Fra questuanti e premiati, la carovana vacanziera dei criticoni

Luca Ronconi, premio Ubu miglior regia 2013 per Il panico di Spregelburd

Luca Ronconi, premio Ubu miglior regia 2013 per Il panico di Spregelburd

Ubu (e Last Seen!) a parte, è soprattutto l’estate il tempo dei premi.
Ha iniziato la rivista Hystrio a consegnare i suoi a fine giugno, a Milano, al Teatro Elfo Puccini; ma qualche giorno fa anche il festival di Santarcangelo ha ospitato il prestigioso premio Lo straniero (che non tocca solo l’ambito del teatro), che ha visto l’affermazione di Fibre Parallele e Fabrizio Gifuni.
A VolterraTeatro, poi, proprio domani l’Associazione Nazionale Critici Teatrali, presieduta da Giulio Baffi, assegnerà i suoi premi a “Le sorelle Macaluso” di Emma Dante, a “La società” di Musella/Mazzarelli, al Teatro Sociale di Gualtieri e, ancora, a Sara Bertelà, al ligt designer Cesare Accetta, e a Punta Corsara, Gigi Dall’Aglio, Serena Sinigaglia, Elio De Capitani.

Renzo Francabandera (R) e Mario Bianchi (M), che come tradizione vuole a dicembre hanno seguito per KLP i premi Ubu, tornano quindi oggi su un argomento che ultimamente ha infervorato gli animi e creato fazioni anche tra due signore della critica italiana, Claudia Cannella e Anna Bandettini.

M. Renzo sono molto geloso, ti hanno premiato come giovane critico emergente e di me si sono scordati, che sono pure io giovane ed emergente: sono proprio incazzato!

R. Ma questo premio, caro Mario, è di quattro anni fa, il Nico Garrone a Radicondoli. Allora sì che ero giovane, e forse emergente. Ora se sono emerso non lo so, per molti versi ancora lavoriamo come iceberg, con gran parte del nostro impegno sotto la linea di galleggiamento e sostenibilità, ma in compenso, guardandoci in giro e vedendo giurie, premi, lotterie e riffe teatrali di mezza estate mi pare ci sia chi se la gode.
Quanto a te, a che premi ambisci, dopo aver passato una vita a difendere sfortunelli e dalla parte dei poteri deboli?… Lo sai come va il mondo, Eolo!

M. Infatti lì, che non se lo fila mai nessuno il teatro ragazzi, il premio ha forse un senso, anche se l’autoreferenzialità è sempre in agguato; ma se bari e lo dai agli amici degli amici il premio perde anche di valore. Ma quando mi tocca votare (almeno per altre tre occasioni) mi trovo in difficoltà perché, in generale, un premio lo hanno già vinto tutti e mi trovo sempre in disaccordo.

R. A chi si può negare un premio oggigiorno? E degli altri premi che dici?

M. Io li riunirei in un unico premio che dovrebbe concentrarsi soprattutto sul sommerso, andare a pescare i gruppi che operano sul territorio, non interessandosi sempre e solo  ai soliti, ampliando i votanti regione per regione, monitorando l’esistente. E tu?

Enzo Vetrano e Stefano Randisi premiati per il miglior spettacolo a Le Maschere del Teatro 2011

Enzo Vetrano e Stefano Randisi premiati per il miglior spettacolo a Le Maschere del Teatro 2011

R. Io dico che alcuni premi, tipo Le Maschere del Teatro, non si possono proprio vedere. Mi pare che la logica sfugga a ogni possibiltà di trasparenza e pluralità di confronto.
Sugli altri mi pare si sia alzata una polvere enorme con la querelle a distanza fra Cannella e Bandettini che onestamente lascia interdetti.
Io la vedo così: di premi ce n’è fin troppi, e la maggior parte dati in una logica che spesso sfugge al puro merito. Gli Ubu sono un premio storico, importante, ma devo dire che mi sento abbastanza di condividere le osservazioni della Cannella. E’ vero, magari Franco Quadri voleva che a dare i premi fossero anche altri, oltre ai critici, ma almeno era gente che a teatro ci andava, che di spettacoli ne vedeva ad ampio spettro. La diffusione del linguaggio scenico e le consapevolezze erano forse più diffuse. E comunque anche quando Lui c’era, le polemiche non mancavano. Ma adesso i criteri andrebbero esplicitati, sia quelli per i quali si è fra i grandi elettori, sia quelli che portano alle nomination e ai premi finali.
Sui votanti regione per regione temo invece prevalgano campanilismi inutili che porterebbero a segnalazioni forzate ma di bandiera. Insomma non vorrei premi a pioggia a compagnie amatoriali di Rocca Cannuccia. Anche perché, mentre tra fine anni ’80 e inizio ’90, davvero il teatro creativo si spostò in periferia, ora onestamente mi pare di non vedere cose incredibili né in città né in campagna. E la globalizzazione, in fondo, come il network vivo di segnalazioni fra i critici anche di periferia, permette di evidenziare presto eccellenze periferiche, a differenza di qualche anno fa.

M. Intendevo dire, e parlo soprattutto degli Ubu, che non esistono solo Roma, Milano o l’Emilia Romagna, ma anche realtà e personalità che lavorano meravigliosamente e fortificano piccoli luoghi. Ti faccio un esempio, quest’anno il premio Ubu è stato costruito materialmente da Roberto Abbiati, ma quanti dei votanti hanno visto i suoi meravigliosi spettacoli? E gli spettacoli di Giulio Molnar e del teatro di figura? D’altro canto ci sono artisti che vincono premi uno dopo l’altro perché conoscono molto bene tutti i meccanismi per farsi amare dalla critica.

