Francesco Marilungo e Cecilia Ventriglia: la nostra danza deve rimanere dal vivo

Cecilia Ventriglia (photo: sostapalmizi.it)
Cecilia Ventriglia (photo: sostapalmizi.it)

Abbiamo incontrato online Francesco Marilungo e Cecilia Ventriglia, entrambi ospiti a Pesaro nell’ambito di “Marche Casa Del Teatro. Residenze d’artista”, progetto promosso dal Comune di Pesaro e dell’Amat con il sostegno di Regione Marche e MiBACT: due residenze, due occasioni a cui a agganciarsi con speranza, come naufraghi sulle zattere, di ritrovare il proprio corpo, riprendere a misurarsi con la propria creatività per potersi di nuovo riconoscere dopo tanta inattività.

Il non potersi allenare, il non poter ritrovare le emozioni nei muscoli, nelle forme mutevoli con cui l’articolarità modella i segmenti del corpo rendendoli segno, è la grande mancanza che sentono i danzatori, una mancanza importante perché anch’essa contribuisce a togliere il senso di sé, già molto minato dalla poca considerazione che tutti i lavoratori dello spettacolo dal vivo scontano nel panorama economico e sociale del tempo pandemico. Ecco perché non potevamo non includere nella nostra conversazione i temi più stringenti sulla situazione attuale.

Francesco Marilungo, di Montegranaro ma attualmente di stanza a Milano, è ospite al Teatro Sperimentale. Cecilia Ventriglia, ascolana di origine, tornata nella sua terra dopo esperienze italiane ed estere, lavora alla Chiesa della Maddalena.
Per Francesco si tratta di continuare un lavoro che ha già vinto il premio Prospettiva Danza, e ha già avuto possibilità di prove aperte e riscontri.
Per Cecilia la seconda occasione di lavorare su un’idea, nata a ottobre 2019, incentrata sulla relazione con gli oggetti.

Ce la racconti?
Cecilia: Nell’idea ho coinvolto Davide Calvaresi e Pietro Caldarelli. Per il primo periodo abbiamo provato in un pub a causa della grande difficoltà nel trovare spazi. Il lavoro è partito in maniera artigianale e concreta, non da tematiche ma dall’esplorazione fisica delle possibilità di misurarsi con qualcosa di inanimato. Abbiamo iniziato dalle catinelle e siamo arrivati a un pupazzo a sembianze umane che piano piano ha iniziato a connotarsi di un evidente valore simbolico. Questo ha cambiato la relazione e lo spazio, facendoci inoltrare in qualcosa che si lega a quelle domande esistenziali che ti spingono su sentieri molto personali. Lavorando sulle immagini che si creavano ci siamo resi conto che stavamo costruendo dei quadri. Siamo quindi ora nella definizione di una struttura che io qualifico a mo’ di polittico. Ogni quadro indaga una comunicazione e una relazione perché il pupazzo entra sempre, almeno per ora, in relazione con il corpo vivo e reale. Cardarelli ha creato un dispositivo luminoso di nuova tecnologia, una smart light gestita da una app sul cellulare, la cui luce aiuta a definire i quadri. Grazie alla rete Nuove Traiettorie, in collaborazione con Amat, abbiamo ottenuto questa nuova residenza che si è rivelata molto produttiva e utile, una botta di vita incredibile, vitale, un respiro dopo l’inattività”.

