I fratelli Karamazov, pendolari moderni fra Toscana e Sardegna

I fratelli Karamazov

Dwerryhouse e Meloni ne I fratelli Karamazov (photo: metastasio.it)

Sarà in scena a Prato da stasera, e fino al 22 aprile, “I fratelli Karamazov” (dal celebre romanzo di Fëdor Dostoevskij), secondo atto della collaborazione produttiva fra Teatro Metastasio e Teatro Stabile della Sardegna.

Siamo andati a Cagliari a vedere una delle prime rappresentazioni assolute. Ed ecco due considerazioni di carattere produttivo e organizzativo: i due teatri stanno realizzando un progetto concreto di stabilità per una compagnia teatrale composta da attori di area pratese o cagliaritana (il primo atto è stato quel “Giardino dei ciliegi” diretto da Paolo Magelli, vincitore del Last Seen 2011 di Klp). Grazie a questo accordo, il gruppo di attori riesce ad avere una certa continuità lavorativa difficile da ipotizzare per molti dei loro colleghi in questi tempi di vacche magre. Niente fantomatiche coproduzioni con teatri stranieri di tendenza, niente allestimenti colossali a scapito della tournée, insomma niente fuochi d’artificio e soprattutto niente sprechi, ma un lavoro concreto svolto con professionalità e buoni risultati artistici.

La seconda considerazione elogia il contesto in cui si sono svolte le repliche de “I fratelli Karamazov” per la regia di Guido De Monticelli, direttore artistico dello Stabile sardo: a far da cornice è stato I festival di filosofia in Sardegna, sottotitolato “La legge la libertà la grazia”, evento colto e mondano con un impressionante afflusso di pubblico.

Il festival si è rivelato perfetto per costruire un evento attorno al grande dramma di Dostoevskij: hanno avuto la parola personalità di spicco del mondo della filosofia, tra cui il teologo Vito Mancuso, che ha parlato con passione e comprensibilità di espressione della figura del filosofo russo Pavel Aleksandrovič Florenskij. Un argomento ostico narrato invece con limpidezza e competenza a una platea composta sicuramente non solo da studenti e professori di filosofia. Arrivare al grande pubblico con semplicità e naturalezza: questo dovrebbe essere l’obiettivo di un intellettuale moderno. In un’era in cui il consumo di cultura trova numerosissimi e agguerriti diversivi e competitori, bisognerebbe avere la sapienza di avvicinare il potenziale pubblico e non di allontanarlo. Dico questo pensando all’esempio di Mancuso rispetto a molto mondo del teatro.

Il Karamazov di De Monticelli, che propone un certo filo rosso e russo con il Giardino, è uno spettacolo che nasce dalla consapevolezza di quanto la componente dialogica sia importante nell’opera di Dostoevskij. La riduzione dal testo originale (a cura di Roberta Arcelloni e dello stesso De Monticelli) è stata sicuramente difficile e dolorosa, ma nel complesso la trama è chiara, e la messainscena ha momenti illuminanti.
Il primo di questi è senza dubbio l’inizio: “Dio c’è?” tuona il padre Fëdor Pavlovič, ubriaco, ai suoi figli. Due parole per riassumere uno dei grandi interrogativi della scrittura di Dostoevskij, alle quali i due figli Ivàn e Alëša risponderanno in maniera antitetica.
Altro momento intenso è l’incontro fra il giovane Alëša e Grùšen’ka. Il contrasto tra i due personaggi (timido e mite lui, spavalda e attraente lei) sta tutto nel contrasto degli attori in scena: Valentina Banci, che qui fa quasi un “cameo” intenso e appassionante, e Francesco Borchi, la cui innocenza e dolcezza appare perfetta per tratteggiare la figura del figlio diciottenne protagonista dell’opera.
Il compito di tentare la mediazione starà a Rakìtin, interpretato da Daniel Dwerryhouse, pratese trapiantato a Cagliari ovvero l’icona – a sua insaputa – di questo rapporto produttivo tra Toscana e Sardegna.

Altro personaggio interessante è quello dello Stàrec: presenza fondamentale per Alëša nell’opera e per Dostoevskij nella vita. Non è altro che un monaco russo, inquietante nella realizzazione registica di De Monticelli in quanto personaggio mistico e grottesco, autoritario e ridicolo. La maturità spirituale dello Stàrec è a tratti paradossale nell’interpretazione di Paolo Meloni. Verrà immolato su una bara, a perenne memoria del fedele allievo Alëša: una bara che si rivela un interessante oggetto che, da tavolo, roteando, diventa divano e ritorna tavolo, inserendosi come una spada nella restante scenografia, creando convivialità e dividendo. Un tavolo che ruota come un orologio orizzontale a scandire amori e tragedie dei Karamazov, come le ruote della gonna con cui va a spasso la sbarazzina Lise, interpretata da Silvia Piovan. Un tavolo che è ben più di un semplice oggetto di scena, capace di dominare la visione del pubblico e di prenderlo di sfuggita; come il letto, che appare dal nulla del ripudiato Smerdja
kòv (Luigi Tontoranelli).

La compagnia è affiatata e molto variegata: e nello staff – in scena e fuori – ci sono ben quattro dei cinque componenti del consiglio di amministrazione del Teatro Stabile della Sardegna.  
I personaggi citati sono, a parer di chi scrive, quelli che svettano, anche se lo spettacolo gode di altre interpretazioni ben sviluppate al servizio del testo.
Alcuni tagli erano d’obbligo per un tomo impossibile da mettere in scena nella sua interezza. Ciò che manca sulla scena è invece una maggiore fisicità, un maggiore dinamismo, che vada oltre i girotondi per assestare il lungo tavolo, ripensando soprattutto ai movimenti di cui è stata capace la stessa compagnia nel Giardino pratese.
Una staticità in cui trova libera espressione la parola, sacra e profana, urlata e sussurrata, che compie parabole inimmaginabili e descrive, tratteggiata dalla penna del grande autore russo, la complessità del carattere umano, perso tra lotte ed amori, passioni e fede.

I fratelli Karamazov
dal romanzo di Fëdor Michailovič Dostoevskij
drammaturgia: Roberta Arcelloni e Guido De Monticelli
regia: Guido De Monticelli
scene: Lorenzo Banci e Federico Biancalani
costumi: Zaira De Vincentiis
disegno luci: Loïc François Hamelin
musiche: Mario Borciani
regista assistente: Rosalba Ziccheddu
con: Valentina Banci, Francesco Borchi, Daniel Dwerryhouse, Corrado Giannetti, Elisa Cecilia Langone, Mauro Malinverno, Fabio Mascagni, Paolo Meloni, Silvia Piovan, Cesare Saliu, Maria Grazia Sughi, Luigi Tontoranelli
produzione: Teatro Stabile della Sardegna / Teatro Metastasio Stabile della Toscana
durata: 3 h
applausi del pubblico: 3’ 27’’

Visto a Cagliari, Teatro Massimo, il 25 marzo 2012

Se apprezzi il nostro lavoro puoi farci una libera donazione. Grazie!


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *