Fra contemporaneità e tradizione: la danza di Colin Dunne a Teatro a Corte

Colin Dunne - Out of time

Colin Dunne – Out of time (photo: Maurice Gunning)

Il bello dell’arte è che dopo un po’ i fili ti si svelano. Come a guardar tappeti, dopo un po’ si intuisce l’ordito e i nodi. Come in Matrix, quando l’eroe inizia a vedere tutto in codice binario.
Certo, come nel film, forse si perde il fascino naif della biondona tutta curve, lo stupore, che fin dal Seicento è uno dei leitmotiv dell’estetica occidentale (“E’ del poeta il fin la meraviglia, parlo dell’eccellente e non del goffo, chi non sa far stupir, vada alla striglia!” G. B. Marino, 1608); ma si comprendono dinamiche e processi di più lunga durata, e il fascino estemporaneo della fruizione si amplifica in rimandi, e nel profumo della memoria, che ricollega ad altri spettacoli, ad altre visioni. All’Arte.

Ne riflettiamo a seguito della visione della travolgente performance “Out of time” di Colin Dunne, originario di Birmingham, che propone all’interno dell’interessante programma di Teatro a Corte 2013 (al suo debutto nel week-end appena passato e in scena fino al 21 luglio, come da tradizione, nelle dimore sabaude piemontesi) un solo di danza ispirato ai balli popolari irlandesi.

Dallo spettacolo stesso, attraverso alcuni pregiati inserti video, che senza mai essere didascalia diventano supporto emotivo e di contrappunto alla proposta performativa, apprendiamo che il danzatore pratica la danza popolare dall’infanzia, e che già a dieci anni aveva vinto numerosi premi e alcune comparsate tv come talento prodigio. E’ innegabile però che una proposta della tradizione tal quale resterebbe ferma entro un concetto per così dire “artigianale” nel perpetuarsi identico di se stessa.

L’Arte invece strappa, richiede astrazione, a volte anche incomunicabile solitudine, cesura dei dialoghi, fratture: perchè la tradizione possa entrare nel contemporaneo e fondarne nuovi gradini, occorre la cesura di alcuni elementi del linguaggio.
E così, ad esempio, la proposta, a Venaria, di Colin Dunne di colpo, nella nostra mente, si collega ai passi di flamenco di Israel Galvan nelle cave di Avignone, o all’ossessivo ballo tondo che Claudia Castellucci aveva proposto in un seminario a Milano, al Teatro dell’Arte, il cui esito era risultato particolarmente felice. O ancora, la recente ed ossessiva ripetizione proposta da Alessandro Sciarroni del ballo tradizionale di area sudtirolese.

Questi spettacoli si legano, incontrano la tradizione, la attraversano, ne leggono la trama e poi sviluppano una possibilità di astrazione. E se gli studi di Castellucci e Sciarroni lavorano sulla dimensione di quasi trance della danza popolare, non può sfuggire come il codice dei movimenti, passato attraverso la rilettura virtuosistica dei grandi solisti, diventi dopo un po’ elemento assoluto di fascinazione.

In particolare, la dinamica degli arti inferiori e l’immobilità della parte superiore del corpo, che ho appreso essere probabilmente esito della dannazione promossa dalla Chiesa della danza come forma demoniaca e dunque da proibire (basti pensare invece che nell’alto Medioevo si ballava nelle chiese), lascia una serie di considerazioni su come alcuni gesti, alcune ritualità, alcuni movimenti di “dinamismo statico” siano incredibilmente comuni a balli tradizionali di paesi lontanissimi, che riescono a legare la Sardegna all’Irlanda, passando per la Spagna e il cuore delle montagne centroeuropee.

