Festival Vie: un bilancio della quarta edizione

Pitiè!

Pitiè! (photo: viefestivalmodena.com)

Si è concluso il festival Vie a Modena. O, per l’esattezza, la prima e più consistente parte del festival. Vie proporrà ancora gli altri due atti del lavoro di Romeo Castellucci sulla Divina Commedia, ma guardando alla manifestazione anche nella sua internazionalità, si può dire che la grande macchina organizzativa si sia esaurita con questo fine settimana.
Proviamo quindi a tracciarne un bilancio.

La rassegna ha vissuto momenti alti di intensità poetica e partecipativa, confermandosi tra gli eventi culturali più rilevanti per il teatro in Italia. Nessuna kermesse, nonostante gli innumerevoli tentativi di imitazione, riesce a raggiungere lo standing e la considerazione internazionale che Vie negli anni si è conquistata, anche grazie all’attenzione degli  enti promotori e di una regione che certamente mostra una sensibilità al linguaggio teatrale non comune (si pensi a Sant’Arcangelo, alle mille compagnie romagnole, alla tradizione dei grandi teatri emiliani e così via).


Cosa ci pare di poter segnalare:
un successo pressoché unanime ha riscosso nel primo fine settimana Pitiè!, il lavoro di danza e coreografie “sporche” concepito e diretto da Alain Platel su una drammaturgia di Hildegard De Vuyst ispirato al tema della passione/compassione, con la straordinaria componente musicale di Fabrizio Cassol (musica originale ispirata a “La Passione secondo Matteo” di J. S. Bach). Se in tanti hanno trovato il lavoro un po’ allungato nel finale, nessuno ha potuto non rilevare la grandezza dell’idea, delle immagini e della poesia creata da musicisti, cantanti lirici e da un gruppo di giovani interpreti di assoluto valore.

Elegantissimo è parso anche Ali, una produzione della Compagnie les mains les pieds et la tête aussi per la regia Jérome Fevre e Anna Samoilovich, interpretato da Mathurin Bolze e Hedi Thabet, entrambi di estrazione circense. Una danza a due con quattro stampelle, una commovente lezione sulla fragilità e su come mancanza e deficit fisico (uno degli interpreti ha perso una gamba) possano trasformarsi grazie alla potenza della creatività. La leggerezza e un equilibrio narrativo encomiabile, nei soli venticinque minuti dello spettacolo, ci fanno ritenere che non mancherà un grande successo internazionale.

Il tema della menomazione e della mancanza è anche nel lavoro di Francesca Grilli La terza conversazione, esito di un progetto di ricerca sul rapporto che i sordi hanno con la musica. Gli spettatori, direttamente coinvolti in un ascolto tattile e visivo, percepiscono e vivono la musica come un’esperienza che ridisegna la convenzionale modalità d’ascolto, con in scena un compositore e un cantante sordo che interpretano, ognuno a proprio modo, il suono.

I grandi nomi hanno avuto un grande pubblico: Castellucci, Corsetti, Valdoca/Manfredini.
L’Inferno, lavoro ancora a cuore aperto visti i ripensamenti del regista rispetto a quanto portato in scena a Ginevra, è apparso migliore, asciugato e modificato nell’ordine dei fattori, alla ricerca di un risultato e di un’incisività che è grandissima in alcuni momenti; mentre manca ancora una tensione costante per tutto l’orizzonte temporale della messa in scena.
Corsetti, da sempre innamorato delle nuove tecnologie ma ultimamente, forse, così tanto da ritenerle soverchianti rispetto ai contenuti, ha di fatto portato in scena una sit com dal sapore vaudeville, utilizzando l’escamotage delle riprese blue screen, ovvero quella tecnica di ripresa che serve per ottenere sfondi da immagini o ambientazioni altrimenti impossibili da ottenere. L’azione viene ripresa ponendo gli attori davanti a uno sfondo blu, che l’apposito apparato (il blue screen appunto) rende trasparente, consentendo l’inserimento di un altro sfondo, ripreso senza movimenti di macchina. Effetti divertenti che fanno da sfondo (ma è solo lo sfondo!) a una storiellina esile e lunga, il cui risultato (molto poco digitale) finisce per avere il sopravvento. Un’ora e quarantacinque è troppo.  
Il connubio Valdoca/Manfredini in Sacrificale – Notte trasfigurata è d’impatto: lui mattatore unico di una scena spoglia, con un monologo intenso dalle tinte forti e drammatiche, di passione per la vita e condanna per l’umanità distruttrice. A volte la voce, così ortoepica e baritonale, finisce per ammaliare oltre il testo, motivo per il quale la regia ha pensato ad alcuni intermezzi che consentissero pause e distacchi. Forse il finale si appiattisce un po’ rispetto ad un inizio così potente e suggestivo. D’effetto soprattutto nell’ambientazione proposta: l’auditorium ricavato nell’ex chiesa di San Rocco a Carpi.

Diversi i gruppi, anche giovani, che hanno avuto spazio per segnalarsi, dalle Albe a Pathosformel. Questi ultimi, autori di una performance musicata originale, non prevedono attori in scena, ma binari scorsoi lungo i quali vengono mossi dei quadrati dalla valenza metaforica. Da calibrare nella durata questa ricerca dalla sfumatura installativa.

L’organizzazione, ormai rodata, ci è parsa all’altezza dell’evento, garantendo sia il profilo alto che si addice ad un festival internazionale sia convivialità e momenti di condivisione, che hanno fatto base al teatro delle Passioni di Modena.

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