Fucking Bitch: Leschiera nel marcio della coppia

I protagonisti di Fucking Bitch (photo: Marco Nocerino)
I protagonisti di Fucking Bitch (photo: Marco Nocerino)

C’è il sapore della letteratura dell’Est europeo in “Fucking Bitch”. Anche se il tema centrale, il rapporto uomo-donna come relazione caratterizzata dalla volontà di sopraffazione maschile e di sottomissione femminile, sembra non conoscere coordinate storico-temporali precise, e s’incardina in un paradigma universale.

Lo spettacolo, al recente debutto nazionale allo Spazio Tertulliano di Milano, inizia con una storia della tradizione medievale ungherese riscoperta da Agota Kristof, da cui Antonello Antinolfi e Francesco Leschiera hanno ricavato la drammaturgia.

Il balzo nel presente è rapido: una donna legata e bendata siede su un water, chiusa all’interno di una gabbia. Con toni strazianti, la donna ripercorre la propria storia di violenza e crudeltà.
Una prostituta e un cliente. Una moglie e un marito.
Come la castellana della leggenda medievale, anche lei ha un principe di cui è innamorata, che lavora in città ma torna tutte le sere e si illude di preservarla dal dolore sottraendole ogni libertà, inclusa quella di movimento.

Sequestrata in un appartamento lontano dalla città, costretta a crudeli mutilazioni, la donna viene privata prima dell’uso delle gambe, poi delle orecchie, infine della vista, destinataria di sevizie, aggressioni, insulti e violenze di ogni tipo. Vive senza legami con il mondo esterno per conservare il rapporto con l’uomo che ama. Ad aiutare il marito aguzzino è un amico medico.

In questo mix d’acredine e rabbia, nel tripudio degli istinti più bassi, si realizza tuttavia un capovolgimento di ruoli: la vera vittima è il carnefice, in questo caso i due carnefici, incapaci di elaborare i sentimenti e di vivere le emozioni.

Le immagini rivestono un’importanza centrale nello spettacolo. La gabbia che domina la scena, luogo claustrofobico, diventa metafora della possibile degenerazione del rapporto uomo-donna.

Rielaborando i due testi di Agota Kristof “La chiave dell’ascensore” e “L’ora grigia”, Antinolfi e Leschiera realizzano una scrittura di scena giocata sull’emotività.
La brutalità della storia viene superata dall’aver privilegiato registicamente l’introspezione psicologica e l’inquietudine esistenziale dei protagonisti attraverso un uso sapiente dei silenzi, che risultano più forti delle urla e della gestualità a tratti stagnante.
La buona interpretazione di Sonia Bulgarello, che porta in scena le sfumature della lacerazione dell’anima di una donna ferita, è accompagnata da quelle di Alessandro Macchi e Matteo Ippolito, due fisicità maschili diverse, quasi contrapposte, accomunate da un destino di violenza.

FUCKING BITCH (ASSENZA)
dai testi di Agota Kristof “La chiave dell’ascensore” e “L’ora grigia”
drammaturgia di Antonello Antinolfi e Francesco Leschiera
regia di Francesco Leschiera
con Sonia Maria Teresa Burgarello, Alessandro Macchi e Matteo Ippolito
Luci di Luca Come Luce (Luca Lombardi)
Assistente regia Giulia Pes

durata: 1 h 10’
applausi del pubblico: 3’

Visto a Milano, Spazio Tertulliano, il 9 aprile 2016

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