Fino a Natale, a Londra, c’è il King Lear vittoriano della Royal Shakespeare Company

Oliver Johnstone nel King Lear (photo: Ellie Kurttz - rsc.org.uk)
Oliver Johnstone nel King Lear (photo: Ellie Kurttz - rsc.org.uk)

Fa freddo nel “King Lear” di Gregory Doran. Lo dichiarano subito alcune ‘anime’ che silenziosamente entrano dai lati del palco mentre l’elegante sala anni Settanta del Barbican, immersa nei dedali urbani ma poetici della City, si sta ancora riempiendo. Uomini e donne di un popolo senza riparo prendono posto a terra, schiena al pubblico, male aggomitolati nei loro pochi stracci grigi.

Lo dichiarano la luce, che taglia geometricamente la scena, e il fondale alto, una parete in mattoni piccoli che ricorda un asylum londinese di qualche secolo fa. L’epoca, però, nonostante il forte accento vittoriano, resta arcaica. L’adattamento non altera l’ideale precristiano dell’edizione originaria e, quando entra il re, sta entrando un semidio.
Protetto da una teca in vetro, quasi un gioiello fragile, è circondato da simboli del Sole che arriva a scaldare il freddo. Quasi lirica, questa monumentalità dura poco per le esigenze del plot, e alla fine il ricordo sarà quello di una minuteria da salotto.

L'entrata di Re Lear/Anthony Sher (photo: Ellie Kurttz)

L’entrata di Re Lear/Anthony Sher (photo: Ellie Kurttz)

La discesa nella dimensione verde-grigio della demenza (non solo quella senile e non solo quella del re) inizia subito, una svestizione del sovrano che procede dai simboli circolari e dorati della regalità, attraverso la pelle-pelliccia, fino a che nulla resta, se non un abito da notte qualunque.
Lo porta con superba consapevolezza Sir Antony Sher, l’inconfondibile voce che fa vibrare di una interpretazione intima e sapiente ogni ‘nota’ del capolavoro shakespeariano, rivelandone di inedite.
Il ‘cavaliere grasso’ entra in questo ruolo nello stesso momento in cui in molti lo stanno sperimentando (in scena all’Old Vic c’è una altrettanto acclamata Glenda Jackson, per dirne una). La sua peculiare personalità rende il povero vecchio pazzo un orso maldestro che gioca con gli elementi e li piega. E anticipa egregiamente il Prospero che è in Lear.


La musica e le luci sono oltremodo importanti in questa produzione della Royal Shakespeare Company, presentata prima a ‘casa’, al Royal Shakespeare Theatre di Stratford-upon-Avon, e poi a Londra, dove resterà in cartellone fino al 23 dicembre.
I suoni, quelli della Natura in particolare, con la quale il re interloquisce da pari a pari, sono riprodotti on stage da una piccola orchestra. Una presenza che direziona l’azione, anche quando si inceppano i meccanismi di scena per un errore tecnico, proprio mentre infuria la tempesta e una grande ombra dorata accompagna le evocazioni deliranti del povero vecchio. Lo accompagnano il fool (Graham Turner), rubicondo e travestito da gallina, e un altro personaggio di confine, il calibanico Povero Tom (Oliver Johnstone).

Anthony Sher (King Lear) e Graham Turner (Fool) - photo: Ellie Kurttz

Anthony Sher (King Lear) e Graham Turner (Fool) – photo: Ellie Kurttz

Più entriamo nella dimensione immaginaria più aumentano i momenti di spettacolare tensione drammaturgica, che molto fanno pensare alle più corali e memorabili messe in scena brookiane.
Un confronto che penalizza qui per la necessità di adesione al secondary plot, e per la decisione di attribuire al villain Edmund (Paapa Essiedu) una personalità giullaresca forse un po’ distonica rispetto al resto.

La casa di cura anticipata dal freddo iniziale si palesa finalmente prima del tragico epilogo. Infermiere in abito nero e grembiule bianco riportano a quella modernità spettrale che è il vero punto di vista dal quale osservare la narrazione delirante. Il transito verso la realtà è compiuto, e la ‘piccolineria’ dell’infante vecchio arriva in conclusione a definirsi come quella di un soprammobile da custodire su un tavolino. Vittoriano, appunto.

KING LEAR
by William Shakespeare
Directed by Gregory Doran
Design by Niki Turner
Lighting by Tim Mitchell
Music by Ilona Sekacz
Sound by Jonathan Ruddick
Movement by Michael Ashcroft
Fights by Bret Yount

Cast:
Romayne Andrews
Antony Byrne
Eke Chukwu
James Clyde
James Cooney
Bethan Cullinane
Marième Diouf
Paapa Essiedu
Kevin N Golding
Marcus Griffiths
Nia Gwynne
Oliver Johnstone
Byron Mondahl
Theo Ogundipe
Antony Sher
Natalie Simpson
Clarence Smith
David Troughton
Graham Turner
Ewart James Walters
Kelly Williams
A Royal Shakespeare Company production

durata: 2h 55’ con intervallo

Visto a Londra, Barbican Theatre, l’11 novembre 2016

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