Finale di partita. L’approdo sicuro dei fratelli Cauteruccio

I fratelli Cauteruccio in Finale di Partita

I fratelli Cauteruccio in Finale di Partita (photo: Carlo Cantini)

Fin de partie. Endgame. 1-2-3-4-5-6-7. Scansione numerica proiettata nel buio della sala e su ciò che la occupa, nell’attesa che la fase finale di una partita abbia luogo. Nell’oscurità il volto di Beckett in bianco e nero, si triplica nell’omaggio.

“Esce, e subito ritorna con una scaletta, la piazza sotto la finestra di sinistra, vi sale, apre la tenda”. Dietro la tenda, schermo grigio. Il mare. “Scende dalla scaletta, fa sei passi verso la finestra di destra, torna indietro a prendere la scaletta, la piazza sotto la finestra di destra, vi sale, apre la tenda”. Altro schermo grigio. La terra. Siamo nel bunker beckettiano, stavolta sospeso tra questi due poli.

Il cielo non esiste, ma paradossalmente il suo pensiero incombe su di noi, e ovviamente su Fulvio Cauteruccio e il suo ciabattare sghembo, irremovibile e sincopato da un lato all’altro della scena.
È sparita la gabbia del primo allestimento o le sue sbarre non sono più visibili, forse troppo interne ai personaggi o esterne alla scena, o più probabilmente contengono anche quel fuori in un gioco. Dunque, non esiste il cielo e non esiste nemmeno la gabbia, d’altronde niente esiste o tutto sta per non esistere più in questo “Finale di partita”.

A quindici anni da “U juoco sta’ finiscennu”, Giancarlo Cauteruccio reinterpreta e al contempo rivisita l’allestimento del testo beckettiano, indossando ancora una volta i panni di Hamm, assistito dal vecchio straccio che sappiamo rimarrà con lui fino alla fine e ben oltre, uno straccio macchiato e consunto sotto cui lo troveremo nascosto a inizio spettacolo e dietro al quale tornerà poi a celarsi alla sua conclusione.

Il ritorno a Beckett e “alle vecchie domande e alle vecchie risposte” di sempre rappresenta l’approdo di un percorso di una parte fondamentale della poetica della compagnia. Un suo ritorno circolare sul testo, dentro la lingua e attorno alla parola. Accettando l’impossibile ripetizione dell’interpretazione e la vita che essa sottende, la nuova regia si concentra sui suoi sostrati come un’operazione a togliere, a pulire e a rimettere, inglobando gli spiccati accenti del passato in una lingua d’uso. Da usare appunto, ora per una partita ad armi pari tra una lingua madre – quel calabrese che ancora una volta accomuna i fratelli Cauteruccio agli altri due attori in scena (i bravi Francesca Ritrovato e Francesco Argirò) – la  traduzione italiana di Carlo Fruttero e l’originale francese.
La strana famiglia risulta così incastonata in una piega dello spazio linguistico, delimitato e allestito per l’ora di sempre: cinerea e tuttavia illuminata dal passaggio di un “frattempo” di cui è ancora possibile sperimentare le ambiguità.

Da quest’ora eterna qualcosa continua a seguire il proprio corso, la dipendenza fra Clov e Hamm perpetua le proprie battute richiamando gli scambi paradossali che tra esse intercorrono, mentre l’atmosfera soporifera che tutti i personaggi fa sbadigliare indulge sia sulle ferite che dentro le gag, senza però porle su una linea di programmatica e scontata consequenzialità.

Ancora “Non c’è niente di più comico dell’infelicità”, finché l’infelicità e la comicità non escono inaspettatamente da se stesse, si guardano e s’interrogano sul senso del proprio passare e passeggiare per vecchi luoghi, recitando e chiamando le stesse battute, calcando scalette familiari o varcando porte oggi sospese nel nulla.

Lo stesso fanno i fratelli Cauteruccio in scena; dopo essersi chiesti: “Non staremo mica per significare qualcosa?” essi trasportano per un attimo l’urgenza dei propri personaggi dentro ulteriori altri, non meno insensati nella loro apparente chiarezza esplicativa.

Dopo questa brevissima parentesi, infatti, tutto prosegue e lo stesso fa l’affermare caustico di tutti i giocatori verso il proprio risultato, come è già successo “una fottuta miseria di volte fa”.

Insomma, ieri ma al contempo mai. Le contraddizioni di “Finale di partita” sono dunque ancora vivissime, non si chiudono vicendevolmente né si risolvono all’interno dello spettacolo; l’abitudine e la pratica alla drammaturgia beckettiana servono qui proprio per essere in parte eluse, certamente indossate con cura e grazia ma soprattutto vissute. E dunque concluse, “come istanti nulli ma che fanno il conto, affinché il conto torni”.
 
Finale di partita

di Samuel Beckett
traduzione: Carlo Fruttero
regia: Giancarlo Cauteruccio
con: Giancarlo Cauteruccio (Hamm), Fulvio Cauteruccio (Clov), Francesco Argirò (Nagg), Francesca Ritrovato (Nell)
scene e luci: Loris Giancola
costumi e assistenza alla regia: Massimo Bevilacqua
elettricista Lorenzo Bernini 
macchinista: Brando Nencini
video: Alessio Bianciardi   
foto di scena: Carlo Cantini
si ringrazia: Daniele Spisa
durata: 1h 40’
applausi del pubblico: 3’ 50’’

Visto a Scandicci (FI), Teatro Studio, il 6 febbraio 2013


 

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