Fragments. Beckett secondo Peter Brook

Fragments
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Fragments (photo: Pascal Victor – Agence Max PPP)

Pienone, sabato scorso, alla sala Aldo Trionfo del Teatro della Tosse di Genova. Calca al botteghino, molti quelli rimasti fuori. Fa piacere vedere – una volta tanto – una sala gremita, straripante di pubblico. In serate come questa, la speranza di una nuova età dell’oro per il teatro, a dispetto di intrattenimenti più “facili”, prende forza.
È l’effetto Peter Brook e del suo connubio con Samuel Beckett, che basta a garantire uno spettacolo di altissima qualità.

La scena sgombra, definita semplicemente da un uso sapiente delle luci, è tutta degli attori, che la riempiono con destrezza da acrobati, clown, mimi. Le lunghe pause silenziose, caratteristiche dell’atmosfera beckettiana, sono monumento all’esistenza, a quell’essere che si avverte meglio quando le parole sono superflue e il rumore di fondo è cessato. Lo spettacolo, costituito da una selezione di cinque pièces, è lungi dall’essere frammentario (nonostante il titolo) e reca un’unità che traspare sia dagli intenti stilistici sia da quelli tematici.

In “Rough for Theatre” sono in scena due accattoni, un violinista cieco e un mutilato: deficienze fisiche che diventano pretesto metaforico per rappresentare una miseria tutta spirituale, in cui due solitudini non riescono a sanarsi a vicenda e, alla fine, l’unica possibile comunicazione avviene attraverso crudeltà e violenza.
In “Rockaby” l’oscura ossessività di Beckett mette alla prova il talento della brava Hayley Carmichael, cui è affidato il compito di trasferire al pubblico la paura, la solitudine, la perdita d’identità rappresentata dall’approssimarsi della fine, in mille sfumature di significato ripetute sino allo sfinimento nelle frasi della donna che si dondola.
In “Act Without Words II” il gusto per l’esasperazione intriso di comicità è condensato in una scena muta, dove stati d’animo opposti sono a confronto in una stessa situazione, a dimostrare come la realtà sia sempre soggettiva e influenzata dall’intimo sentire di ognuno.
Intuizione perfetta quella di inserire “Neither” tra i “Fragments”, che diviene così ‘reprise’ e insieme epilogo di “Rockaby”: allo scandire esasperato degli istanti finali sul dondolo si sostituisce la rappresentazione dell’assenza in quel ripetuto “self, unself, unspeakable home”.
“Come and Go” chiude in bellezza, con gli attori riuniti a interpretare tre vecchie donne su una panchina. Succede pochissimo ma quel che succede, dilatato, rallentato, portato all’estrema pulizia, ha un effetto deflagrante nella sua essenzialità.

Grande prova antropologica, microscopio puntato sull’esistenza umana ridotta agli estremi – estremamente convenzionale o estremamente ai margini – e quindi libera da sovrastrutture e fardelli, “Fragments” è comunque uno spettacolo concepito per divertire, in cui le umane sofferenze, portate al confine della follia, rivelano la propria irresistibile comicità di fondo, visibile a chi sa guardare con disincanto e saggezza. È questa l’idea che l’allestimento di Brook mette a fuoco, scardinando il pregiudizio sul radicale pessimismo di Beckett: la tragedia è vita, semplicemente. Gioia, dolore, riso e pianto sono solo punti di vista.

Fragments (Rough for Theatre I, Rockaby, Act Without Words II, Neither, Come and go)
di: Samuel Beckett
regia: Peter Brook
collaborazione artistica: Marie-Hélène Estienne
luci: Philippe Vialatte
suono: Pierre Bénichou
con: Hayley Carmichael, Antonio Gil Martinez, César Sarachu
prodotto da: C.I.C.T/Théâtre des Bouffes du Nord, Paris
durata: 1 h 30′
applausi del pubblico: 2’ 15’’

Visto a Genova, Teatro della Tosse, il 18 aprile 2009

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