Foyer Szymborska. Il Teatro Rossi Aperto festeggia con poesia

Photo: Guido Mencari
Photo: Guido Mencari

Si entra in punta di piedi, sentendo la necessità di chiedere permesso, al TRA (Teatro Rossi Aperto) di Pisa, che è divenuto Foyer Szymborska.

L’area d’accoglienza è salotto di ritrovo, punto di riposo, luogo d’incontro per coloro che da viandanti hanno varcato raminghi la sua soglia e deciso di soggiornarvi per un respiro più lungo il 14 maggio scorso.
Qui divani e poltrone su cui concentrare la propria attesa, un tavolo con teiere, tazze da thè e biscotti per ammorbidirla, incontrando persone unite dal desiderio, scaturito per caso o catturato dall’annuncio dell’evento, di conoscere meglio, percorrendone il cammino, “Il Mondo non merita la Fine del Mondo”, installazione itinerante intorno alla poesia di Wisława Szymborska, tassello apparentemente finale a conclusione del progetto di creazione collettiva nato da un’idea dell’attrice Silvia Pasello per il TRA.

Su un tavolino i libri di versi e pensieri della poetessa e saggista polacca, Premio Nobel per la letteratura nel 1996 “per una poesia che, con ironica precisione, permette al contesto storico e biologico di venire alla luce in frammenti d’umana realtà”; lei che nacque nel 1923 a Kòrnik, e che lo percorse tutto, quel secolo d’umana realtà, fino a spegnersi nel 2012 a Cracovia. E ancora lei che ha raggiunto vendite da best seller coi suoi libri: 500.000 copie a nuova uscita, un dato oggettivamente impressionante parlando di poesia; un successo che si immagina dovuto proprio a quell’ironia, mista ad abisso di umana saggezza e scaltra purezza, con cui guardava il mondo, com’è stato capace di testimoniare il documentario realizzato da Katarzyna Kolenda-Zaleska, “La vita è a volte sopportabile”, viaggio nel suo mondo che si allarga per il mondo, spesso quello delle vie d’Italia, e del suo studio.


È tutto partito l’anno scorso, a settembre, a ridosso del compleanno di occupazione, o meglio di (ri)apertura a nuova vita di questo luogo così suggestivo, che altrimenti sarebbe rimasto ancora chiuso chissà per quanto: i coraggiosi dell’associazione che anima il TRA senza scopo di lucro da quasi 5 anni, nella speranza che l’annunciato appoggio della Regione Toscana si concretizzi a breve nei lavori di ristrutturazione, hanno deciso che regalo più bello sarebbe stato partecipare alla propagazione del pensiero e della voce della Szymborska. Per questo hanno lanciato l’appello alla cittadinanza di Pisa a inviare brani registrati, letti, recitati con le sue poesie. E ad arrivare ne sono stati tanti, varcando il territorio pisano per espandersi ben oltre; da persone di ogni provenienza, non solo dal teatro, accomunate dall’amore per colei che aveva saputo dar voce al silenzio di un’epoca altrimenti persa in un sarcasmo di nerofumo.

Aggirandoci tra i libri esposti si scova anche la graphic novel pubblicata dalla casa editrice BeccoGiallo, che Alice Milani ha realizzato su di lei: “Si dà il caso che io sia qui”, il titolo echeggia ancora la sua poetica ironia, e che qui al TRA è stato presentato lo scorso marzo nella serie di eventi che sono sorti dal passato settembre. Mentre sfogliamo le pagine dei suoi scritti, la poetessa sembra osservarci tra il curioso e il divertito da una fotografia. In un angolo del foyer le pagine di un album di sue fotografie…

È arrivato il nostro turno; consegnataci una borsetta che ci sarà utile al momento opportuno, ci viene consigliato di prenderci il nostro tempo nel viaggio che ci aspetta.
Arrivati nei corridoi degli ordini di galleria del Teatro Rossi Aperto, si trova un piccolo angolo di quiete: una poltrona, su cui potersi adagiare; un comodino, con una borsetta dalla quale sporge un fazzoletto bianco, bianchi anche i guanti che si vedono allungarsi da sotto; una lampada, che ritaglia con la sua luce quello spazio nel tempo.

Innesti scenografici/tecnici che, come tutti quelli che incontreremo nel nostro cammino, hanno realizzato Valeria Foti e Andrea Spinelli, con attenta dedizione a una suggestione non gratuita, delicatamente incisiva nelle sue pennellate nell’allestire e curare lo spazio.

Si continua a salire e, dopo aver lanciato uno sguardo dall’alto a platea e palco, si apre una stanza dai colori rosso/fucsia, con una statua di donna violata nei suoi arti mancanti, che, come solitario simulacro, si trova al suo interno; accanto un corridoio con un prato a terra, i soffitti nobilmente affrescati, colori blu/verde con striature di quello stesso fucsia che ci portano a “galleggiare” mentre lo percorriamo. Riposte le scarpe nella borsetta, ci godiamo la sensazione della traversata e, anche se bagnata, l’erba ci dà conforto verso il telo nero che ci separa da una nuova stanza: immersa nel buio, le voci registrate coi versi della Szymborska avvolgono il soggiornarvi di echi di speranza e di umana solitudine.

Mosso un nuovo “velo”, continua quella che è l’esplorazione non solo di questo teatro, tra i più antichi di Pisa, ma anche e soprattutto del sistema/organismo Szymborska, con un nuovo spazio abitativo e poi un passaggio di raccordo alla fine del quale la nostra strada incontrerà un pannello coi versi dedicati al pittore olandese Veermer, titolo che racchiude le suggestioni nate dopo la visione de “La lattaia”: “Finchè quella donna del Rijksmuseum/nel silenzio dipinto e in raccoglimento/giorno dopo giorno versa/il latte dalla brocca nella scodella,/il Mondo non merita/la fine del mondo”.

Capiamo così da dove provenga il titolo di questo itinerario, che ci spinge ancora avanti, tra i “cunicoli” degli ordini delle gallerie, fino a iniziare a scendere, mettendo piede sul palco. Il sorriso della Szymborska compare sullo schermo al suo centro, dalle immagini di quello che scopriremo essere “La vita è a volte sopportabile”.

L’ultimo passo è proseguire nel corridoio laterale alla platea, coi palchetti allestiti in una serie di piccoli salotti dove potersi sedere, infilare un paio di cuffie e azionare un lettore mp3. Mentre vanno le voci registrate, che sono state inviate al Foyer Szymborska, ne leggiamo i titoli su di un foglio, e distinguiamo la voce di Sandro Lombardi e di tanti altri che hanno voluto partecipare, anche nella loro assoluta e preziosa “normalità”. Ci perdiamo tra quei timbri così diversi l’uno dall’altro, come le storie che si nascondono dietro; e chiudiamo gli occhi, lasciando che i sogni facciano il loro corso.

Capiamo così il perché di quella sensazione che ci ha pervaso varcando la soglia del TRA, di quel chiedere permesso. Mentre osserviamo le etichette che contraddistinguono tutti gli oggetti sparsi per il teatro, e che indicano i nomi dei proprietari che hanno prestato divani, lampade, scrittoi; mentre osserviamo con pudore coloro che sono immersi in quei salotti, a leggere ed ascoltare, comprendiamo che qui non si è ricreato solo il mondo di Wisława Szymborska, ma anche e soprattutto quello di ognuno di noi, in cui essere ancora capaci di entrare a contatto con la propria intimità; e nel farlo non essere (lasciati) soli.

E dopo le parole, il nostro viaggio non poteva che concludersi con le immagini realizzate da Guido Mencari.

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