Vent’anni di Fit. In Ticino il teatro dal mondo

Angelica Liddell

Angelica Liddell (photo: Francesca Paraguai)

Il FIT / Festival Internazionale del Teatro di Lugano quest’anno ha compiuto vent’anni e come di consuetudine, sotto la direzione artistica del collaudato tandem formato da Vania Luraschi e Paola Tripoli, ha riempito l’autunno culturale del Ticino tra Chiasso, Lugano e Bellinzona, proponendo dal 21 al 30 ottobre un nutrito programma di compagnie provenienti da Cile, Israele, Italia, Russia, Spagna, Svizzera e Uruguay.
Spettacoli internazionali che difficilmente avremmo potuto frequentare in altri contesti, soprattutto in Italia: spettacoli diversi e altamente significativi quelli visti in Ticino in questa edizione del festival.

A partire dalla spagnola Angelica Liddell, in scena con Sindo Puche, che si è ispirata al personaggio shakespeariano di Riccardo III. In “El ano de Ricardo” ha offerto una prestazione di rara espressività performativa, conducendo per un’ora e quarantacinque minuti un incessante e straripante monologo dove la voce e il corpo si contorcono in un rimando continuo agli orrori della guerra e dell’imperialismo.
Angelica-Riccardo, colloquiando con un muto Sindo-William Catesby, nella realtà uno dei collaboratori più stretti del feroce monarca inglese, dona interamente se stessa allo spettacolo. Corpo e voce vengono stravolti in un crescendo di grande effetto, smontando via via in un nichilismo senza fine tutti i meccanismi consolidati non solo dei poteri dittatoriali, ma anche delle così dette democrazie consolidate. E’ un dolore fisico e morale che l’artista vomita sul palcoscenico, a cui fanno da corollario, nella desolazione di un palco ridotto a macerie, le immagini degli innocenti straziati dall’orrore della guerra.

Molto diverso il clima di “1973” che avevamo perso l’anno scorso a Vie dove l’italo-svizzero Massimo Furlan, prendendo spunto dall’edizione del concorso canoro Eurovision del 1973, imbastisce un curiosissimo spettacolo multilingue dedicato alla memoria e alle sue distrofie.
La prima parte è un’ironica e parodistica riproduzione fedele di quel mitico concorso che incatenava allo schermo televisivo migliaia di spettatori non solo italiani. Furlan, facendosi aiutare dalle fedeli riprese televisive di quella edizione, ripercorre il cerimoniale del concorso, trasformandosi via via nei cantanti protagonisti di quella edizione. In questo modo l’atmosfera degli anni Settanta, con quei vestiti improbabilmente sgargianti, con quei motivi che oggi ci paiono tutti eguali e che inneggiavano ad un amore solo di facciata, viene consegnata agli spettatori.
Nella caratterizzazione di quel mondo pian piano si aggiungono altri protagonisti, un finto Cliff Richard, un finto Umberto Tozzi, simulacri evanescenti di una memoria molte volte bugiarda che è presente in tutti noi. Tutto è falso, ognuno è quello che non è, tutto è sbiadito, solo qualche immagine è più forte delle altre. E a fare Umberto Tozzi è nientemeno che l’antropologo francese Marc Augé che sottovoce, quasi nascosto dalle canzoni, cerca di dare spazio al pensiero reale, dicendoci che è solo l’infanzia il regno dell’immaginazione e che la vecchiaia con i suoi ricordi, nel timore di dimenticare, è sempre ingannevole e ingannata.

Delude invece Maya Bösch della compagnia Compagnie Sturmfrei, artista svizzera tra le più acclamate, che nello spazio bellissimo del teatro sociale di Bellinzona, appositamente “ridisegnato”, mette in scena uno dei “Drames de princesses” della scrittrice e drammaturga austriaca Elfriede Jelinek, quello dedicato a Jackie Kennedy.
Secondo la regista  lo spettacolo, dedicato allo sfruttamento dell’immagine femminile, è “simile ad una composizione musicale fatta di voce recitante e canto, ma anche di suoni e rumori […] Un modo per aprire la strada a nuove prospettive di senso e per capire l’assurdità dei nostri giorni […] una volontà di fare riferimento ad una voce minoritaria abitata dalla violenza delle parole”. Peccato che nulla di tutto questo agli spettatori che assistono alla performance delle tre attrici, non si sa per quale ragione, sia minimamente arrivato.