La proposta dell’artista irlandese ha un po’ dentro di sé tutti questi elementi, che verso la fine dello spettacolo vengono perfino dichiarati: l’elemento di esibizione e quello competitivo fuori dal gruppo e verso il gruppo (che ovviamente l’interpretazione solisitica esaspera in un rimando muto, in un grido senza voce, proprio come alcune sequenze video proposte durante lo spettacolo di grandi interpreti del passato della danza popolare irlandese, noti e meno noti).
Ma anche il virtuosismo e l’indagine minimale sul gesto, amplificato attraverso microfoni collegati alle scarpe, che rendono udibile perfino il fendere l’aria. Ogni gesto diventa respiro, evento, tassello di un mosaico della lotta fra uomo e aria, tempo e spazio.

L’artista entra in scena e, prima a piedi nudi poi indossando scarpe microfonate, si esibisce in un confronto con la danza tradizionale irlandese, con i suoi interpreti del secolo scorso, in un dialogo in cui arriva per certi versi a gareggiare con loro, a dar loro voce per altri. A eternare oltre la morte in nome di un codice comune, ma anche a vivere il presente, liberando, come poi farà a fine spettacolo, il corpo dai rigidi movimenti codificati, dai suoni che producono, dai significati che i gesti evocano.

La visione virtuosa avvince perchè l’artista sa riempirla di un’umanità in cui la voce del suo corpo, il rispetto del sistema di segni e insieme la sua rottura, il dialogo con la tradizione ma anche l’infrazione delle regole, lo sbeffeggio, diventano materia plasmabile, fungibile alla creazione dell’arte in quanto cesura, distanza, urlo silente.

C’è persino chi, nel pubblico più sensibile, coglie, in questo, un sentimento doloroso di distanza in cui l’eco si perde, di evocazione della solitudine, di dichiarazione di morte del tessuto sociale e della coesione che il ballo nel suo svolgersi tradizionale invece favorisce. Forse è così. Almeno nelle versioni solistiche che Galvan e Dunne hanno proposto.

Diverso invece il concetto per i lavori di gruppo di cui si faceva menzione, dove, pur nella sterilizzazione quasi metafisica del gesto, questo elemento affiora forse meno, perchè rimane quella sorta di cerchio magico che vivifica la comunicazione interna e verso l’esterno della circonferenza.
Di qui nasce la riflessione finale su come la scena, abitata da uno o più soggetti, possa di colpo trasmettere senso di vita e di morte, di assolutamente grande e assolutamente piccolo, e tutto allo stesso tempo; come anche sul fatto, solo in apparenza scontato, che assolo e gruppo di artisti in scena hanno già in partenza un potenziale di carico semiotico quasi aprioristico.

Qui la danza contemporanea, superando ogni codice, in un dialogo fecondo con la video arte (segnaliamo lo spettacolo di Dunne anche perchè l’uso del video, curato da Sean Westgate, è perfetto, calibrato al millimetro e al secondo, esempio di come usare le video proiezioni in senso scenicamente e simbolicamente corretto), diventa quella proposta – anche intimamente teatrale – che si collega alla rivoluzione dell’ultimo trentennio del secolo scorso. Ho paura a dirla così: sono gli anni in cui sono nato. E mi accorgo che per certi versi è già storia. Anche nell’arte. E come Dunne mi confronto con il tempo. Il mio.

Out of Time
creato e interpretato da: Colin Dunne
direzione: Sinéad Rushe
sound design: Fionán de Barra
film design, editing: Sean Westgate
lighting design: Colin Grenfell
costumi: Joan O’Clery
musiche originali: Ian McDonnell
musiche registrate: Martin Hayes, Dennis Cahill
producer: Maura O’Keeffe
commissionato da: glór, Irish Music Centre, Ennis County Clare con il supporto di Arts Council / An Chomhairle Ealaíon, GREEN HIPPO
con il sostegno di Culture Ireland

durata: 1h 05′
applausi del pubblico: 2′ 47”

Visto a Venaria Reale (TO), Reggia, il 7 luglio 2013
Prima nazionale


 

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