Lo straniero trova patria nella Principessa Turandot di Giallo Mare

Photo: giallomare.it
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La sala si spegne, mentre il giovane pubblico, con le maestre e gli altri adulti in sala, fa un religioso silenzio.
Si accende il palco, e dallo scheletro della scatola magica, che si trova al centro della scena, si compie la genesi da cui nasce il mondo. Due guide (gli eccellenti Carlo Salvador e Tommaso Taddei) conducono il pubblico dentro al creato.

“All’inizio di tutto, il nostro mondo, la terra, quando era come una piccola bambina, doveva imparare a muoversi nel cielo, ma perdeva continuamente l’equilibrio – iniziano a narrare – Fino a trovarlo, quell’equilibrio, anche grazie alla curiosità degli uomini, perché “Le loro storie viaggiano”.

Nulla in amore è straniero, parafrasando la frase Nulla in arte è straniero” ci ricorda Renzo Boldrini, fondatore con Vania Pucci di Giallo Mare Minimal Teatro di Empoli, caposaldo italiano per il teatro delle nuove generazioni.

Quando le luci si riaccendono dopo un’ora, arte e poesia sono le parole che nascono spontanee. Occasione per farle scaturire “La fiaba della Principessa Turandot”, una delle produzioni più recenti della compagnia, vista al Teatro del Giglio di Lucca.
“Musica da vedere, Teatro da ascoltare” si legge dalle note allo spettacolo, ed è questo il titolo del progetto iniziato alcuni anni fa da Giallo Mare, primo capitolo: “Cenerentola: Buff’opera”.

Anche allora a essere coinvolto alla drammaturgia musicale era stato Claudio Proietti, raffinato storico della musica, egregio pianista, anche Direttore del Conservatorio di Genova e Direttore artistico musicale del Teatro Verdi di Pisa.
L’occasione per Proietti e Boldrini, ai testi e alla regia, per cimentarsi insieme con la fiaba della principessa cinese immortalata da Giacomo Puccini sono state le commemorazioni organizzate nel 2016 per i 150 anni di un illustre cittadino della città di Empoli: Ferruccio Busoni, intellettuale, pianista, direttore d’orchestra e musicista.

Anche Busoni ha realizzato un’opera sulla Turandot; e lui e Puccini hanno avuto come riferimento l’opera di Carlo Gozzi, che a sua volta ha attinto dalla storia di una principessa cinese, realmente esistita e raccolta dallo studioso François Petits de la Croix, che nel 1710 pubblicò, nel ciclo di fiabe e racconti “I mille e un giorno”, “La storia del Principe Calaf e della Principessa della Cina”.

Nelle mani di Giallo Mare questa fiaba lo diventa ancor di più, introducendo un nuovo personaggio, che sposa i capisaldi della tradizione fiabistica: come in Biancaneve e Cenerentola a sorgere dalle tenebre è la perfida regina Adelma, presente di nome ma con altri connotati nel Gozzi: matrigna di Turandot, le ha avvelenato il padre e l’ha relegata con un incantesimo a dormire nelle sue stanze/prigioni.

“Turandot si cita a metà spettacolo: il protagonista reale è Calaf – ci spiega Boldrini – È la vicenda dello straniero, un re estromesso con una guerra dal suo trono: in esilio, viaggia da solo e in povertà. Ed è lui a risolvere i problemi: la situazione a “Pechino” è talmente ingarbugliata nelle sue dinamiche che lo può fare solo chi è “straniero” da tutto questo.
Fa migliaia di chilometri, sfuggendo a ladroni e sgherri, prima di arrivarci. Descriviamo questo viaggio perché ci interessava spostare l’attenzione di giovani e adulti su chi è straniero ed esule”.

È infatti uno dei tanti momenti sorprendenti dello spettacolo, quello degli intensi cinque minuti in cui Calaf viaggia. L’attenzione del pubblico rimane invariata, anzi parrebbe più densa mentre si alternano musiche registrate che richiamano differenti paesi e paesaggi. Il principe senza più regno ha degli incontri, tutto all’interno della scatola magica: da botole dal sapore scenico elisabettiano, che si aprono dal pavimento, fuoriescono mani e braccia, con cui Calaf dialoga e si scontra, fino a perdersi in una di esse, per poi fuoriuscirne. Pronto all’incontro con il suo fido servitore: Arleccino, con “madre di Grosseto e babbo di Pechino”.

“Anche in questo caso abbiamo rispettato l’opera del Gozzi, e quella di Puccini, che ha utilizzato personaggi come Ping, Pong, Pang, i tre ministri imperiali della corte di Pechino – continua Boldrini -. Gozzi aveva infarcito l’opera di maschere della commedia dell’arte: non sentiva la necessità di essere verosimile, perché alla fine l’Oriente rappresentava allora solo l’esotico”.

