Sul sacrificio teatrale. Intervista a Gaetano Colella

L'agnello - Crest
Gaetano Colella

Gaetano Colella (photo: Lorenzo Palazzo)

Un agnello attende che il proprio destino si compia, una corda al collo, una ciotola per l’acqua e la convinzione, che è quasi una preghiera della certezza, di essere nato per morire “al posto di”.
Tanto da ripeterlo più volte questo credo indotto, ogni volta più convinto. «La colomba porta l’ulivo, il drago sputa il fuoco, l’ariete sfonda le porte, l’agnello si sacrifica». Poi la rivelazione, ad innestare il dubbio. Sono le antiche figure del sacrificio che, ad una ad una, lo meravigliano: Caino, Giuda, la Maddalena, Noè.

Una mezza sfera funge da luogo delle memorie e decide il movimento scenico attraverso l’intervento impeccabile del corpo. L’agnello vi assiste e, quando, con un sorriso di bambino decide per la vita, il botto arresta il suo cuore e il nostro respiro.

È il massacro che si perpetua, egregiamente restituito dagli attori del Crest, diretti ed accompagnati da Gaetano Colella.
Il suo impegno è quello di un autentico uomo di teatro, e commuove il modo in cui sulla scena modella la sua fisicità dentro ciò che fa. La modella in modo quasi sacrale. E forse non è un caso se con quest’ultimo lavoro ha finito col ritrovarsi proprio in questo territorio.
All’indomani della prima de “L’Agnello” presentato al Teatro TatÀ di Taranto in occasione di Start Up, ci concediamo qualche riflessione.


Partiamo dalla drammaturgia. Il testo è di Francesco Ghiaccio. Esisteva già e lo hai scelto, o è nato da una qualche forma di collaborazione?
Il testo non esisteva prima, ma è nato durante il processo di lavoro. Direi inoltre che per molto tempo non è esistita nemmeno la storia: abbiamo cominciato le prove un anno fa senza avere l’urgenza di raccontare una storia ma con il preciso interesse di costruire un percorso intorno al tema del sacrificio che coinvolgesse gli attori come parte integrante della costruzione drammaturgica.
Per circa due mesi e mezzo abbiamo lavorato intorno al tema del sacro e del sacrificio attraverso studi, improvvisazioni, danze e canti. Non avevamo l’ansia di ‘montare’ lo spettacolo. Anzi, abbiamo seguito come metodo di lavoro il principio della rapsodia in musica, ovvero di un insieme di variazioni di diversi episodi su un contesto tematico fisso.
Il lavoro di Francesco Ghiaccio si impastava con quello degli attori, che cercavano ispirazione dalle figure del sacro; il testo, pertanto, è stato creato dalle azioni fisiche. Alla fine dei due mesi e mezzo è emersa anche la storia dell’agnello che, come filo rosso, ha unito tutto il lavoro.

L'agnello - Crest

L’agnello (photo: Lorenzo Palazzo)

La proposta nasce come riflessione sul tema del sacrificio e, attraversando momenti di grande impatto emotivo, apre ai territori di una solitudine quasi violata. Colgo in maniera corretta il senso del tuo messaggio?
Abbiamo scandagliato a fondo diversi passi della Bibbia, in particolare ci interessava il complesso universo di quelle figure che, pur inserite in un contesto direi mitologico, conservavano profonde tracce di umanità. Ci interessavano perché avevamo la sensazione che nel sacrificare qualcosa a Dio questi uomini e queste donne ci avevano perso, avevano ricevuto in cambio dolore e morte. Pertanto li sentivamo vicini, profondamente umani. È chiaro che la solitudine di ognuna di queste persone era la terra di nessuno dalla quale partire; spesso abbiamo lavorato considerando il deserto come luogo evocativo ideale del progetto. Il deserto come luogo di solitudine, di spiritualità ma anche di apparizioni e allucinazioni. Il deserto come metafora della condizione umana. È per questa ragione che ho lavorato a farlo percepire attraverso tanti elementi: il suono delle auto che sfrecciano, mentre i nostri personaggi nominano, smarriti, l’elenco delle cose care che hanno perduto, è un deserto contemporaneo.

C’è anche una metafora sul teatro, in questa operazione. Ti va di renderla più manifesta?
Il teatro è un deserto. Ma su questo preferisco tacere, perché si rischia di passare per maestri senza esserlo. Mi permetto solo di rimandare, nel mio piccolo, al testo “Per un’arte clandestina” di Antonio Neiwiller. Lo considero il Padre nostro.

A questo punto, dicci chi sono i tuoi maestri e quale modo del ‘teatrare’ ispira il tuo lavoro.
Sono cresciuto artisticamente ne Le belle bandiere, pertanto gran parte della mia formazione è dovuta al lavoro con Elena Bucci, Marco Sgrosso, Maurizio Viani. Per rispondere meglio alla domanda però devo citare anche tutta una serie di esperienze che influenzano non tanto i miei spettacoli quanto il mio modo di lavorare: per esempio considero estremamente affascinanti i percorsi di César Brie o di Leo de Berardinis. Mi interessano non solo per quel che riguarda le loro poetiche, ma anche e soprattutto per il lavoro con gli attori che ognuno di loro ha saputo realizzare. Il lavoro dell’attore è fondante per me, e il suo allenamento è la base su cui innestare il lavoro di costruzione drammaturgica. Sempre più forte sento l’urgenza di una disciplina, di un metodo che ci alleni ai salti nel buio che intendiamo fare. Perché di questo si tratta, allenarsi ai salti nel buio.

La rassegna Start Up di Taranto ha chiamato a raccolta giovani e giovanissimi talenti che non solo agiscono il teatro ma ne fruiscono educandosi alla visione. Qual è il tuo personalissimo bilancio di questa manifestazione?

Io sono molto soddisfatto. Abbiamo creato una festa, più che un festival. Un momento in cui spettatori e artisti si sono parlati concretamente, in cui la critica si è interrogata su se stessa ma ha anche contribuito alla lettura delle nuove drammaturgie, che spesso sono ermeticamente chiuse in se stesse, un momento in cui tutte le parti in causa del mezzo teatrale (pubblico, artisti, operatori, critici) si sono interrogati sul futuro del teatro in Puglia e in Italia. Lo scopo del Crest era proprio questo.
Da attore e regista spesso mi sono trovato in festival in cui nessuno ci considerava, e finito il nostro bello spettacolo ce ne tornavamo a casa senza nemmeno aver conosciuto chi ci ospitava. Startup non voleva essere così, voleva essere l’opposto. In questa maniera giovani ragazzi ai primi debutti hanno potuto confrontarsi con altre realtà che vivono le loro stesse difficoltà, con organizzatori che non avevano mai conosciuto e con critici ben disposti a rilevare forze e debolezze dei lavori. Il tutto in un clima di partecipazione. Se il teatro non fa questo, che teatro è?

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