Fit 2016. Dell’uso dei corpi e della libertà

Traumboy di Daniel Hellmann (photo: Patrick Mettraux)
Traumboy di Daniel Hellmann (photo: Patrick Mettraux)

Appena arriviamo a Lugano ci accolgono gli “umori” che fanno seguito non solo alla visione di “Ifeel3” di Marco Berettini/Melk Prod., nuovo capitolo della performance “Ifeel”; ma anche di “Traumboy”, confessione di un lavoratore del sesso, di e con Daniel Hellmann.
Siamo alla 25^ edizione del FIT Festival (terminata il 9 ottobre), che celebra quest’anno un compleanno importante e si disloca in nuovi spazi: la Sala Teatro Lac, l’Ex Macello, il Turba Club e, fuori città, Il Cortile a Viganello e la Sala Aragonite di Manno.
Il calendario degli appuntamenti si mantiene fitto e in linea con le scelte degli anni precedenti: quello selezionato dalla direzione artistica del Fit è un teatro di ricerca che coinvolge alcune delle eccellenze europee ed internazionali e che lascia ampie tracce sul suo pubblico.

Al nostro arrivo si sono infatti appena conclusi i primi sette giorni di festival e se ne parla (e si parla) intensamente. E’ proprio in questo discutere, nel non voler cedere alle prime impressioni, che gli spettacoli possono generare, e nella premura di rendere possibili dei momenti di confronto tra pubblico e autori, attori ed artisti, che si riscontra una virtuosa consuetudine del festival.

La riflessione che si schiude ad esempio attorno ad “Ifeel3” – di cui nella scorsa edizione era stato presentato l’apprezzato secondo passaggio – è quanto l’ermetismo di un linguaggio, prevalentemente percepito come non mimetico, possa essere letto e decifrato dai più, ed essere dunque funzionale alla trasmissione di un messaggio (qualora la funzione di un atto scenico non stia, discutibilmente, anche solo nel prenderne visione).
E’ un tormentone che spesso assedia alcune derive coreografiche e performative apparentemente più sfuggenti ai nostri “sistemi cartesiani” così come la tanto ingabbiante categoria di “danza contemporanea”.
Che si parta forse dall’erronea aspettativa che l’offerta non disattenda i bisogni della domanda e che tutto debba essere così morbosamente palese ed immediatamente comprensibile?
E’ dunque un bene parlarne.

Ma se del primo spettacolo sono le scelte linguistiche, estetico-narrative, a suscitare entusiasmi e pruriti e a germinare d’interrogativo in interrogativo, ben altre sono le sensibilità pungolate da “Traumboy” di Daniel Hellmann.
Ipotizzare (o sostenere) che la monetizzazione dei rapporti sessuali e lo scambio corpo-denaro possano essere anche libere scelte è una tematica troppo lunga per essere qui argomentata in brevi righe (il tema è stato trattato, fra l’altro, anche nel recente romanzo della scrittrice spagnola Alicia Giménez-BartlettUomini nudi”).
Ma l’interazione piena di spontaneismo con cui Daniel Hellman pare coinvolgere il suo pubblico, persino interrogandolo sui propri costumi ed abitudini erotico-affettive, s’inserisce sicuramente in un contesto di morali ancora facilmente sensibili.
D’ altronde, le chiacchiere su Traumboy di cui, a posteriori, ci rende partecipi il pubblico del Fit, si snodano in contemporanea alla pubblicazione sul web della lettera di Eike Wittrock, curatore di quel “Schönheitsabend” visto da pochi ma discusso da tanti, proprio in risposta alle polemiche e alle accuse sorte per l’esplicitazione di un rapporto sessuale sul palco del Teatro Secci durante il Terni Festival.

Ed è proprio la curiosità prevalente tra gli spettatori sull’origine e le fonti dei racconti fatti da Hellman, che volontariamente lascia in sospeso la smentita o la conferma del loro carattere autobiografico, a rivelarsi un’importante chiave di lettura durante il Fit.

Negli spazi del Turba assistiamo poi a “Tu sei Libera”, reading di Francesca Garolla realizzato in collaborazione con Renzo Martinelli, e prima restituzione di un progetto di residenze sostenuto da La Chartreuse de Villeneuve Lez Avignon; al reading di “Esilio” condotto da Mariano Dammacco e, successivamente, negli spazi del Teatro Foce, a “On Track/Au courant” di Kristien De Proost e all’installazione video di “Perhaps all the Dragons” della compagnia belga Berlin.
In tutti gli spettacoli, nonostante evidenti differenze, è un’individualità che parla, uno squarcio di vita privata che si articola e denuda: che si tratti di una scomparsa sospetta, come nel testo della Garolla, della perdita del lavoro come in “Esilio”, o si decostruiscano ironicamente le fattezze del proprio corpo come per Kristien De Proof.
Ed ecco che, forse non casualmente, in apertura alla descrizione del progetto “Su l’Umano Sentire – Souvenir di Lugano. Ricordo di Lugano” di Officina Orsi si citano le parole di Jean-Paul Sartre: “Per ottenere una verità qualunque sul mio conto, bisogna che la ricavi tramite l’altro. L’altro è indispensabile alla mia esistenza così come alla conoscenza che io ho di me”.

Si concentrano dunque su questi delicatissimi aspetti del contemporaneo molte delle scelte della direzione artistica per questa 25^ edizione del Fit. Paiono qui evocative le parole con cui Giorgio Agamben apre il suo saggio “L’uso dei corpi”: “Occorre cambiare la vita, portare la politica nel quotidiano – eppure nel quotidiano, il politico non può che naufragare. […] Solo se il pensiero sarà capace di trovare l’elemento politico che si è nascosto nella clandestinità dell’esistenza singolare […] la politica potrà uscire dal suo mutismo e la biografia dalla sua idiozia”.
Che il teatro abbia spesso la capacità di calibrare il pensiero in questa direzione, è il suo portato di bellezza.