Oltre alle musiche registrate, lo spettacolo si avvale anche e soprattutto di quelle che Claudio Proietti suona dal vivo: i suoi “segni sonori live” arrivano da un palco alle spalle del pubblico, attraverso un piano il cui suono si propaga per tutto il teatro.
Ha fatto un’opera scrupolosa ed incisiva Proietti, facendo sposare le più famose arie di Puccini alle sonorità dense di Busoni, rimanendo così nella traccia della tradizione per realizzare però qualcosa di ulteriore, nuovo.

Perché il fascino di quest’opera è proprio questo: sposare tradizione e innovazione, quest’ultima rappresentata nella cifra stilistica che è ormai divenuta segno distintivo della produzione di Giallo Mare, ossia l’utilizzo di proiezioni grafiche, immagini realizzate al computer che suppliscono in tutto e per tutto alle scenografie e alla maggior parte degli oggetti di scena.

Avvalendosi da anni dell’arte di Lucio Diana per scene, luci, immagini e costumi, ogni spettacolo si pennella di colori e forme vivide, dall’effetto tridimensionale. Qui l’esito artistico e visivo è magistrale: dal magma della creazione ai drappi che si trasformano nelle vesti di Turandot, fino alle finestrelle sul mondo che si aprono, il tutto nasce, si (con)fonde e danza sul telo bianco, sopra cui vengono proiettate le immagini.

Solo due sono gli attori in scena che animano tutti i personaggi, compresa la temibille Adelma.
E Turandot? In tutta la sua pittorica, principesca bellezza, voce registrata di Diletta Landi, anche lei compare, colmando lo spazio vuoto di quel telo bianco, mai così pieno e animato. Fino a meravigliare nell’incontro d’amore finale con il principe Calaf, finalmente trovata una patria in cui non essere più esule, straniero.

“Il termine straniero (ricordiamo come la parola abbia in sé anche la radice di estraneo, strano, alieno, ndr) è un valore che ora divide – prosegue Boldrini – e che viene respinto spesso di default, portando a svolte politico-culturali preoccupanti per noi cittadini”.

E il pensiero, in questa terra toscana, va immediatamente a quanto accaduto di recente al vicino Comune di Cascina, con la Consulta delle Pari Opportunità cancellata poiché tacciata di esser solo un “comitato di propaganda gender” che potrebbe indottrinare “le nuove generazioni, turbando la loro identità di genere e sessuale”; o lo stop del sindaco a immigrati e profughi, o ancora il caso dello spettacolo “Fa’afafine”, diventato un ‘caso nazionale’ perché boicottato in massa da un certo tipo di “pubblico”, a scatola chiusa…

E a questo proposito riflette: “Se possiamo trovare un parallelismo è su come ormai, muniti di tutti quegli strumenti che possono essere tweet e post (e io sono il primo a utilizzarli), spesso si arriva a giudicare prima ancora di “vedere”. La critica non viene per uno spettacolo delle “nuove generazioni”, perché ritiene che sia una minusvalenza assoluta; quando noi invece cerchiamo un dialogo intergenerazionale, con bambini e adulti, ambizione alta, perché sappiamo che l’adulto viene visto per lo più come accompagnatore.
Reputo tutto questo ingiusto, un’attitudine culturale basata sul pregiudizio. La mia reazione è irriducibilmente sorpresa. Non sono ingenuo, capisco che ci possano essere delle difficoltà. Ma quello che si avverte di più è che non si vuole attingere alle soluzioni che esistono”.

Si può scomodare ancora una volta la parola politica accostata a poesia? “Per realizzare un atto politico – conclude Renzo Boldrini – ritengo che abbia più peso uno spettacolo fatto con tutta l’arte, la capacità e la poesia possibile che uno spettacolo manifesto”.

La Fiaba della Principessa Turandot. Progetto Musica da Vedere Teatro da Ascoltare
testo e regia: Renzo Boldrini
drammaturgia musicale : Claudio Proietti
scenografia, luci, immagini, costumi: Lucio Diana
con: Carlo Salvador e Tommaso Taddei
segni sonori live Claudio Proietti
elaborazioni musicali elettroacustiche: Giovanna Bartolomei
registrazioni voci: Roberto Bonfanti
computer design: Ines Cattabriga
laboratorio scenotecnico: Simone Gasparri
realizzazione costumi: Massimo Poli – sartoria teatrale fiorentina
tecnici di compagnia: Roberto Bonfanti _ Ines Cattabriga _ Simone Gasparri
la voce di Turandot è di Diletta Landi
produzione Giallo Mare Minimal Teatro
in collaborazione con il Centro Studi Musicali Ferruccio Busoni
nel quadro delle Celebrazioni Busoniane nel centocinquantenario della nascita del compositore empolese.
si ringrazia per l’amichevole collaborazione Rossana Gay e le bambine e i bambini del Laboratorio Teatrale Nuove Generazioni del Minimal Teatro

età consigliata: dai 6 anni
durata: 57’
applausi del pubblico: 3’

Visto a Lucca, Teatro del Giglio, il 22 febbraio 2017

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