Dal Cile arriva invece la Compagnia Teatrocinema che ha presentato a Lugano “Gemelos” tratto dal primo movimento della “Trilogia della città di K” della scrittrice ungherese Agota Kristof, morta qualche mese fa.
Tutto agito da Laura Pizarro, Juan Carlos Zagal e Diego Fontecilla in una specie di teatro di marionette costruito da più piani visivi, lo spettacolo si configura come uno stupefacente meccanismo ad orologeria dove “voce, musica, abiti, maschere, scenari, tele dipinte, miniature in legno, proiezioni, luci, giochi di prestigio” raccontano una storia dai toni espressionistici, la storia di due gemelli e della propria straordinaria nonna in un tempo segnato dal dolore.
La vicenda ricalca perfettamente l’atmosfera creata dalla Kristof nel suo capolavoro e lo fa utilizzando, attraverso gli attori resi come marionette altamente espressive, tutte le potenzialità del teatro di figura.

Tra gli altri spettacoli proposti, il FIT ha presentato il nuovo “La Sarta” del clown Gardi Hutter, che in Svizzera è una specie di monumento, i russi del Novgorod Theatre Mali, l’israeliano Amit Drori e l’emergente compagnia ticinese Masnada Teatro.

Curioso il caso dello spettacolo “Kassandra”, ispirato nel sentire contemporaneo al mito dell’eroina greca, che l’uruguaiana Roxana Blanco avrebbe dovuto recitare in spagnolo, ma che, impedita dalle nubi di un vulcano, ha ceduto il testo di Sergio Blanco (rappresentato in dieci paesi diversi del mondo) alla collega greca Despina Sarafidou che lo ha proposto con tragica ironia in un dancing di Lugano.

L’ultima giornata del festival è stata dedicata ai giovani, con due spettacoli italiani, pugliesi per la precisione: “Il vecchio e il mare” della compagnia La Luna nel letto, che i nostri lettori conoscono come vincitrice del Premio Eolo come migliore spettacolo di teatro ragazzi e giovani, e “Cuore, come un tamburo nella notte” di Reggimento Carri.
Qui il giovane regista Roberto Corradino, avendo a disposizione un testo conosciutissimo anche per la sua retoricità, ma totalmente ignoto alle nuove generazioni, lo attualizza per loro in modo molto personale, destrutturandolo ogni volta per riconsegnarcelo diverso e capovolto. E tutto ciò lo fa avendo a disposizione cinque giovani convincenti interpreti ed un coro di attori preparati per l’occasione.
Gli spettatori, avvisati opportunamente da didascalie luminose, ripercorrono alcuni momenti salienti del libro: Garrone, Dagli Appennini alle Ande, La piccola vedetta lombarda, Lo scrivano fiorentino, Il tamburino sardo.
Ne viene fuori un’ora e mezza di immagini, in cui i capitoli scelti del libro vengono ribaltati in un marasma continuo di immagini, voci, spesso confuse ma portatrici sempre di un disagio che racconta come il nostro Paese, che doveva essere “fatto”, ancora oggi non lo è.

Una parte del festival è stato dedicato al teatro-ragazzi, con una scelta di compagnie quasi tutte italiane, con spettacoli per la verità già ampiamente visitati durante i festival dedicati al settore.
L’unico debutto che abbiamo effettivamente visto è stato quello della compagnia di casa, il Teatro Pan, con “Il giardino di Gaia”, che segna l’inizio della collaborazione della compagnia con il regista e scenografo Marcello Chiarenza.
Chiarenza ricostruisce con oggetti e materiali diversi, che riconsegnano ai piccoli spettatori seduti intorno allo spazio scenico tutte le suggestioni cangianti della natura, una specie di giardino incantato dove, davanti agli occhi stupefatti dei bambini, le stagioni si rincorrono in una sinfonia visiva di grande pregio. Elena Chiaravalli e Karin Hochapfel conducono con lievità il rapporto con il pubblico infantile in un gioco forse troppo prevedibile ma di sicuro effetto.

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