Love Souvenir di Francesco Marilungo

Love Souvenir di Francesco Marilungo

Percorso inverso per Francesco. Il tuo lavoro è partito da una tematica scottante e continuamente alla ribalta: l’oggettivazione del corpo femminile, il corpo sessuato che si fa merce e viene venduto.
Francesco: Nei miei lavori sono interessato al lato oscuro dell’uomo, agli istinti, alla sessualità, al perturbante e a tutto ciò che è connesso al desiderio interdetto. Il fenomeno della prostituzione è in parte legato al lato istintuale dell’essere umano, a quella parte che spinge ad appagare i propri impulsi sessuali attraverso un corpo che si fa merce. La figura della prostituta ha un fascino che ha attraversato i secoli; nell’immaginario collettivo ha assunto quello che Aldo Carotenuto potrebbe definire come ‘fascino discreto dell’orrendo’, in quanto figura che, pur appartenendo al quotidiano, rappresenta una devianza dalla norma ed è pertanto relegata ai margini della società. La lunga ricerca che ho iniziato per poter realizzare questa performance ha attraversato diverse tappe: dalla lettura/analisi di testi di sociologia, psicologia e antropologia alla collaborazione con organizzazioni assistenziali che recuperano ragazze di strada. Sono entrato in contatto con una realtà molto complessa, lontana dalla polarizzazione comune, che induce a concentrarsi solamente su due alternative: la donna vittima sfruttata sessualmente e la escort di alto bordo. Nel mondo del sex work esistono molte altre sfumature: sex worker indipendenti, chi offre servizi sessuali solo part-time, chi lo fa attraverso mezzi virtuali, le “infermiere del sesso” che soddisfano le esigenze fisiche dei disabili etc.

Il tuo lavoro vuole lanciare un messaggio?
Francesco: Non voglio portare nessun messaggio, il mio intento non è moralistico; più semplicemente vorrei mostrare una realtà che spesso è specchio di dinamiche di potere già presenti nella nostra società, farla conoscere allo spettatore e indurre a una riflessione: la ricerca apporta conoscenza e la conoscenza è un valore. Al contrario di quello che è l’immaginario comune, solo una sex worker su 7 è vittima di tratta.

Cosa pensate sull’uso dello streaming per ovviare all’impossibilità della presenza?
Francesco
: Sono contrario allo streaming; per me le arti dal vivo devono essere dal vivo, si fondano su uno scambio di energie, un’empatia, un feedback autopoietico tra artisti in scena e pubblico. Se non c’è questo scambio la cosa non funziona, per quanto possa essere fatto bene il prodotto. Il nostro non è un linguaggio che può andare in video, non è nella sua natura. Noi artisti che lavoriamo nello spettacolo dal vivo non possiamo nemmeno improvvisarci a fare lavori adatti allo streaming, o meglio, potremmo farlo ma avremmo bisogno di un periodo di sperimentazione per trovare un linguaggio consono e funzionale, per poterci approcciare a una nuova forma di arte. Il mio no è categorico, sono totalmente contrario al teatro online. Chi lo propone non conosce il teatro, così come non conosce il teatro chi propone una Netflix della Cultura e la riapertura dei teatri per il 27 marzo senza una strategia, una progettualità.

Cecilia: Se per streaming intendiamo la sperimentazione digitale di forme artistiche, utilizzando il digitale come uno dei protagonisti della performance, questo apre a possibilità in dialogo che può generare una forma artistica nuova e una nuova forma di fruizione. Lo streaming invece come surrogato dello spettacolo dal vivo non mi piace. Forse potresti raggiungere un pubblico molto più vasto e lontano, ma fondamentalmente si perde il senso della condivisione.

Com’è lavorare in questa situazione così incerta e confusa, senza la certezza di un debutto, in cui non si possono fare prove aperte, avere feedback e tutto quello che una residenza, in quanto momento di ricerca, comporta?
Francesco: E’ fondamentale continuare a fare residenze per poter continuare a ricercare. Noi abbiamo un debutto stabilito e quindi per noi è sicuramente più facile, abbiamo un orizzonte, ma la ricerca è utile anche quando è fine a se stessa. Inoltre noi danzatori non possiamo stare fermi, il nostro corpo deve recuperare la sua forma e essere pronto. Continuare a fare residenze può essere utile in tal senso. Sul lavoro cerchiamo di seguire i protocolli di sicurezza anti-contagio. In Scala ci tamponavano ogni 5 giorni, ci fornivano una mascherina ffp2 al giorno, che dovevamo indossare anche in prova e abbiamo tolto solo per la registrazione.
Nell’ambito della danza contemporanea, dove la disponibilità economica non è quella della Scala, tutto questo è improponibile. Facciamo un tampone all’inizio della residenza e creiamo una sorta di ‘bolla sociale’, stiamo fra di noi, cercando di evitare per quanto possibile contatti con il mondo esterno. Non c’è solo la paura della malattia in sé, ma anche e soprattutto quella dell’impossibilità di lavorare; non abbiamo ammortizzatori che ci garantiscano un supporto economico nel momento in cui perdiamo una residenza o una produzione; il risultare positivi comporta proprio questo.

