Francesca da Rimini e il ritorno di Zandonai alla Scala

Maria José Siri è Francesca (photo: Marco Brescia & Rudy Amisano)
Maria José Siri è Francesca (photo: Marco Brescia & Rudy Amisano)

In questi ultimi anni i grandi teatri d’opera, ma non solo quelli, stanno rinnovando la loro programmazione, immettendo finalmente, vicino ai grandi classici, anche opere meno note, che da molti anni non sono più rappresentate.

E’ questo il caso della “Francesca da Rimini” di Riccardo Zandonai, che il Teatro alla Scala di Milano, con felice intuito, sta riproponendo in questi giorni, dall’ultima edizione del 1959 con protagonisti i grandi Magda Olivero e Mario Del Monaco.

L’opera in quattro atti è scritta su libretto di Tito Ricordi II, che lo trasse dall’omonima tragedia di Gabriele D’Annunzio del 1901, la quale, come facilmente si evince dal titolo, si rifà allo storico personaggio protagonista del Canto V della Commedia dantesca. La prima rappresentazione avvenne al Teatro Regio di Torino il 19 febbraio 1914.


La storia si svolge a Ravenna e Rimini e si inserisce nella lotta tra Guelfi e Ghibellini; vede come protagonista Francesca, figlia di Guido I da Polenta che, per ragioni di Stato, come Lucia di Lammermoor, deve sposarsi con Giovanni, detto Gianciotto, figlio deforme di Malatesta da Verucchio, fervente Guelfo.

Per convincerla a sposarlo, al suo posto, le viene presentato il fratello di Gianciotto, più giovane e bello, Paolo, detto appunto il Bello, del quale si innamora perdutamente, ricambiata, ma il matrimonio con Gianciotto viene lo stesso celebrato.

Intanto i Guelfi hanno sconfitto i Ghibellini, e Paolo è stato nominato Capitano del popolo; prima di partire per Firenze, le giura eterno amore, dicendole di essere estraneo al complotto.

Mentre Francesca è intenta alla lettura con sue ancelle della storia di Lancillotto e Ginevra, Paolo, malato di nostalgia, tornato da Firenze, entra in camera sua: leggendo insieme la celebre storia, sono presi da turbamento amoroso e si baciano.

Intanto Malatestino, il fratello più giovane di Gianciotto, anch’egli attratto da Francesca, ha scoperto i suoi incontri segreti con Paolo e, respinto dalla cognata, si vendica. E così, poiché Francesca rifiuta di cedere alle sue avances, Malatestino racconta degli incontri della moglie a Gianciotto, che sorprende lei e Paolo insieme, uccidendoli entrambi.

Siamo dunque davanti a una storia ben presente nell’immaginario comune, che Zandonai narra musicalmente con maestria, imbevendola di vari umori: da Puccini alla Giovane Scuola a Wagner, ma anche memore di Ravel e Debussy, influenze che si notano soprattutto quando l’orchestra è libera dalla vocalità.

Il canto è per la verità di impostazione verista, spesso declamato ed enfatico, che si addolcisce nei duetti d’amore tra i due protagonisti. Amore, guerra e morte sono dunque le tre costanti di quest’opera.

Il regista inglese David Pountney compone un allestimento che cerca di fondere insieme il realismo di una contrastata storia d’amore, immettendolo in una cornice fortemente simbolica, in cui i tre elementi vengono sempre esplicitati. Infatti nella scena realizzata da Leslie Travers dominano un enorme busto femminile bianco, di stampo neoclassico, trafitto da lance, a significare l’ignominiosa ingiustizia inflitta alla protagonista, e un grande libro simile ad un talamo (ma compare anche un piccolo aereo come omaggio a D’Annunzio) su cui si svolgono le scene d’amore: ovviamente il libro che narra di Lancillotto e Ginevra, anche se molti riferimenti, anche testuali, si rifanno a Tristano e Isotta.

