Festival Periferico. A Modena stralci da un Futuro antenato

La proposta itinerante di Amigdala (photo: Chiara Ferrin)
La proposta itinerante di Amigdala (photo: Chiara Ferrin)

Non è facile assemblare un festival o una rassegna facendo sì che i vari tasselli che lo compongono (incontri, spettacoli, performance…) si saldino l’uno con l’altro a formare un mosaico di senso che mostri l’urgenza che li tiene insieme.
Tuttavia il lavoro di un festival particolare come Periferico, che da diversi anni si sposta nomade nella periferia di Modena, in luoghi urbani non teatrali scelti in base ad accurate indagini, dimostra che è possibile. La difficile sfida di coniugare un progetto con una programmazione può dirsi senza dubbio vinta dall’associazione Amigdala con il festival curato da Federica Rocchi assieme a Meike Clarelli, Gabriele Dalla Barba e Sara Garagnani.

Quest’anno il luogo che ha accolto l’edizione numero VIII, intitolata “Futuro antenato”, è stato il Villaggio Artigiano di Modena Ovest, “il primo modello di villaggio artigiano del nostro Paese”. Un luogo con una forte storia alle spalle, iniziata negli anni Cinquanta in seguito alla crisi economica esplosa nel dopoguerra. Storia nata grazie ad un intervento pubblico fortemente voluto dall’amministrazione locale, che scelse di urbanizzare terreni agricoli per rivenderli a costi contenuti ad operai specializzati disoccupati, per far sì che potessero trasformarsi in piccoli imprenditori.

Abbiamo assistito, nel week-end di fine maggio, a due giornate ricche di performance, incontri, spettacoli, concerti ed installazioni.
Fondamentale nella comprensione di questo “futuro antenato” è stato, a nostro avviso, il percorso itinerante solitario con guida sonora attraverso le strade del Villaggio Artigiano intitolato “Lettere anonime per un camminatore”, ideato da Amigdala con protagonista Beatrice Schiros.
Con lettore mp3 e auricolari, lo spettatore segue un percorso segnato da frecce blu sull’asfalto ed ascolta un testo registrato – scritto da Gabriele Dalla Barba ispirato al lavoro del poeta Christian Bobin – interpretato da Beatrice Schiros. Le parole sono intervallate da testimonianze degli abitanti, suoni, rumori di macchinari e treni.

Attraversiamo un paesaggio eterogeneo, un’area che sembra racchiudere tutta la scossa sociale ed economica che il nostro Paese ha ricevuto negli ultimi decenni: ci imbattiamo in officine inframezzate da capannoni abbandonati, carcasse d’auto, giardini pieni di piante che curavano le nostre nonne, alberi da frutto seminascosti che sbucano tra angoli abbandonati, telai che sferragliano veloci in un capannone mentre un signore con gli occhi a mandorla fa capolino a guardare noi che passiamo; e poi ancora extracomunitari in bicicletta, residenti che portano a spasso il cane, case malandate malamente arredate, altre linde e ordinate, macchie di ruggine sull’asfalto schiarito e d’improvviso un centro di culto di una chiesa protestante.

“Il mondo si evolve facendo scomparire quello che non serve più” ci suggerisce nell’auricolare una voce con forte accento emiliano, proprio mentre passiamo accanto ad una Renault Twingo verde scolorita dal sole, con le gomme a terra, che reca attaccata a un finestrino laterale la scritta “vendesi”.
Così, fagocitati da tutti questi stimoli visivi e sonori ci sorprende, alla fine del percorso, quasi fosse una visione, Beatrice Schiros, coi suoi capelli corvini e lo sguardo severo, seduta ad attenderci in un piazzale. L’avevamo lasciata tra gli “Animali da bar” di Carrozzeria Orfeo, e non ci aspettavamo di ritrovarla qui.

