Fierrabras. Peter Stein porta alla Scala lo Schubert meno conosciuto

Fierrabras (foto Monika Rittershaus)
Fierrabras (foto Monika Rittershaus)

La curiosità di scoprire opere mai frequentate e, per di più, di autori che amiamo intensamente, anche se per la verità in altri contesti, ci ha portato al Teatro alla Scala ad assistere a “Fierrabras”, opera tedesca in tre atti del 1823 del grande Franz Schubert, su libretto di Joseph Kupelwieser, che allora era direttore generale del Theater am Kärntnertor di Vienna.
Abbiamo nominato altri contesti perché consideriamo i lieder, alcuni dei quartetti e quintetti del grande compositore austriaco, tra le nostre più grandi passioni musicali. Schubert, però, scrisse anche opere, partendo dalla tradizione dello Singspiel (genere operistico caratterizzato dall’alternanza di parti recitate e parti cantate), come appunto il quasi misconosciuto “Fierrabras”.

Particolare curioso è che l’opera non andò mai in scena, in seguito alle dimissioni dello stesso Kupelwieser, che la aveva commissionata. Così il compositore non riuscì mai ad ascoltare dal vivo la sua opera eroica-romantica, senza per altro aver ricevuto il pagamento per il suo lavoro.
Il 7 maggio 1835 (sette anni dopo la morte di Schubert), al Theater in der Josefstadt di Vienna fu messa in scena una versione di concerto, alquanto monca. La sua prima esecuzione completa arrivò solo nel 1897, quando fu data all’Hoftheater di Karlsruhe, sotto la direzione di Felix Mottl.
Nel 1988, Claudio Abbado finalmente diresse l’opera, come l’avrebbe voluta il compositore austriaco, al Theater an der Wien, che costituì la base della prima registrazione completa dell’opera.

Il libretto, ambientato nella Francia carolingia al tempo delle guerre con i Mori, si ispira a diversi testi, mescolando antiche Chanson e leggende in cui si intrecciano tre storie d’amore: quella di Emma, figlia di Carlo Magno, per il cavaliere di umili origini Eginhard; di Fierrabras, figlio dell’ammiraglio spagnolo Boland, capo vinto dei Mori, anch’egli innamorato di Emma, e del paladino Roland per Florinda, sorella di Fierrabras.


Dopo varie avventure i Mori vengono sconfitti, Emma ed Eginhard, Roland e Florinda, finalmente riuniti, possono celebrare con Carlo il trionfo dei Paladini, mentre Fierrebas, diventato seguace di Carlo, rinuncia al suo amore e alla sua fede per la gloria militare.

Il buon Schubert dovette lavorare su un libretto assai modesto, pieno zeppo di versi enfatici, collegati tra loro per narrare fatti assai inverosimili, in luoghi e tempi diversi, con personaggi che cambiano idea continuamente.
Capolavoro o opera mediocre, dal punto di vista musicale? A noi non ha fatto impazzire, ma l’abbiamo ascoltata con curiosità e piacere cercando di individuarne le ascendenze, tra opera italiana, Mozart e Singspiel, in cui si insinua il Melodramen, parlato con accompagnamento d’orchestra, con frequenti interventi del coro. Un coro che ci dona momenti bellissimi, come l’iniziale affidato alle filatrici o quello dei cavalieri cristiani, imprigionati verso la fine del secondo atto.
Poche le arie solistiche; la nostra preferita, quella di furore affidata a Florinda, che ci ha ricordato da vicino “Ceraste e serpenti” dell’Idomeneo mozartiano. Mozart è presente pure nel meraviglioso duetto iniziale tra Eginard ed Emma. Stupendo è anche il melologo, accompagnato da una Marcia Funebre, durante il quale Florinda teme per la vita del suo amato.

La più grande delusione per questa edizione, proveniente da Salisburgo, è venuta sicuramente dall’allestimento, dovuto a un regista che, per altro, amiamo molto, Peter Stein.
La sua regia risulta didascalica, senza fantasia, con i cori fermi o associati a movimenti improbabili, nel tentativo di vivacizzare la scena. Non aiuta a valorizzarla nemmeno la scenografia di Ferdinand Wögerbauer, costituita da semplici quinte, disegnate in bianco e nero, che definiscono ora portali, ora archi a tutto sesto, ora cupole di moschee e minareti.

I bei costumi di Anne Marie Heinreich riproducono rigorosamente l’iconografia dell’epoca di Carlo Magno con i Franchi, in bianco, con corazze d’argento, e i Mori, per contrapposizione in nero.

Una delle altre ragioni che ci ha spinto al teatro milanese per assistere a quest’opera era poter vedere dirigere un fuoriclasse come Daniel Harding: e la sua direzione non ha smentito le nostre attese. Ogni momento dell’opera, sin dalla ouverture, viene disegnato dal maestro inglese in modo trascinante e perfetto.

Per quanto riguarda le voci ci sono piaciuti soprattutto Dorothea Röschmann come Florinda e Bernard Richter, che disegna assai bene il protagonista Fierrabras.
Meno convincenti ci sono sembrati Peter Sonn come Eginhard, che dà poco spessore interpretativo al suo personaggio, e Anett Fritsch come Emma, dagli acuti quasi sempre fuori misura. Sebastian Pilgrim nei panni di Re Carlo (che ci ricorda da vicino il clemente Tito mozartiano) dà infine corretto smalto vocale e interpretativo al suo personaggio.
Il coro diretto da Bruno Casoni, messo a dura prova in un’opera così particolare, riesce a ridonarci perfettamente tutte le atmosfere sognanti, sottolineate al femminile, e quelle ora dolenti ora guerresche, al maschile.
In scena fino al 30 giugno.

Fierrabras
Franz Schubert
Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Produzione Salzburger Festspiele
Direttore Daniel Harding
Regia Peter Stein
Scene Ferdinand Wögerbauer
Costumista Anna Maria Heinreich
Luci Joachim Barth

Cast:
Emma Anett Fritsch
Florinda Dorothea Röschmann
Maragond Marie-Claude Chappuis
Fierrabras Bernard Richter
König Karl Tomasz Konieczny (5, 9, 12, 15 giugno)
Sebastian Pilgrim (19, 27, 30 giugno)
Roland Markus Werba
Eginhard Peter Sonn
Boland Lauri Vasar
Ogier Martin Piskorski
Brutamento Gustavo Castillo*

*Allievi dell’Accademia Teatro alla Scala

Durata spettacolo: 3 ore e 34 minuti inclusi intervalli
Prima rappresentazione al Teatro alla Scala

Visto a Milano, Teatro alla Scala, il 19 giugno 2018

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