Il tempo in cui volavano i teatri. Intervista a Francesca Mazza

Francesca Mazza in West
Francesca Mazza

Francesca Mazza

In occasione del ventennale di Fanny & Alexander, dal 5 al 21 aprile si è svolto a Bologna “Progetto Oz” che, assieme a Elena Di Gioia, ha portato in città una serie di appuntamenti dedicati a uno degli snodi emblematici del percorso artistico della compagnia. Ne abbiamo seguito una tappa (la replica di “West” al Teatro delle Celebrazioni) per incontrare una delle più significative delle nostre attrici. Abbiamo così intervistato Francesca Mazza, tenendo il romanzo per l’infanzia di L. Frank Baum a guida di un viaggio nel “Meraviglioso mondo del teatro”.

Il personaggio che ami di più o hai più caro nel Mago di Oz, e perché.
La risposta è banale, ovviamente la protagonista, la piccola e mite Dorothy. E’ un personaggio molto riuscito… chi non vorrebbe essere lei? Ha questa innocenza, persino quando fa il male è un male che è in realtà un bene. Inoltre ha coraggio, intraprendenza. Per me Dorothy è un’età, o meglio un tempo: il tempo del coraggio, della caparbietà, della fede, nel senso che lei crede che tutto sia possibile, tutto quello che le accade non desta sorpresa in lei perché ancora non conosce che ci sia una limitatezza nel nostro essere, e quindi si abbandona a questa avventura, coraggiosamente. Il primo atto di coraggio, che è quello che forse anche più me la fa sentire vicina ed amata, è quello di salvare il suo cane: la molla di tutta la vicenda è legata al fatto che lei scappa di casa per salvarlo.

Parliamo di drammaturgia: come sono nati, in questo caso, i testi? E come ci si specchia in Dorothy da attore (autore)?
Essendo “West” l’ultimo capitolo di tutta una teoria di spettacoli, c’è stata una sorta di progressiva germinazione di questo lavoro. Partendo dal primo, “Sconcerto per OZ”, in cui io oltre a essere una delle tante Dorothy ero anche il leone – e quindi colui che va dal mago a chiedere il coraggio – nella tappa successiva (che per quanto mi riguarda è stata “Emerald City”) mi è stato chiesto di comporre una specie di confessione in cui dire quale tipo di coraggio avrei chiesto al mago. Io ho risposto: “il coraggio di dire di no”, e proprio partendo da questo ulteriore passaggio siamo arrivati a “West”. Ci sono stati una serie di incontri tra me e Chiara Lagani; lei sollecitava in me delle riflessioni e anche dei racconti attinti dalla mia biografia personale, e così è nato il testo che è sì ampiamente autobiografico anche se mescolato e confuso con frammenti tratti dall’opera di Baum e addirittura dai discorsi di Berlusconi.
C’è stato un momento nel corso delle prove in cui mi sono resa conto di quanto personale fosse questa mia esposizione e sono un po’ andata in crisi, mi son chiesta quanto fossi disposta ad espormi così. Nel momento in cui sono in scena però sono in un meccanismo talmente particolare che quelle sono sì storie mie, ma in realtà smettono di esserlo e divento una specie di tramite, di avatar, in questa vicenda.

Francesca Mazza in West

Francesca Mazza in West (photo: © Enrico Fedrigoli)

La costruzione della partitura fisica, la sua genesi, e poi abitare i gesti: quale agio/disagio, se sono di contrappunto alla parola, o quale relazione musicale/ritmica hanno con essa?
Il lavoro dello spettacolo in questo senso è davvero collettivo, perché se partiamo per esempio dalla musica, che non è la stessa ogni sera, un certo brano può spingere Marco Cavalcoli, che mi dà gli ordini sulla partitura gestuale, a farmi fare un certo ritmo. Questo ritmo fisico mi porta a dire le battute che sta suggerendomi Chiara Lagani in un certo modo, e Chiara mi fa dire le battute perché sto facendo quel gesto, poi a quel punto magari Marco sposta il gesto da un’altra parte… quindi il lavoro è essenzialmente collettivo, anche se in scena sono sola. Ci sono delle regole di contagio interno fra tutti e quattro: tra il dj-set, Chiara che mi dà il testo, Marco che mi dà i gesti e io che li eseguo. Non ho un tempo, se non forse un po’ nelle parti iniziali, in cui decidere come fare il gesto o come dire la battuta, perché immediatamente sono incalzata da altri gesti e altre battute. È un lasciarsi attraversare. È curioso, perché non puoi che stare in uno stato di svuotamento per poterti far attraversare, ma nello stesso tempo quello che ti attraversa è qualcosa di profondamente tuo, e quindi non so spiegarti altro se non che è uno star dentro e nello stesso tempo sentirsi abitata.

Hai fiducia? Ovvero: uno spettacolo può uccidere la strega dell’Ovest? O se non la uccide, ci può combattere?

Non la può uccidere ma ci può combattere, credo proprio di sì. Ho visto – per fare un esempio se vuoi abbastanza scontato – spettacoli infinitamente più potenti di tanti discorsi politici. Perché la politica dovrebbe poi riguardare la polis, riguardare il cittadino, la nostra etica, le regole che ci diamo, le decisioni che prendiamo… Ecco, io credo di aver visto spettacoli infinitamente più potenti ed efficaci di quello che invece viene spacciato per “politico” o per riflessione politica.

I nemici sono davvero sempre altri, lontani: streghe, distanze, malattie venute dal di fuori a sproposito, cani o uomini feroci?
No. Se vuoi, la confessione più cruda in “West” è quella che chi non sa dire di no è un po’ nemico a se stesso… Non credo che i nemici siano sempre gli altri; credo che la prima persona con cui dovremmo imparare a fare pace siamo noi.

L’uragano porta via la casa. Immagino saprebbe far volare anche i teatri. Ci stanno del resto provando in molti. Chi sono stati o chi sono i tuoi compagni di viaggio con cervello, cuore e coraggio che hanno fatto di te l’attrice che sei e reso il viaggio possibile e duraturo?

Ci stanno riuscendo, a far volar via i teatri. In quanto ai compagni che hanno reso me stessa e il mio viaggio quello che sono: assolutamente tutti quelli che ho avuto. Nessuno escluso. Ho avuto molta fortuna perché ho avuto dei maestri, a partire da Alessandra Galante Garrone, che è stata la mia maestra a scuola e che ha sempre avuto molta fiducia in me. Quando è morta Alessandra, perché purtroppo certi pensieri si fanno sempre quando le persone non ci sono più, mi sono resa conto di quanto, in certi momenti della mia vita di sfiducia, di sconforto (che capitano a tutti e magari non solamente dal punto di vista professionale), l’idea che lei avesse avuto fiducia in me e che mi stimasse e che pensasse che fossi una brava attrice… quanto mi ha sostenuto in quei momenti! Come dire: un attimo, quella persona credeva in me e quindi vuol dire che ci devo credere anche io. E dopo Alessandra sicuramente Leo [De Berardinis, ndr], perché lui è stato un grande maestro, ho lavorato con lui 12 anni e non è stato solo un maestro per quanto riguarda il mestiere dell’essere attore, ma per quanto riguarda il pensiero del “come” stare nel teatro, di come essere attori. E dopo Leo io… io non mi sono arricchita con il teatro [ride], già ci vivo e mi sembra un grande privilegio rispetto purtroppo a un grande numero di colleghi, però quello di cui vado assolutamente fiera è il mio curriculum. Ho sempre fatto cose belle, cose che avevano un senso, al di là se vuoi della riuscita.

Cosa ti colpisce di un bravo attore? Quando un attore è bravo per te?
La naturalezza, la sensazione che non sta facendo nessuna fatica a fare quello che fa. Al di là di performance che richiedono una fatica fisica, ecco che tu spettatore vedi che non sta rincorrendo un risultato, ma è semplicemente, è naturalmente quella cosa che sta facendo. Un’altra cosa che amo molto negli attori è quando riescono a non aver bisogno di esibire la loro bravura, di mostrare quanto sono bravi, ma semplicemente riescono a essere al servizio di un’idea, di una visione teatrale, di uno spettacolo, di un’energia che viene messa in campo. Ecco, questo è quello che amo negli attori.

Svelaci uno spettacolo che ti è piaciuto, diciamo… un consiglio come lo daresti a un amico.
Uno spettacolo recente. Ho visto, purtroppo solo la IV tappa, di questo viaggio che è “L’origine del mondo” di Lucia Calamaro. L’ho adorato. Ho trovato Daria Deflorian bravissima, la drammaturgia molto interessante e la regia nitida. L’ho veramente amato molto.

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