Il Freddo intenso e tragico di Lars Norén

Freddo - Lars Norén
Freddo - Lars Norén

Freddo – Marco Plini (photo: teatrodiroma.net)

Attaccati l’uno all’altro come scimmie di una stessa famiglia, come bambini in una ludoteca, si muovono con agitazione spasmodica, dentro una scatola bianca e ossessiva che è la scena, gli interpreti del massiccio “Freddo” del drammaturgo svedese Lars Norén diretto da Marco Plini.

Assetato di rigore ed esasperazione, il regista chiede ai suoi giovani attori una recitazione sfrenata, densamente sfogata, carica di sovratoni. Esige una certa adesione alla parte, una irrazionale vicinanza col personaggio. Perciò, all’inizio, il buio teso della sala è squarciato dalle urla animalesche e dalle secche scazzottate di tre diciassettenni neonazisti, in preda alla noia di un anonimo ultimo giorno di scuola.

Soli come lupi, passano il tempo ad esercitare la meccanica della forza, impegnati in esercizi muscolari per glorificare il corpo di pura razza svedese, maledettamente smarriti nel continuo raccontarsi la fedeltà all’ideologia, o mandando giù litri di birra.

In questo contesto la tragedia annunciata non sopraggiunge solo alla fine, quando Kalle, il ragazzo sudcoreano adottato a due anni da genitori svedesi e per questo completamente integrato e svedese, verrà ucciso a forza di botte dai tre scellerati.
La tragedia è infatti già nelle pieghe vacue di quei pomeriggi senza senso, nel loro inconsapevole smarrimento cosmico. La tragedia è nello sguardo di chi li vede perdere la gioventù fra tatuaggi e ‘uliganerie’, a seguire ancora oggi una ideologia di razza.
La colpa di Kalle, infatti, risiede soltanto nelle sue fattezze asiatiche. Poco importa la sua manifesta volontà di contribuire alla società, di lavorare, di continuare i valori che la comunità svedese, tramite i suoi genitori adottivi, ha trasmesso in lui. Non c’è margine per i tentativi. Kalle deve subire le umiliazioni, dapprima verbali, poi il furto di soldi e cellulare, infine la morte per pestaggio. Tutto avviene nell’arco di un pomeriggio.

L’autore fa ricorso a un aggettivo che connota la temperatura, per inquadrare fin dal titolo la gelida insensibilità che pervade tutto. Freddo. È quindi adeguata la scena di Plini, che chiude una semplice struttura di gioco di un comunissimo parco pubblico dentro una algida scatola bianca. Pochi acuti suoni elettronici tendono l’atmosfera.
Ben riuscito anche il tentativo di adattare alla nostra lingua il clamoroso testo di Norén, così tormentato di violenza verbale, che riesce a imporsi nella banalità di un pomeriggio, come ci riuscirebbe la notizia di un pestaggio brutale trasmessa al telegiornale.
Lo sentiamo in Keith ad esempio (Michele Di Giacomo): folle, obnubilato, nostalgico fedele di Thor, diavolo latrante che strozza continuamente la parole in gola, conficca gli occhi in quelli dell’avversario, pretendendo che venga raccolta la sfida per essere legittimato a sguinzagliare la sua violenza. È lui il centro fragoroso dell’azione, da lui partono le idee, è il leader dello sparuto gruppetto. E in questa mistura di sinistro e angoscia fa fatica ad inserirsi il fragile Ismael (un bravo Federico Manfredi): anche lui di origini “straniere”, ma accettato dal clan per via della sua adesione all’ideologia; il “suo” nazismo in fondo è solo una volontà di rivalsa dagli orrori familiari tra cui è passato: il suicidio di un fratellino, la reclusione del padre. Toccherà a lui, ob torto collo, infliggere il colpo di grazia allo sfortunato Kalle, suo compagno di classe.

Bravissimi tutti gli attori, tesi e coesi fino all’ultimo, come esige questo testo non facile, che allerta, mette in guardia e ribadisce, se ce ne fosse bisogno, il pericolo che si ripara dietro certe ideologie.
L’ennesimo, grandissimo, testo di Norén (già più volte messo in scena in Italia), che racconta di guasti mostruosi proprio in quella che oggi si considera tra le più riuscite delle società europee.

Freddo
di Lars Norén
traduzione: Annuska Palme Sanavio
regia: Marco Plini
con: Angelo Di Genio, Michele Di Giacomo, Alessandro Lussiana, Federico Manfredi
produzione: Emilia Romagna Teatro Fondazione
durata: 1h 20’
applausi del pubblico: 1′ 50”

Visto a Roma, Teatro India, il 7 aprile 2011