Furore: Popolizio racconta la miseria della Grande Depressione

Popolizio in Furore (photo: Federico Massimiliano Mozzano)
Popolizio in Furore (photo: Federico Massimiliano Mozzano)

L’epopea di un popolo in fuga, la ricerca di una terra promessa tra fatica ed emarginazione. E la riproposizione di una miseria sempre uguale. “Furore”, di John Steinbeck, è la rappresentazione letteraria diretta e urgente di una condizione storica e geografica ben precisa: la crisi agricola, economica e sociale che stritolò gli Stati Uniti fra il crollo del 1929 e l’attacco di Pearl Harbour. Un affresco narrativo colmo di verità poiché frutto di un lavoro di inchiesta preciso e minuzioso.

Steinbeck, premio Nobel nel 1962, prima di approdare al romanzo infatti denunciò, per tre anni sulle pagine del San Francisco News, la drammatica situazione della crisi agraria negli Stati Uniti e delle sue terribili conseguenze.
Il libro venne pubblicato nel 1939 col titolo “The Grapes of Wrath”, e divenne ben presto un best-seller sensazionale; in Italia arrivò un anno dopo, su consiglio di Elio Vittorini, mentre resta indimenticabile il film di John Ford con Henry Fonda.

Dalla pagina scritta, l’epopea degli ultimi approda ora sulla scena grazie al progetto ideato e diretto da Massimo Popolizio e coprodotto dalla Compagnia Umberto Orsini e dallo Stabile di Roma, che ha debuttato al Teatro India in prima assoluta, tappa iniziale di un più articolato lavoro.
Così come è stato per “Ragazzi di Vita”, Popolizio si affida all’adattamento drammaturgico di Emanuele Trevi e, nei panni di una sorta di narratore che tutto conosce, osserva e racconta, mostra al pubblico l’epopea epica della migrazione di migliaia di persone che, come una marea incessante e disperata, si muovono dall’Oklahoma verso la California, lungo la Route 66.


Popolizio sceglie solo la forza della parola, evocativa e cruda, per dare vita ad un denso e ritmato reading, e confrontarsi con la potente scrittura di Steinbeck, il cui altro capolavoro, “La valle dell’Eden” (East of Eden), pubblicato nel 1952, opera titanica che attraverso la narrazione della storia americana riflette sul destino della storia umana e sul tema della scelta, ha debuttato solo alcune settimane fa, con la regia di Antonio Latella.

La terra nera e secca che si fa polvere al primo alito di vento, il suono di passi lontani e stanchi e attorno il vuoto di uno spazio scenico abitato da pochi oggetti. Una macchina da scrivere, dei giornali e il corpo dell’attore, le sue parole, i suoi gesti sincopati, accompagnati da note e ritmi eseguiti dal vivo da Giovanni Lo Cascio accompagnano senza sovrastare la narrazione.
La parola ben presto si fa immagine, disegna mondi dai quali un’umanità ai margini, povera e smagrita, emerge con forza nel suo desiderio di vita.

Suddiviso in capitoli, il “Furore” di Popolizio si fa grido dalla polvere, anima l’esistenza dei contadini costretti ad emigrare verso una vagheggiata quanto ingannevole terra promessa, dove a lavare la polvere arriva l’acqua che però diventa alluvione e lava via pure la speranza di un cambiamento positivo.
Dando voce alle sventure della famiglia Joad, e ai motivi di una delle più devastanti migrazioni di contadini della storia moderna, Popolizio orchestra una sorta di narrazione sonora e visionaria, dà ritmo ad ogni frase, mostra come i semi del Furore vengano piantati in una società dove le regole del capitalismo passano sopra gli uomini, le loro terre, le loro storie, svelando le dinamiche ineluttabili dell’ingiustizia sociale.
C’è compassione verso quegli ultimi, sempre fieri e capaci di gesti umani e generosi da parte del narratore-Popolizio, che li consegna carichi di disperazione e umanità. Immagini dalla grande forza, come quello di una donna, che disperata per aver perso il proprio bambino, dona il latte di madre ad un vecchio quasi morto di fame, un segno che diventa speranza di vita. Una storia di ieri non tanto lontana da quelle che oggi ci raccontano di un’umanità sofferente e di popoli in fuga da povertà e carestie.

Lo sa bene Popolizio che però non sposta mai l’asticella temporale dei fatti narrati da Steinbeck per posizionarla sul presente, che aleggia comunque tra le parole e i gesti.

I semi del Furore arrivano anche attraverso le immagini proiettate alle spalle di Popolizio, che mostrano sguardi persi e volti smagriti, bambini biondissimi come il colore del grano vestiti di stracci, trattori, campi e carovane di disperati che attraversano una terra desolata e si muovono, in massa, corpo unico di un’immensa desolazione. Le stesse immagini compongono la mostra fotografica “The Grapes of Wrath” allestita nel foyer dell’India a cura di Dorothea Lange e Walker Evans.
In tournée stasera a Maranello (MO), il 6 e 7 a Mondovì (CN) e il 13 e 14 a Firenze.

Furore
dall’omonimo romanzo di John Steinbeck
adattamento di Emanuele Trevi
un progetto di e con Massimo Popolizio
con musiche eseguite dal vivo da Giovanni Lo Cascio
aiuto regia Giacomo Bisordi
Produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Compagnia Umberto Orsini

durata: 1 h 15′

Visto a Roma, Teatro India, il 22 novembre 2019
Prima nazionale

2 Comments

  • Eleonora ha detto:

    Furore è un’opera straordinaria e, a mio avviso, Massimo Popolizio è riuscito a trasmettere la sua carica emozionale, a dare la giusta voce alla penna di Steinbeck.
    So che Popolizio sarà anche al Teatro Palladium di Roma l’11 Dicembre con “Sulle vie del Tango (Il sogno di Borges)”. Dopo questo Furore, non vedo l’ora!

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