Tra danza e parole nel piatto mondo di Flatlandia

Flatlandia
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Francesca D’Este e Silvia Gribaudi in ‘Flatlandia’ (photo: Tommaso Saccarola)

Laddove la parola non riesce ad arrivare col suono, interviene il corpo con il movimento.
E’ così che prende vita il fantastico mondo di Flatlandia, terra piatta abitata da strane figure bidimensionali che non conoscono la terza dimensione.

Ispiratesi al racconto di Edwin A. Abbott del 1884, Francesca D’Este e Silvia Gribaudi (vincitrice del Premio Giovane Danza d’Autore del Veneto 2009) portano in scena una narrazione danzata che incuriosisce e diverte, riuscendo ad ammorbidire gli spigoli geometrici del testo.

Concetti come “tre al quadrato” o “tre al cubo”, aree, rette e segmenti mascherano in realtà un mondo superficiale e classista, in cui vige una ferrea gerarchia di caste alla cui base, o meglio «in fondo a tutto» (per non confondere le idee ai matematici) stanno le donne, ridotte a semplici e banali segmenti. L’importanza nella scala sociale di Flatlandia è appunto data dal numero di lati che si possiede: più lati si hanno, più si è importanti. Così le donne sono linee rette, gli operai e i soldati triangoli isosceli, i nobili quadrati…
Ma il vero paradosso sta nel fatto che le figure camminano su un piano, quindi ciò che vedono l’uno dell’altra sono solo i segmenti di cui sono fatte. E si potrebbe addirittura correre il rischio di essere circondati da semplici donne: un vero pericolo!
All’epoca non mancarono in effetti sospetti e accuse di misoginia contro il teologo e scrittore, forse non totalmente infondati.

Il racconto/metafora di Abbott, che altro non è che una satira della società vittoriana, è tuttavia più che mai verosimile ai tanti meccanismi che ancora oggi ristagnano nella nostra società.
Non per parlare apposta di angoli, ma acuta è la scelta della D’Este, che ripropone il testo non solo tracciando una sottile critica al mondo contemporaneo, ma anche cercando un ‘trait d’union’ fra mondo scientifico e mondo artistico. “Scienza e teatro” è infatti il progetto nel quale nasce questo viaggio attraverso le dimensioni, che sembra trovare nel palcoscenico il suo punto d’arrivo.

Il linguaggio, sia verbale che corporeo, è semplice, a tratti infantile, ed è forse questa caratteristica non-matematica a rendere piacevole la narrazione di geometrie così esatte.
Tutto nasce dalla risposta all’ingenua domanda di un bimbo: «Nonno, ma allora la nonna cos’è?». «Un segmento, come tutte le donne!». Da questa brusca spiegazione prende forma “Flatlandia”, che trascina lo spettatore in una dimensione davvero surreale. Anzi, in due: lunghezza e larghezza.
Con l’arrivo di uno straniero (Sfera), almeno il protagonista (Quadrato) si salverà dalla piatta esistenza che conduce, provando la «meravigliosa esperienza» dell’altezza, ma finendo anche bollato come eretico.

Un connubio felice tra rigore matematico-sociale e libertà teatrale, quello messo in piedi dalla coppia di artiste, che con intelligente ironia raccontano una realtà ottusa e chiusa non solo in angoli e perimetri. Il tutto tramite recitazione, danza, mimica, giochi di luce-ombra e con l’aiuto di semplici oggetti scenici come una palla, un elastico, una lampadina.

Non è così ovvio immaginare fantasia e matematica passeggiare sottobraccio per mescolarsi fino al punto da generare teatro. Ma a quanto pare l’eccezione che conferma la regola esiste nei teoremi così come nella vita, e non c’è bisogno d’essere scienziati per dimostrarlo.

FLATLANDIA
dal racconto di E. A. Abbott
adattamento e regia: Francesca D’Este
coreografie: Silvia Gribaudi
con: Francesca D’Este e Silvia Gribaudi
produzione: Questa Nave
durata: 50’
applausi del pubblico: 2’ 37’’

Visto a Marghera (VE), Teatro Aurora, il 26 febbraio 2010

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