Di Luca: a teatro ci si annoia troppo. Intervista per una “rivoluzione” post-virus

Gabriele Di Luca
Gabriele Di Luca

Proseguiamo oggi la nostra intervista a Gabriele Di Luca, attore, autore e regista della compagnia Carrozzeria Orfeo, con cui la settimana scorsa abbiamo parlato, fra gli altri argomenti, della funzione del ‘comico’ come genere.
E ripartiamo oggi dal periodo che stiamo vivendo, ossia da questa lunga pandemia che sta sfiancando diverse categorie, fra cui quella dello spettacolo dal vivo.

Quali sono le maggiori difficoltà che, secondo te, ci saranno alla ripresa delle normali attività?
Il rischio è che tutto peggiori come negli altri settori e, più in generale, nel mondo. Il reale pericolo è che la forbice della disuguaglianza si allarghi ulteriormente. Questo vale anche per il teatro: se non si interverrà adeguatamente per favorire e garantire una ripresa non esclusivamente dall’alto, i grandi teatri si concentreranno sull’autotutela, incentivando ulteriormente gli scambi tra loro per recuperare l’ultima parte di circuitazione delle loro produzioni persa durante l’emergenza e ristabilire il loro potere sul mercato. I piccoli teatri e le piccole compagnie, già molto fragili prima del virus, a quel punto saranno ancora più esclusi.

Quello degli scambi è un problema antico…
Sì, che rischia di peggiorare, con alcune conseguenze: gli spazi di ospitalità nei cartelloni dei grandi teatri si riducono drasticamente, tagliando fuori tutto il resto e reprimendo la molteplicità e, non meno grave, si immettono sul mercato diversi progetti di dubbia qualità, che non sarebbero mai stati ospitati fuori dall’ottica del reciproco interesse.
Gli scambi sono fondamentalmente un esercizio di potere asfissiante che andrebbe assolutamente limitato per favorire la crescita di qualcosa di nuovo.
Imporrei delle regole sugli scambi tra grandi teatri che dovrebbero essere super limitati, perché sono la forza e la qualità dell’opera che devono garantire circuitazione, non il loro potere di scambio. Questo permetterebbe a gruppi come noi di imporsi con ancor più autorevolezza nei cartelloni tradizionali e conquistare sempre più credibilità. Finché il nome di giovani compagnie di qualità (a noi sta succedendo, ma abbiamo dovuto sputare sangue) non verrà affiancato nello stesso cartellone ai nomi più noti, non ci sarà mai un reale equilibrio. Di conseguenza, via tutte le cazzate che promuovono fintamente i giovani (premi under 35, specie protetta, zona giovani…) che così come sono impostate si tramutano in ulteriori forme di ghettizzazione. Tutti devono essere sostenuti al di là dell’età, del genere, della razza e delle idee politiche. Chi fa un buon lavoro resta e viene premiato, gli altri no.

E come si fa a giudicare chi fa un buon lavoro?
Beh, dovrebbe essere una selezione naturale fatta dal pubblico, perché se dopo dieci anni di attività hai ancora 30 persone in sala e la gente dorme ai tuoi spettacoli ci sono due scenari possibili: o sei un genio incompreso (ma la storia ci insegna che i geni sono pochini) e, ahinoi, verrai amato dopo la morte, oppure non sei riuscito a costruire un rapporto empatico con il pubblico, le persone non ti amano, e questo significa che non stai lavorando per loro.

Avremo imparato qualcosa dopo il Covid o sarà tutto come prima?
No, non credo che a livello sistemico abbiamo imparato qualcosa, anzi. La dimostrazione è la politica, che per me è sempre la sintesi e lo specchio di ciò che sta accadendo nella società, che si sta mostrando incapace a elaborare e a sviluppare politiche culturali adeguate.
La verità è che il teatro non interessa al potere e all’economia perché non fa numeri, non ha nessuna forza contrattuale in questo sistema economico, non smuove abbastanza persone. E la responsabilità, dal mio punto di vista, è condivisa, perché anche gli artisti, nel gioco a ribasso della cultura, hanno le loro colpe. Servirebbero una serie di azioni radicali e specifiche.