Preferisce l’originale in francese, Francesca Garolla, alla traduzione italiana del testo “Tu sei Libera”, che legge nell’intima sala del Turba Club, associazione culturale con sede in uno splendido palazzo del centro di Lugano.
“Tu est libre” mantiene la neutralità di un aggettivo che dovrebbe esprimerne l’universalità: “Tu sei libero. Questa è un’affermazione ma anche una domanda”.
Il testo racconta di Haner, ragazza di origine europea improvvisamente scomparsa, sospettata di essersi arruolata a Daesh ed essere partita per la Siria. E’ una raccolta di voci plurali: la madre, il fidanzato, l’amica e il padre sono chiamati a testimoniare di fronte alle autorità, in cerca di una verità e di una condanna definitive.
Bravissima Francesca Garolla nei cambi di registro e nel dare espressione alle corde emotive che sottendono ogni personale ricostruzione dei fatti: la rabbia, la preoccupazione, lo sgomento, la difficoltà di orientarsi e definire la radicalità delle scelte di Haner, la sua difesa e la sua accusa.
Ma contro chi si sta puntando il dito?

Scritto in Francia, la Francia dei plurimi e recenti attentati, “Tu sei libera”, che approderà ad una versione definitiva nel 2017, è un testo che si rivela un’interessante analisi di quella sete di definizione delle cose e dei fatti che viene delegata alla Giustizia di Stato e al comune sentire e alle istanze collettive di Sicurezza. Emblematica la confessione della madre che capovolge i ruoli e le parti. Si rivolge alle autorità: “Vi invidio anche se è per colpa della vostra fede che nascono le guerre”.

Nell’intima sala del Turba ci attende anche il reading di “Esilio”, testo della Piccola Compagnia Dammacco di cui su Klp avete letto da poco la recensione.
La voce è quella di Mariano Dammacco, accompagnato alle luci e al suono da Serena Balivo, qui fuori dalla scena anziché interprete sul palco. La bellezza del testo, espressione di una “scrittura della reticenza […] come modellato sul tragico quotidiano, cioè sulle minute pene dell’esistenza”, è qui esaltata nella pienezza della sua autonomia drammaturgica.

Kristien De Proost (photo: Mirjam Devriendt)

Kristien De Proost (photo: Mirjam Devriendt)

Un autoritratto teatrale, intimo e delicatamente autoironico, è quello di “On Track/Au Courant”: Kristien De Proost ci accoglie sorridente in giacca e cravatta mentre corre con il volto disteso su un tapis roulant in movimento.
Le luci di sala sono accese e l’ambiente riproduce la sua camera originale, caricaturandone alcuni dettagli ed evocando ambienti di palestre, ambulatori, hall d’albergo surreali.
Il padre, il suo vero padre biologico, teneramente complice, si aggira a porgerle oggetti custoditi in alcune teche. Si annoia, mangia, mette ordine, cambia velocità al rumoroso tapis roulant della figlia. Nel mentre Kristien sostiene un monologo fitto e procede nella decostruzione delle imperfezioni del suo corpo e così facendo nella decostruzione del monolitismo con cui viene preteso oggi l’affermarsi nel mondo.

Kristien de Proost si rivela bravissima, eccentrica, poliedrica. “On Track” pare uno spettacolo di trasformismo: Kristien si cambia d’abito, sale e scende dai tacchi, diventa amazzone, capo tribù, eroina, s’atteggia a goffa seduttrice, il tutto senza mai interrompere il flusso di una corsa.
Elenca, passa in rassegna ciò che ama, ciò che odia, ciò che la irrita ed intenerisce e celebra così le proprie contraddizioni, la propria incoerenza, quella di tutti.

Una raccolta di testimonianze e racconti di vita vissuta tratti dalle cronache compone invece l’installazione-video della compagnia Berlin, “Perhaps all the dragons”.
Negli spazi dell’Ex-Macello, disposti circolarmente all’interno di una struttura di legno che assomiglia alla pancia di una nave, 30 schermi proiettano interviste e storie raccolte dalla compagnia durante la tournée e lette sui giornali locali in diverse parti del mondo: racconti bizzarri, duri, ironici e commoventi.
Gli spettatori si danno le spalle l’un l’altro e ciascuno cambierà la propria postazione, sedendosi davanti a schermi diversi e vivendo così un percorso unico ma condiviso con gli altri attraverso una sincronizzazione al millesimo.
“Perhaps all the dragons” è un passo tratto dalla splendida “Lettera ad un giovane poeta” di Rainer Maria Rilke: “How should we be able to forget those ancient myths that are at the beginning of all peoples, the myths about dragons that at the last moment turn into princesses; perhaps all the dragons of our lives are princesses who are only waiting to see us once beautiful and brave”.
E’ un passo che si chiude così: “Forse tutto l’orrore non è in fondo altro che l’inerme, che ci chiede aiuto”. E’ qui l’invito del teatro a ricordarci che forse la dimensione sociale della coscienza si compenetra e si influenza con la sua dimensione individuale e la possibilità di un atto performativo di farsi “rito di passaggio”.

Berlin (photo: Marc Domage)

Berlin (photo: Marc Domage)

La nostra ‘missione’ al Fit non termina qui. Vi parleremo ancora di questa 25^ edizione con l’approfondimento agli spettacoli “No42: El Eldorado: The Clown’s raid of destruction”, del collettivo estone Theatre No99, e “Acceso” di Pablo Larrain con Roberto Farrìas, produzione della cilena Fundaciòn Teatro a Mil.

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