Cecilia: Io che tendenzialmente sono ottimista, mi sono proprio caricata in positivo e voglio quindi proseguire. Ero molto disorientata e lontana da me e dal mio corpo, e vista la situazione non capivo come andare avanti. Se non hai un debutto stabilito sei più libero dal punto di vista della sperimentazione, ma vivi anche con la paura della sparizione del tuo lavoro, data la difficoltà di trovare canali di circuitazione. Iperproduzione e non circuitazione: i problemi di sempre.

Proprio a proposito di questo, sono nati molti movimenti – soprattutto durante il primo lockdown – che hanno cercato di mettere in luce le difficoltà da un punto di vista organizzativo nonché contrattuale e fiscale del settore. Voi ne avete approcciato qualcuno?
Francesco: A inizio pandemia mi sono iscritto subito alla CGIL, perché in quel momento stavo lavorando in Scala e rischiavo di vedere svanire nel nulla un mese di prove, avevo bisogno di un supporto. Sono entrato anche a far parte del movimento Lavorator_ della danza e al suo interno ero referente del Tavolo Riapertura; ho organizzato alcuni talk invitando operatori nazionali proprio per affrontare i problemi legati alla ripartenza. Credo e spero, anche se ho dei dubbi, che questa possa essere l’occasione per unirci e far sentire la nostra voce come lavoratori, per farci riconoscere come tali. Ma vedo ancora molto individualismo tra i miei colleghi, e noto una certa resistenza ad aderire a movimenti, ad assumere una posizione comune. Sono entrato anche nel Coordinamento degli Artisti della Scena Marchigiana (CAM), che è nato nella mia regione di nascita, ma non sempre riesco a partecipare agli incontri, lavorando è difficile. Sono dinamiche lente, che avranno bisogno di tempo, ed è bene che si continui; faccio i miei complimenti a chi di noi, con grande volontà e disponibilità, porta avanti le istanze per tutti. Sicuramente hanno già ottenuto un importante risultato: quello di portare maggiore coscienza e consapevolezza dei propri diritti ai lavoratori dello spettacolo; ho avuto questa chiara percezione confrontandomi con molti miei contatti.

Cecilia: Ho iniziato subito a partecipare alle riunioni organizzate dal sindacato regionale grazie alle ragazze del Grap Sharing Marche; avevo già avuto una esperienza con SLC_CGIL che era andata a buon fine, quindi ho accolto questa apertura a braccia aperte e con totale fiducia. Mi ha fatto molto piacere vedere che finalmente c’era qualcuno che ci ascoltava con attenzione per capire le nostre criticità e problematiche, mi ha mostrato come fosse sbagliato il sistema e non noi. Mi ha fatto felice vedere poi altre persone inserirsi strada facendo. Io mi sono inserita anche se un po’ in ritardo, vittima della bulimia di incontri, gruppi e movimenti, dentro CAM. Non è semplice dedicare così tanto tempo, questo nostro tempo fragile, ma la cosa che sta funzionando è che si fa sempre più squadra in un bel passaggio di informazioni e solidarietà. Condivido che sarà un processo lungo, però importantissimo per non doversi più lamentare. L’attuale situazione è in parte anche colpa nostra, perché non abbiamo guardato in faccia i problemi. Questo tipo di lavoro è fondato su una passione che ti prende e ti acceca rispetto agli altri aspetti più burocratici, fiscali. Ma anch’essi sono fondamentali. Alcuni colleghi si sono ritirati perché li trovavano incomprensibili, ma ci fa bene conoscerli perché sono parte integrante del nostro lavoro, non dobbiamo peccare di ignoranza. L’aiuto che mi piacerebbe dare è essere una specie di raccordo tra il sindacato regionale e gli artisti, aiutare nella prossimità. Penso questo anche rispetto al lavoro dell’artista dei nostri tempi, che deve essere calato nel territorio. I teatri dovrebbero essere le nuove piazze, le nuovo parrocchie, luoghi di scambio, di socialità, di integrazione.

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