Quali?
Aumentare la percentuale di PIL a favore della cultura, in modo da creare più posti di lavoro, più fermento, più attività, più entrate; il denaro, però, dovrebbe costituire il volano di una nuova progettualità e non la solidificazione economica delle regole esistenti. Perché, Covid a parte, i veri problemi del nostro settore hanno radici molto più profonde e antiche.
Creare regole più severe e intelligenti sulla funzione dei grandi teatri nella società che da sistemi chiusi dovrebbero diventare case del popolo, poli multiculturali, reali punti di riferimento. Modelli virtuosi di questo tipo esistono già in Italia ma sarebbero da moltiplicare in tutti i territori. Trasformarli da “aziende private”, ossessionate dai bilanci, a servizio pubblico fucina di nuovi progetti, nuove sfide, sperimentazione reale, grandi progettualità e non enormi produzioni (costrette dalle regole ministeriali) che nascono e subito muoiono avendo dilapidato ingenti risorse pubbliche.
Trasformare i teatri da “nicchia dei pochi” a organi che favoriscano continuamente l’incontro tra artisti nazionali e internazionali, cittadinanza, territori; fare rete, infine, non significa creare famiglie di potere, sistemi chiusi, ma meccanismi aperti e inclusivi concentrati su obbiettivi comuni.
Investire energie reali e concrete per sensibilizzare le masse al teatro, e quindi intercettare nuovi pubblici attraverso politiche che diano più spazio (reale) al contemporaneo e ai nuovi linguaggi.
È un nuovo processo seduttivo e attrattivo che bisogna generare (che parte anche dagli artisti, sia chiaro) perché il teatro italiano, ahimè, è scollato dal mondo e di conseguenza il pubblico ci è ostile, guarda altrove. Quando le persone amano qualcosa lo seguono, il pubblico darebbe la vita per un’artista che ama. La domanda che dobbiamo farci, quindi, facendo un po’ di sana autocritica, è la seguente: siamo veramente indispensabili alla società?
Se la risposta è “sì” perché, allora, perdiamo continuamente pubblico? C’è forse qualcosa, nella nostra proposta, incapace di creare ponti efficaci con il popolo? È un processo di rigenerazione che bisogna innescare a partire dal teatro scolastico, dalle proposte artistiche che devono andare a prendere le persone là dove si trovano.

Miracoli metropolitani, l'ultimo spettacolo di Carrozzeria Orfeo (photo: Laila Pozzo)

Miracoli metropolitani, l’ultimo spettacolo di Carrozzeria Orfeo (photo: Laila Pozzo)

Hai dei riferimenti?
Se ripenso all’immenso Eduardo, e alla sua capacità di rendere sublimi le vicende del popolo per farne poesia, ecco che allora trovo un modello. Purtroppo, nel nostro sistema, ci siamo tutti assuefatti ad una routine che lascia poco spazio alla curiosità e alla sorpresa.
Nel sistema teatrale sento e colgo molta stanchezza, inimicizie, noia… a volte non ci sopportiamo più l’uno con l’altro. Capita di essere a un festival e vedere sempre le stesse facce, gli stessi operatori, gli stessi critici, le stesse programmazioni, gli stessi piccoli circoli di potere, le stesse compagnie che vanno di moda e vengono osannate per tre anni e poi vengono abbandonate e dimenticate, ascoltare sempre gli stessi discorsi.

Discorsi fatti con quali parole?
Le parole della cultura sono diventate insopportabili: “Interessante, ricerca, processo creativo, compagnia emergente…”. Ci mancano parole nuove per raccontarci, siamo assuefatti e consumati. Sempre le stesse cose da una parte, quindi, e sempre meno pubblico dall’altra.
Forse siamo stati tutti un po’ troppo presuntuosi nel credere di possedere le chiavi e il segreto della cultura mentre, nel frattempo, il pubblico si allontanava da noi e prendeva altre strade?
Spesso, ma non sempre, gli artisti sono già vecchi a 25 anni, così impegnati a compiacere il sistema culturale nella speranza di una sua approvazione, a cercare legittimazione, a creare progetti che “funzionano”. Per carità, negli anni ho visto grandi attori, regie stupende, spettacoli geniali e raffinati, ma da quant’è che non vengo investito da una sana scarica di follia, da una sorpresa inattesa che mi sconvolge, da un testo che mi inchioda alla poltrona?

Cosa ti manca nel teatro di oggi?
Che sia Brecht o Cechov, se il teatro non è in grado di prenderti a schiaffoni e carezze, a cosa serve? Da quant’è che non vedo autori, potenzialmente bravissimi, scrivere con la propria testa, non autocensurarsi, indifferenti al destino dell’opera? E da quant’è che non rido a teatro? Quanto mi manca ridere a teatro, ridere di gusto e piangere insieme ad altri, protetto da quel buio magico?
A voi no? Perché la mia testa è già abbastanza sovrastimolata dal mondo, è il mio cuore che ha bisogno d’aiuto. Forse, da questo punto di vista, posso ringraziare artisti come Alessandro Bergonzoni che mi fanno uscire dalla sala più leggero nella testa e rivitalizzato nel cuore.
Sono stufo di vedere alcuni grandi registi a 30 euro al biglietto che mi annoiano con la loro genialità estetica. Mi ricordano sempre una mia zia che, a Natale, mi presentava dei pacchetti regalo meravigliosi, sembravano confezionati da una fata, ma dentro c’era sempre uno shampoo del discount quando io, si sa, sono notoriamente tra i più calvi del pianeta.
Ecco, mia zia non stava pensando a me, ma al suo maledetto pacchetto perfetto, per autocompiacersi nel farlo e compiacere la lobby dei pacchetti perfetti. Fortunatamente, ora è morta.
Quando non ci saranno più i grandi nomi che propongono il classico (che comunque io amo e difendo, se fatto bene), chi riempirà tutti quei teatri dai 500 ai 1000 posti che abbiamo in Italia?
Le nuove generazioni di artisti, è ovvio. Ma chi? Se il sistema non dà (se non a pochi) l’opportunità di diventare un “nome” autorevole come si farà?

In una ipotetica rivoluzione nel mondo del teatro, quali punti inseriresti?
Basta direttori artistici nominati dalla politica: il teatro deve essere un luogo di reazione al mondo, non la manifestazioni di idee politiche che spesso manipolano e censurano e indirizzano le programmazioni.
Poi: via i nomi televisivi (a meno che non siano bravi artisti a tutto tondo e preparati) dai cartelloni teatrali. Ridiamo dignità e qualità alle nostre sale. E smettiamola di pensare che i nomi televisivi vengono programmati perché portano pubblico. Portano pubblico semplicemente perché sono molto conosciuti e sponsorizzati incessantemente da tutto e tutti, e venduti come garanzia di qualità. Spesso, infatti, il pubblico non ha alternative e non va a vedere artisti “senza nome” perché non li conosce, non gli è mai stato detto niente su di loro, il sistema non li ha minimamente promossi. Dobbiamo perciò trovare per il teatro dei sistemi di promozione su larga scala.
Investire (compito di teatri e residenze) su rapporti e percorsi pluriennali con gli artisti, perché in questo mondo iper competitivo, purtroppo, non esiste più la possibilità dell’“errore”, e se un nuovo gruppo “sbaglia” il primo spettacolo non lavora più. Gli artisti hanno bisogno di lunghi processi per emergere, di teatri e critici che li sostengano realmente a medio termine, che cerchino di comprendere concretamente quello che gli artisti stanno cercando di fare.
Con la critica si è persa, purtroppo, un po’ la relazione primaria: essere alleati, lavorare tutti per il teatro. Le critiche teatrali dovrebbero essere degli stimolanti, dovrebbero accrescere il sapere collettivo, essere una sponda per gli artisti, mentre, spesso, si sono trasformati in giudici. Gli artisti non hanno bisogno del pollice alzato o del pollice abbassato come a X Factor, ma di complicità. I grandi teatri, inoltre, dovrebbero assumersi la responsabilità di tutelare e fare da tutor ai giovani gruppi, assicurandogli esperienza di palcoscenico, trasmettendo competenze artistiche e amministrative.
E ancora, usare di più e meglio canali come la televisione per promuovere il teatro: non in modo borghese e retorico, ma restituendo tutta la vivacità culturale dell’arte, promuovendolo come “vita ardente”. In poche parole: sradicare dalla testa della gente il fatto che il teatro sia qualcosa di borghese, noioso e vetusto, e far capire che può essere, al contrario, divertente, emozionante, una festa collettiva.
Echeggia sempre un alone cupo e intellettuale intorno al mondo del teatro (anche in tv) e mia zia dice (non quella del regalo, un’altra): “Non ci ho capito un cazzo di questo spettacolo, preferivo il varietà”. E per me ha ragione. Il teatro deve essere prima di tutto comprensibile, comunicabile. Non superficiale, attenzione, ma comprensibile, fruibile.
Il teatro è un dono comunicativo verso l’altro, un atto d’amore, di generosità non un’attività autoreferenziale. Il pubblico di Shakespeare, Molière, Goldoni andava in massa a teatro perché si “divertiva” capiva cosa stava accadendo, si sentiva coinvolto, tirato in causa. Un po’ come noi oggi con i bei film. Vogliamo mostrare in tv un po’ di teatro più fresco e al passo con i tempi o dovremo sorbirci per altri trent’anni l’Amleto fatto dal grande nome in terza serata?
Creare in questo Paese grandi festival internazionali come all’estero, dove invitare il miglior teatro straniero e al tempo stesso far conoscere agli operatori internazionali i nostri attori, drammaturghi e registi: sottrarci da questa ‘nicchietta’ in cui ce la cantiamo e suoniamo da soli.
Lo Stato e i grandi teatri dovrebbero favorire l’abbandono del nido, aiutarci a uscire per andare a imparare dai più bravi, fare degli errori, poter dimostrare quanto valiamo.
Restituire dignità a premi e concorsi che ormai (non tutti, ma molti) sono il risultato espressivo di piccoli gruppi di potere, che tutelano e spingono i propri gruppi d’artisti e non seguono né riconoscono i reali risultati delle compagnie, il segno che stanno lasciando nel pubblico e nelle nuove generazioni di colleghi.

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