R. Bah, diciamo che l’artista ruffiano è un topos consolidato. D’altronde, ti sbatti, magari sei un po’ in periferia, fatichi per arrivare al festivalino dove per la prima volta ti sottoponi allo sguardo della solita carovana vacanziera di criticoni, che ormai hanno più parole dette che scritte (visto che sui giornali c’è sempre meno spazio)… che vuoi che faccia, uno che sta fuori dai circuiti, vuole campare d’arte e non se lo fila nessuno? Cerca di farsi conoscere. Secondo me in questo in fondo non c’è nulla di male, anche se alcuni studiano proprio gli spettacoli in modo da risultare un po’ post qualcosa, e quindi accattivanti per chi scrive, in cerca di spunti di originalità per un linguaggio che altrimenti resta un po’ morto e accartocciato su se stesso.
Ma molti premi, titoli, riconoscimenti sono dati secondo una logica che sfugge al merito. D’altronde, se guardassimo al puro merito, all’autorevolezza internazionale, al riscontro incrociato pubblico-critica, alla capacità di innovare e innovarsi, quanti artisti italiani passerebbero l’asticella?

M. A parte le Maschere, che è un caso eclatante di conflitto d’interesse, per me curioso ed esemplificativo dell’ignoranza di certa critica è stata pure la scoperta e il premio a Marco Martinelli per il suo pur meraviglioso lavoro con i ragazzi, dimenticando però che da trent’anni si facevano altrettante meravigliose esperienze in tal senso in molte scuole italiane.

R.
Su questa osservazione, ad esempio, io la vedo diversamente. Perché nel caso del Teatro delle Albe secondo me la ricchezza è proprio il connubio riuscito fra prassi di docenza fuori dagli schemi ed esito artistico continuativo, prolungato, attestato. Insomma non mi paiono loro lo scandalo, anzi. Altri sono i premi che mi appaiono opachi, frutto di logiche costruite su incroci di interessi territoriali, amicizie digitali, incroci di piccoli quartieri.
D’altronde la carovana teatrale italiana, con tutto il circo barnum di pettegolezzi miserabili che suole portarsi dietro, è un piccolo mondo di invidie e rosicamenti, che poco spazio lascia alla vera preparazione. Mi capita sempre di considerarlo quando vedo gli attori stranieri nei grandi festival, e mi impressionano sempre quelli tedeschi ed esteuropei, che hanno abilità attorali, ginniche, performative che in Italia sono appannaggio di pochi.
E poi, una cosa che mi intristisce, è che molti teatranti non conoscono il teatro, le compagnie, tanti vanno pochissimo a teatro a guardare gli altri, e sono concentrati sul proprio ombelico. Per cui i piccoli soffrono di nanismo, i nomi noti sono spesso sempre gli stessi, c’è fame di creare qualche fenomeno per portare un po’ di pubblico in sala ed ecco montare generazioni F o X di geni, che dopo sei anni si sfarinano alla prova del tempo. E’ solo il tempo che dà ragione o torto. E a ragione o a torto, in Italia, i grandi nomi sono un po’ sempre quelli, ma non solo per colpa dei soliti noti, ma anche perché, per la legge di Gauss, i geni sono statisticamente pochi.   

I membri dell'associazione Nazionale Critici Teatrali nella seduta del premio 2013 a Lecce

I membri dell’associazione Nazionale Critici Teatrali nella seduta del premio 2013 a Lecce

M. A proposito di premi di questi giorni, io mi trovo anche in disaccordo con il premio della critica a “Le Sorelle Macaluso” di Emma Dante, spettacolo notevole, certo, ma dove ogni cosa è prevedibile, intuisci subito cosa verrà dopo. Io voglio ancora stupirmi a teatro, voglio valorizzare chi non è mai stato valorizzato, dar luce a chi è stato sempre in ombra.

R. A proposito di nomi noti, verrebbe da dire. Lo spettacolo comunque non è immeritevole. Ho visto premiate cose ben minori. Quello secondo me è proprio un premio a come costruire uno spettacolo preciso, tecnicamente ineccepibile. Direi un premio alla tecnica teatrale, che a molti intellettuali metropolitani velleitari o sfortunati periferici, purtroppo spesso manca. Odissee pippologiche di durata insostenibile, “pastiche” di linguaggi e sudate a microfono, giusto per dare un guizzo di contemporaneità. Ricci/Forte, per nominare un celebre duo registico con cui ho avuto una polemica critica sul loro penultimo spettacolo, non mi paiono neanche da questo punto di vista incarnare un male, perché in fondo fanno il loro, hanno costruito un loro pubblico e un loro codice che dialoga con la nostra società, possa piacere o meno.
La tristezza sono i vecchiardi che si riccifortizzano, le scimmiette del nuovismo. E quelli che studiano poco.
Il male del teatro è che guarda sempre e solo a se stesso, che poco conosce le altre arti e gli altri linguaggi, che è approssimativo per la gran parte. Insomma gli intellettuali sudanti alla Morganti sono un numero infinitesimale, mentre la gran parte sono trentenni rampantelli o cinquanta-sessantenni che vedono la pensione lontana e i contributi pubblici in cui hanno sguazzato per anni ridursi.
E allora ecco che di colpo la verità che appare è un’altra: i premi riflettono l’universo sottostante, come il Parlamento. Siamo una nazione arretrata. E questo si vede in tutte le sue miserabili declinazioni. Come quel tale a cui avevo telefonato per scusarmi perché non ce l’avrei fatta ad andare a vedere il suo spettacolo che mi disse: “Ma sì, non ti preoccupare, su questo lavoro di rassegna stampa ne ho abbastanza…”.
 

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