La fragilità di Pushkin e l’importanza di scegliere. Anna Tereshchenko e Biancofanco a Voci di Fonte

Anna Tereshchenko
Anna Tereshchenko

Anna Tereshchenko (photo: vocidifonte.org)

Prima volta a Voci di Fonte. Siena mi accoglie con una giornata di rara bellezza e dall’aria fine. Una salita proverbialmente impervia mi parcheggia l’auto, un vento prepotente mi porta in giro per il borgo storico e finisce per sdraiarmi sul lastricato di Piazza del Campo, un bicchiere di vino mi ridesta. Dico la mia alla presentazione del libro di Andrea Porcheddu “Questo fantasma – il critico a teatro” e attendo di entrare per il primo spettacolo della sera.

Ci siamo chiesti spesso, ultimamente, se e in che misura abbia senso essere severi nel parlare del lavoro di una compagnia di ricerca, soprattutto in un periodo denso di fermenti nuovi, in cui si preferirebbe tendere una mano per facilitare una crescita piuttosto che utilizzarla per fermare l’avanzata di un’idea. E altrettanto spesso ci rispondiamo che tutto sta nel valutare innanzitutto le pretese con cui uno spettacolo arriva sulla scena e si presenta a un pubblico, di qualsiasi scena o pubblico si tratti. Ché è tempo, questo, di relativismi estremi, dai quali forse occorre guardarsi per non cadere in quella sorta di omertà che rende pericolosamente inerti. E allora si rimette sul tavolo la questione se sia o no necessario esprimere un vero e proprio giudizio. Questione largamente affrontata anche nei commenti a questo stesso giornale.

Questione spinosa dalla quale però, in certa misura, dipendono l’efficacia e l’efficienza del lavoro che stiamo facendo, il senso di cui vorremmo sempre essere a caccia, dipende l’essenza della nostra ricerca.


E poi, neanche a farlo apposta, capita di partecipare a un incontro aperto proprio sul tema della critica, e di assistere, in coda, a due lavori che per certi versi hanno molto in comune, che sparano sullo stesso bersaglio da barricate diverse. Possiamo davvero misurarne la potenza di fuoco e, senza neppure accorgercene, esprimere un giudizio netto.

Di Biancofango abbiamo già parlato qui. Compagnia nata nel 2005 a Roma dall’incontro tra la drammaturga e regista milanese Francesca Macrì e l’attore-autore toscano Andrea Trapani, porta a Siena “Fragile Show”, ultimo capitolo di una “Trilogia intorno all’inettitudine”. In scena c’è proprio Andrea Trapani, in completo d’altri tempi bianco panna, scarpe in tinta, frac con code svolazzanti indossato sopra due o tre gilet diversi e cravattini multipli. Paonazzo di rabbia, esasperato e nevrotico, conquista la scena con urgenza di sguardi e movenze. Il testo, scritto da Trapani con Francesca Macrì, prende le mosse dal romanzo di Thomas Bernhard “Il soccombente”, la storia di due pianisti che vengono schiacciati dal virtuosismo insuperabile di un terzo studente che diverrà la leggenda del piano classico, il canadese Glenn Gould. Un talento annientato da un altro talento genera mostri sociali che fanno eco alla disperazione più profonda. Biancofango rielabora quest’opera con originalità e coraggio concentrando tutto su un solo personaggio confinato ai margini di quella socialità malata, e questa variazione sul tema dell’inettitudine assume la forma di una partitura fisica ancora prima che testuale. Personaggi ed evoluzione del racconto trovano spazio in un corpo che strappa tendini, digrigna denti, sputa sillabe come pipistrelli che fuggono da un pozzo scoperchiato, esplode in contrazioni di sudore e guance gonfie sotto la pressione insopportabile degli abiti indossati uno sopra l’altro.

Nonostante qualche tempo qua e là dilatato, la potenza con cui la scena resta in mano al protagonista è invidiabile, sorprendente la sua capacità – in un testo così denso di parole e cesure drammaturgiche – di mantenere viva la propria concentrazione e di conseguenza l’attenzione di un pubblico misto. Vivono molte immagini, vive soprattutto l’interesse di vedere un attore completo costantemente alle prese con un lavoro altrettanto completo. E trovarsi a scambiare queste stesse considerazioni proprio con gli artisti, qualche ora dopo, davanti a un piatto di caciucco, ci ricompensa, soprattutto se nella voce di Andrea Trapani c’è la vibrazione di chi ancora è lì che cerca di migliorarsi, che studia con occhio attento il corpo del suo avversario alla ricerca di un punto debole da colpire per azzerare le proprie fragilità.

