attorno al tema della memoria della città. Un gruppo di artisti ci ha lanciato una provocazione: “Può la memoria, che è una cosa così intima e personale, essere anche un momento di condivisione tra i cittadini?”. Abbiamo accolto la sfida e in questi giorni Mario, il protagonista principale di quest’avventura, sta girando in sella alla bicicletta per raccogliere, come fa un postino, i ricordi personali che i cittadini hanno della loro Rovigo, che poi verranno raccolti in un’installazione, che dal 13 al 15 settembre si trasformerà a sua volta in una vera performance con il coinvolgimento di alcuni attori. E’ bene ricordare sempre che il festival e il teatro è fatto anche di persone. Per questo era importante per noi continuare a legare Opera Prima alla memoria di due persone per noi speciali, Martino Ferrari, che con me aveva fondato il Teatro del Lemming, e a Roberto Domeneghetti, che per molti anni è stato uno dei protagonisti della compagnia: due persone e amici che al teatro hanno dato moltissimo”.

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