Gabbiano. Leo Muscato fa volare Čechov

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Gabbiano – Il volo di Muscato

“Ri-Scritture” è un progetto di ricerca che il giovane regista Leo Muscato sta portando avanti ormai da qualche anno. Si tratta di un percorso compiuto dentro ed attraverso alcuni grandi classici della drammaturgia del passato, per sondarne la possibilità di grandezza attuale e la necessarietà nell’oggi. Il progetto non mira ad una semplice attualizzazione dei testi, compiuta a suon di abiti moderni e verbosità sfrondata o modernizzata da qualche slang, ma al contrario mira a carpire l’essenza primaria, il valore epico e senza tempo di queste storie secolari.
Dopo aver ri-narrato le vicende di Romeo e Giulietta nel primo capitolo dell’esperimento e quelle di “un’altra” Nora, l’eroina ibseniana di Casa di Bambola nel secondo, Muscato si cimenta con Cechov nel terzo capitolo del progetto. E lo fa con Il Gabbiano, uno dei testi più rappresentati di sempre, scritto nella lontana Russia negli ultimissimi anni dell’Ottocento e da lì migrato nei palcoscenici di tutto il mondo.

Nell’adattamento di Muscato già il titolo viene sfrondato dell’articolo, così da rimanere solo Gabbiano, con un suggestivo e minimale sottotitolo – il volo – come ad annunciare il tipo di lavoro compiuto durante i mesi di prove, il debutto nella scorsa stagione e l’attuale riallestimento. Via il superfluo, via le connotazioni spazio-temporali, via i nomi dei personaggi che non servono, via tutto ciò che non è più necessario oggi per raccontare questa storia. Cosa rimane? Rimane una Russia solo accennata, mai descritta eppure vivida; rimangono personaggi che sono portatori non solo di sentimenti umani nitidi e contraddittori insieme, ma anche di valori mitici, etici e morali, che si scontrano e si schiantano tra loro con una luminosità a tratti abbagliante.

Sulla riva di un lago, nella tenuta di campagna di una grande attrice, tutto è pronto per l’allestimento del piccolo spettacolo domestico scritto da suo figlio Kostja, che vorrebbe diventare un grande scrittore. Nina è l’amata Musa che ha ispirato lo scritto. Il tempo di un’ultima prova veloce e poi il temuto debutto, alla presenza di tutti gli ospiti della villa: il vecchio zio costretto sulla carrozzella ma pieno di vita, la badante canterina che parla solo russo, il dottore viaggiatore, la moglie dell’amministratore della tenuta (che ama il dottore), sua figlia Maša (che ama profondamente Kostja), il maestrino (che ama Maša) e infine lei, Madame, la madre-attrice che genera amore e timore insieme al suo giovane compagno scrittore.


Questo l’incipit che darà il via all’intera vicenda coprendo un arco temporale di alcuni anni, e che si sviluppa in una scena sospesa fra cielo, terra e lago. Una sorta di zattera in legno chiarissimo a più livelli, dove salire e scendere, scivolare e galleggiare con i piedi a penzoloni e il chiaro di luna, oppure montare un lenzuolo bianco per diventare sipario del teatrino domestico; ma anche dove far lievitare valige ad ogni partenza ed arrivo, dove contemplare strane sedie appese oltre il senso di gravità, in un’atmosfera astratta e rarefatta.

È chiaro fin dall’inizio che lo spettacolo si astiene da ogni principio di credibilità legato al naturalismo e alla quarta parete in virtù, però, di una verità di sentimenti ed emozioni che gli attori, pieni di carisma e presenza scenica, veicolano con purezza ed intensità. Il fatto che il codice naturalistico sia volutamente omesso a favore di un’atmosfera lirica ed onirica è ribadito dall’uso simbolico degli oggetti di scena e dai numerosi momenti di canto: alcuni degli oggetti sono parte integrante del costume degli attori, come fossero feticci, passaporto identificativo e status symbol (la macchina da scrivere per lo scrittore, lo specchio per Madame, le ali di piuma per Nina – prima candide, poi macchiate dalla vita – il manoscritto per Kostjia…). Ne nasce una colonna sonora di sottofondo fortemente evocativa che funge da traino alla narrazione e da raccordo fra le scene.

Gli interpreti, bravissimi e appartenenti a generi di spettacolo differenti, dalla prosa al canto, dal teatro-danza alla clownerie, sono stati scelti dopo un laboratorio itinerante organizzato in sette sessioni di lavoro che si sono svolte in tutta Italia. Le loro diverse nazionalità e le lingue assumono una valenza narrativa, diventando un linguaggio proprio di ogni cuore o, al contrario, sinonimo di una comunicazione ed una comprensione profonda, empatica, che non è necessario esprimere con un idioma comune. Tutto passa e arriva anche se è detto o cantato in turco, in russo o in un dialetto africano.

Del resto in questo spettacolo si parla col cuore perché si parla d’amore: amore fra le persone, beffardamente sempre quelle sbagliate, amore conflittuale tra genitori e figli e soprattutto amore per l’arte e il teatro.

Sarà proprio quest’ultimo, vissuto da ognuno come “la possibilità ultima di evasione” (per descriverlo con le parole del regista), a generare un ulteriore scontro di posizioni.  “Ognuno vive il teatro in modo diverso – spiega Muscato – Chi come auto-celebrazione, chi come possibilità per diventare famoso, chi come puro mestiere logorante, chi come illusione di cambiare il mondo con le nuove forme, chi come ricerca dell’intima verità delle cose e chi come ricordo dei bei tempi che furono, chi come possibilità di evasione dalla sfiducia in se stessi, chi come sogno mancato. C’è pure chi lo considera pura perdita di tempo. Ma l’opera può anche essere letta come una sorta di duello fra generazioni che si disputano quella che chiameremmo politica culturale; una parabola della lotta fra coloro che detengono il potere e quelli che non l’hanno e vorrebbero strapparglielo. È l’atavica storia dei giovani contro i vecchi, e viceversa”.
La politica culturale che diventa politica esistenziale e segna il destino di ognuno.

Uno spettacolo intenso e commovente, puro ed autentico, poeticamente infantile e navigato insieme. Una conferma della sensibilità e dalla delicatezza dimostrata da Muscato, vincitore nel 2007 del Premio della Critica come miglior regista, nel metter mano a grandi opere del passato per parlare agli spettatori di oggi.

Gabbiano – Il volo
da Anton Čechov
drammaturgia e regia: Leo Muscato
scene e costumi: Carla Ricotti e Barbara Borgolotto
disegno luci: Alessandro Verazzi
arrangiamenti musicali: Elena Arcuri
con: Elena Arcuri, Andrea Pinna, Giulio Baraldi, Deniz Ozdogan, Andrea Collavino, Simone Luglio, Francesca Cutolo, Vincenza Pastore, Rufin Dho, Alex Cendron, Barbara Bedrina
durata: 2 h 45′
applausi del pubblico: 2′ 15”

Visto a Civitanova Marche (MC), Teatro Annibal Caro, il 16 gennaio 2009

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