La guerra è rappresentata con cannoni che sbucano da alte torri di ferro, fornite di scale, ringhiere e balaustre che ci riportano idealmente al Castello dei Malatesta, su cui si muovono i soldati Guelfi che combattono in scena con i Ghibellini.
La morte, per i due amanti, arriva dall’alto, a guisa di lancia che infilza Paolo e Francesca, mentre Gianciotto li guarda esultante dagli spalti.

I costumi di Marie-Jeanne Lecca richiamano il Medioevo, con accenti preraffaelliti per le donne e d’Italia fascista per gli uomini.
Evidente, nella contrapposizione tra bianco e nero, l’opposizione tra un universo femminile pieno di voglia di vivere e uno maschile truculento e sanguinario, con tanto di testa mozzata in mano a Malatestino.
Le donne, nel terzo e quarto atto, sono vestite da soldatesse, ma si sbarazzano delle divise guerresche per tornare felici, vestite di bianco, per la danza in onore della primavera.
Momento scenico e musicale bellissimo, in cui possiamo ascoltare il suono della viola pomposa, è poi la prima apparizione di Paolo a Francesca, che arriva bardato, come il cavallo, di una armatura tutta d’oro e scintillante.
Nella regia, insomma, sono presenti diverse atmosfere e cambi di registro interessanti anche se, in alcuni momenti, appesantiscono ed imbrogliano lo sguardo dello spettatore.

Photo: Marco Brescia & Rudy Amisano

Photo: Marco Brescia & Rudy Amisano

Fabio Luisi dirige l’orchestra della Scala con piglio preciso, a volte forse eccessivo, a discapito delle voci, ma sottolineando egregiamente tutta la variegata materia sonora che caratterizza quest’opera così particolare.
La protagonista Maria José Siri ha una voce bella e corposa, sia nel canto spiegato sia nel fraseggio, e disegna una Francesca appassionata che si consegna volontariamente alla morte. Meno ci ha convinto il tenore argentino Marcelo Puente, che ha sì il phisique du role ma, secondo noi, il suo canto a volte pare un poco ingolfato e spesso non intriso di quella passione amorosa che il ruolo dovrebbe avere.
Assai convincenti invece il Malatestino di Luciano Ganci e Gabriele Viviani nei panni di Gianciotto, autori di un duetto veramente impressionante per energia e calore.
Ottimo il coro istruito da Bruno Casoni, alle prese spesso con accenti guerreschi. Di giusta maniera gli interventi coreografici di Denni Sayers e l’interpretazione delle interpreti femminili che accompagnano Francesca.
In scena fino al 13 maggio.

Francesca da Rimini
Riccardo Zandonai
Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Nuova produzione Teatro alla Scala
Direttore Fabio Luisi
Regia David Pountney
Scene Leslie Travers
Costumi Marie-Jeanne Lecca
Lighting Designer Fabrice Kebour​
Movimenti coreografici Denni Sayers

CAST
Francesca Maria José Siri
Samaritana Alisa Kolosova
Ostasio Costantino Finucci (15, 26, 29 aprile e 2, 6, 10, 13 maggio)
Ashley David Prewett (18, 21 aprile)
Paolo il bello Marcelo Puente
Giovanni lo sciancato Gabriele Viviani
Malatestino dall’Occhio Luciano Ganci
Biancofiore Sara Rossini*
Garsenda Valentina Boi
Altichiara Diana Haller
Adonella Alessia Nadin
Smaragdi (la schiava) Idunnu Münch
Ser Toldo Matteo Desole
Il Giullare Elia Fabbian
Il Balestriere/Un Prigioniero (in interno) Hun Kim*
Il Torrigiano Lasha Sesitashvili*

*Allievo dell’Accademia Teatro alla Scala

Durata spettacolo: 2 ore e 43 minuti incluso intervallo

Visto a Milano, Teatro alla Scala, il 26 aprile 2018

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