A riflettere sugli spunti offerti dalla camminata, assieme alla tematica del lavoro, del confronto/contrasto passato e presente, tra utilità ed inutilità, ha contribuito anche il concerto di Lucilla Galeazzi coi suoi canti di lavoro e di protesta della tradizione italiana, che si è concluso con una (scontata) versione di “Bella ciao”, eseguita alla luce del tramonto sulla massicciata ferroviaria dismessa da pochi mesi, che come una ferita di sassi macchiati di ruggine e fuliggine lambisce il villaggio artigiano e sembra puntare all’infinito, mentre la natura rigogliosa di maggio, coi suoi colori, si mostra smaniosa d’ingoiarsi quella terra di nessuno che dopo anni mette finalmente in contatto aree urbane prima separate.
È davvero un luogo portentoso, straordinario, verrebbe voglia di dimenticare tutto e di incamminarsi seguendo quei sassi che rendono il cammino leggermente impervio con la loro instabilità.

La nostra giornata si conclude con lo spettacolo “Notizie Straordinarie da un altro pianeta” di Antonio Panzuto. In scena tenere stralunate malinconiche macchine da guerra, da lui interamente costruite con materiali di scarto di moto, auto, computer, radio, perlustrano una città fino a schierarsi in posizione di combattimento, mentre a poco a poco le luci “umane” alle finestre si spengono una ad una.
Poche azioni essenziali in un’atmosfera quasi crepuscolare, dove la simbologia delle azioni va a delineare un mondo lontano, non sappiamo dove. È un futuro/passato su cui l’artista della scena ci invita a riflettere.

Antonio Panzuto, Notizie straordinarie da un altro pianeta (photo: Chiara Ferrin)

Antonio Panzuto, Notizie straordinarie da un altro pianeta (photo: Chiara Ferrin)

Domenica abbiamo assistito all’interessante lecture (in inglese con traduzione simultanea) di Heiner Goebbels “Landscape plays in urban spaces”.
In poco più di un’ora Goebbels ha raccontato la sua esperienza dal 2011 al 2014 come direttore artistico della Ruhrtriennale – festival internazionale che si svolge nei mastodontici spazi industriali della Ruhr – , sviscerando tematiche complesse con semplicità e chiarezza, dono non così comune; invitando a riflettere sull’importanza di decostruire le convenzioni teatrali e mostrando l’importanza che lo spazio, soprattutto quando si tratta di luoghi industriali, viene ad avere nelle performance per il pubblico che partecipa all’evento.

All’intenso e coinvolgente studio a firma dei due danzatori Giannalberto De Filippis e Michal Mualem, all’interno di un piccolo spazio claustrofobico di OvestLab, dal titolo “Stones in motion”, è seguita domenica la potente azione drammatica di Maurizio Lupinelli in “Chi ha messo l’insalata verde nel frigo?”, dedicata ad Antonin Artaud e Leo de Berardinis.

Uno studio potente, il primo, dove i protagonisti hanno esplorato le possibilità di interazione tra i corpi dei danzatori, mescolati e stretti in azioni centrifughe e centripete, sfiorando gli spettatori così prossimi alla scena, in uno scambio reciproco che ha impressionato per il dinamismo e la germinazione continua di significati.

Lupinelli, il viso tinto di bianco, una maschera amara sulla gorgiera del vestito di velluto nero, è arrivato da lontano – un puntino appena percettibile nella lontananza della massicciata – fino a materializzarsi in mezzo al pubblico posizionato lungo i bordi, salmodiando una riflessione sull’antico e sulle sue implicazioni, per poi sprofondare delirante dentro all’atavica “ferita”, una delle tematiche che accompagna da sempre il campo di indagine dell’attore ravennate.

Abbiamo salutato OvestLab consci di aver seguito le parole ascoltate sabato nelle “Lettere anonime per un camminatore”: “[…] Puoi camminare alla tua lentezza e dare attenzione solo a ciò che desideri trattenere”.

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