Lo spettacolo che chiude la serata è “A Pushkin”, scritto e interpretato da Anna Tereshchenko. Ventitre anni, moscovita. Diplomata alla stellare Accademia Russa d’Arte Teatrale nella classe di Mark Zacharov, grande successo in teatri russi per regie di Shamirov, Cusov e via dicendo. Ora in tournée con questo primo progetto autoriale che prende le mosse dal carteggio tra Pushkin e la moglie Natalia Goncarova, dalla tribolazione per il fidanzamento a quella per la povertà di uno scrittore squattrinato e della sua instancabile (e vana) ricerca della felicità.
Ecco quanto si può offrire come presupposto per introdurre questa seconda barricata, sulla quale a salire è un’attrice-personaggio altezzosa più che austera, cruda più che mordace, schiava della propria superficialità più che promettente una ricerca.
Per una volta ci va di lanciarci in un confronto diretto. Se è un mezzo quasi mai usato è perché quasi mai è efficace: chi va in cerca di una chiarezza di impressioni è bene che rifletta solo e soltanto su quello che ha visto, guardandosi dal porlo accanto a un altro lavoro. Eppure stavolta i presupposti per un parallelo ci sono: due monologhi, due attori sottoposti (di conseguenza, ma neanche tanto) a un grande sforzo performativo, due personaggi che vogliono raccontare un terzo personaggio, che fanno i conti con un mito (da un lato Gould, dall’altro Pushkin).

Nel primo caso il lavoro che Biancofango conduce sul corpo e sui suoi ritmi sembra andare di pari passo con il tema musicale attorno al quale si annoda l’intera vicenda: allora i movimenti delle mani, piccoli e precisi, seguono il solfeggio e la scansione in battute delle arie di Bach; l’attore si muove avanti e indietro come animale in gabbia ma anche come chi ossessivamente studia e ristudia lo spartito, passando di continuo da un movimento all’altro. E allora un intento e una drammaturgia si proiettano sul corpo d’attore.
Nel caso di “A Pushkin” a prevalere è la sensazione che i movimenti siano completamente improvvisati. Nel corpo interessante di Anna Tereshchenko a regnare è un narcisismo totale, completamente ingeneroso nei confronti dell’attenzione genuina di chi tenta disperatamente di trovarvi una direzione, un senso che unisca certi quadri di movimento e lunghe tirate di testo non sembra esistere. Se c’è è completamente nascosto. Dai primi minuti tento di decifrare un codice, invano. Se si mettono così in evidenza certe credenziali (scuole russe, giovane età etc.) bisogna stare attenti a offrire un lavoro che non lasci dubbi, almeno negli intenti, ché il risultato è ben altra cosa.
Si voleva ricreare la frammentarietà del rapporto tra Pushkin e la moglie? Occorreva allora forse sistematizzare quel disordine che sovvertiva la scena, renderlo il più creativo possibile: non basterà mai spargere le lettere a cerchio come quando si gioca a memory. Si voleva parafrasare la tendenza di certi artisti sublimi all’autodistruzione? Non basterà uscire da una scatola come da una bara, ché in questo caso le riflessioni di Pushkin sulla morte e sull’impossibilità di una vita stabile erano ben più profonde. Ricostruire il filo dello spettacolo non sarebbe forse utile, di certo non è possibile, ché troppa ostentazione ha cancellato ogni traccia, come in una pellicola sovraesposta sono scomparsi i colori.

Laddove Andrea Trapani arriva addirittura a esagerare nella definizione dei centimetri da percorrere sul palco, Anna Tereshchenko eccede nel contrario, concedendosi una libertà di divagazione fisica davvero irritante, una confidenza da vis-à-vis senza mai guardare davvero il pubblico in faccia. I pochi momenti interessanti, dove cioè affiora una certa ironia nello stile e nella sua messa in campo, vengono soffocati da una presunzione totale, da un regime assoluto che detta regole assurde alla durata dello spettacolo e alla percettibilità del proprio senso.

Stavolta davvero è necessario capire chi ha intenzione di andare dove. Tutta la buona volontà usata per inseguire la direzione di certi passaggi verrà ora impiegata a comprendere come un lavoro così acerbo possa essere vissuto con tale sfrontatezza. La presenza fisica c’è, esiste. A mancare a Tereshckenko è l’umiltà di chi, come Andrea Trapani e Francesca Macrì, cerca di farsi strada con una riflessione prima di tutto estetica, poi di esecuzione.
Chi ha letto altre pagine di questo giornale sa bene che l’intenzione primaria non è quasi mai quella di decidere quale direzione sia giusta e quale sbagliata. Eppure questa volta, con l’alternativa a portata di mano, sentiamo di aver scelto (e non deciso) la strada che prenderemo.

FRAGILE SHOW
liberamente tratto da Il soccombente di Thomas Bernhard
drammaturgia e regia Francesca Macrì e Andrea Trapani
con Andrea Trapani
costumi di scena: Isabella Faggiano
disegno luci: Mirco Maria Coletti
durata: 1h 10’
applausi del pubblico: 1’ 41’’

A PUSHKIN
di e con Anna Tereshchenko
durata: 1h 40’
applausi del pubblico: 1’ 22’’

Visti a Siena, Santa Maria della Scala, il 18 giugno 2010

No Comments

  • Simone ha detto:

    E’ questo momento di discernere, sfoltire, prendere posizione. Le stesse compagnie lo chiedono a voce alta. Spetta a chi ha sensibilità di prendere responsabilità simili.

  • Ketti ha detto:

    I minuti di applausi sono un dato veramente interessante… a fronte di una critica che evidenzia in maniera così netta la differenza di valore tra i due lavori, la durata degli applausi ha la differenza sono di circa 10 secondi.

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