Gender Bender ha festeggiato l’Unità d’Italia. A modo suo

'Traviata Norma', icona del Gender Bender 2011

‘Traviata Norma’, icona del Gender Bender 2011 (www.genderbender.it)

Un paio di larghi occhi scuri, racchiusi nella cornice di rigogliose sopracciglia, lanciano uno sguardo incerto, sornione, forse un po’ ironico. Una figura-sfinge in abito da gran dama dell’Ottocento, col volto virile su un corpo dalle giunoniche forme femminee, ci guarda.
Chi è? Tanto per cominciare, l’immagine emblema della nona edizione del Gender Bender – Festival internazionale, ideato da Daniele dal Pozzo e promosso da Il Cassero, gay lesbian center di Bologna.
Come si chiama? La Traviata Norma. Crogiolo di rimandi e di allusioni, questo appellativo, che assomma in sé i titoli di due delle più celebri opere del repertorio operistico italiano, ha dettato le linee guida in cui Gender Bender ha deciso di muoversi quest’anno, in concomitanza con le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia.

Ha ben poco da rallegrarsi il nostro Paese, scrive Daniele dal Pozzo nel presentare le attività e la poetica della nona edizione del festival: ecco allora che La Traviata Norma si fa anche icona di una nazione malandata, miope e sofferente in cui, con un omaggio al teorico della liberazione gay Mario Mieli (che 35 anni fa aveva messo in scena uno spettacolo dal titolo “La traviata norma”), le arti cercano una dimensione, un senso e un’identità proprio nell’atto stesso di andare contro le “norme” del consenso indotto, delle convinzioni e delle scelte eterodirette.

Ma, com’è noto, un festival è anche un contenitore, uno spazio chiuso e protetto che sta in piedi proprio sulla base di intenti precisi e radicati nel tempo: da sempre, l’intenzione di Gender Bender è quella di offrire uno sguardo il più possibile multidisciplinare su quegli artisti e intellettuali che si occupano delle questioni relative al corpo, all’identità sessuale, al genere.

Da qui ovviamente le tematiche esplodono e si rincorrono (l’omosessualità, lo sfruttamento di certe immagini del corpo femminile, il desiderio di maternità/paternità, l’anoressia, la pornografia, l’abuso di droghe ecc.), così come si intrecciano e si affastellano le esperienze messe in campo in una settimana di attività: dagli spettacoli teatrali, a convegni, mostre, presentazioni di libri, concerti.
Abbiamo seguito una buona parte della programmazione di teatro e danza.

Il primo lavoro a cui abbiamo assistito, nonché evento di apertura del Festival stesso, è stato “One Dixon Road” (in prima nazionale) del danzatore e coreografo inglese Nigel Charnock, cofondatore della storica compagnia DV8. Questo dirompente solo di 50 minuti lascia un segno che è tanto più incisivo proprio perché sembra voler fare il verso a qualsiasi forma di spettacolo che affronti, magari polemicamente o con pretese di anticonformismo, il tema del genere o dell’omosessualità: ironizzando sul nome stesso della manifestazione –  Gender Bender –  quasi gli sembrasse buffo e antiquato, Charnock afferma sogghignando “I bent my gender many years ago”, come a dire che l’omosessualità – “finocchio” ripete, cercando di masticare parole in un italiano esilarante – è una delle componenti di una personalità assolutamente incontenibile, di difficile, se non impossibile, definizione. E’ l’artista vero, poliedrico, arguto, sensibile che è capace di mettere insieme in uno stesso lavoro i materiali più disparati, indossarli, farli propri e servirsene senza pietà per mettersi a nudo o, meglio, per regalarci, con lo stile dissacratorio e iconoclasta che gli appartiene, degli stralci di verità su di sé: è così che gli atteggiamenti da icona punk si fondono con il jazz, che il duetto erotico con una bambola gonfiabile fa il paio con le danze in stile musical con tanto di tacchi a spillo e collant, e Charnok, attore, danzatore, cantante e musicista, ci travolge da vero one man show senza quasi lasciarci il tempo di reagire. Il tutto, però, cercando di non mettere mai il sarcasmo a servizio dell’intrattenimento, dato che, ed è bene ricordarlo, “entertainment is a dirty word in art”.

Se evidente e innegabile è il carattere di “One dixon Road”, piuttosto sbiadito e debole nella strutturazione complessiva ci è apparso invece “Equilibrio” del coreografo spagnolo Daniel Abreu. Tre donne cercano di cucire frammenti di racconto che, procedendo fra danza e narrazione verbale, dovrebbero giungere ad abbozzare il ritratto intimo di ognuna: alle differenze nell’aspetto fisico delle tre danzatrici non corrisponde tuttavia una personalità altrettanto definita per ciò che concerne la qualità della danza che, tra incertezze tecniche e scarsa originalità stilistica, arriva quasi a cancellare le peculiarità di ognuna invece di delinearle con maggiore chiarezza. Si tratta cioè di un movimento che risulta piuttosto dipendente da alcuni stilemi di certa danza contemporanea (come le contorsioni e l’estrema flessibilità del busto, i rotolamenti repentini al suolo e le altrettanto repentine salite, l’eccessiva rotazione all’indentro degli arti ecc), e che si somma al ricorso, scontato e non sorretto drammaturgicamente, alla nudità e alla sovraesposizione dei corpi, che sono quanto mai anonimi proprio nel momento in cui ci si mostrano senza veli.

Frutto di un laboratorio condotto dalla danzatrice e coreografa Silvia Gribaudi è invece “Non è mai troppo tardi”, performance site specific presentata nello spazio del guardaroba del Mambo – Museo dell’arte Moderna di Bologna con un gruppo di signore esclusivamente over 60.
Una regia presente e rigorosa, ma al contempo lieve e rispettosa dell’individualità di ognuna, ha permesso al lavoro di assumere il volto di un delicato racconto visivo condotto per pennellate sottili, ognuna capace di portare alla luce e di dare colore ad alcuni frammenti – rievocati ma mai narrati pedissequamente – della vita e dell’identità delle protagoniste. E’ in una simile cornice allora che trovano posto il ritornello di “Nel blu dipinto di blu” cantato con un filo di voce, il ballo di sala appena accennato, la lettura degli elenchi delle cose che si amano o che si detestano, l’abbandono al movimento corporeo più libero – talvolta perfino ginnico – magari al ritmo di musica dance.
Il tutto fino a una pausa, bellissima, in cui le donne, dopo aver fatto a pezzi dei pannelli di polistirolo, iniziano a sbriciolarli su di sé e sul pubblico, prima di uscire di scena, silenziose, leggere, come una nevicata che spinge a stare vicini e farsi calore.
E nel finale, ecco palesarsi un’altra visione poetica e commovente, rivelatrice del rapporto fra la presenza di queste donne e gli oggetti che esse hanno manipolato, rimirato, accarezzato e portato con sé nel corso del lavoro: questi oggetti ci si presentano tutti riposti nella lunga fila di armadietti che, uno alla volta, vengono aperti quasi a rivelare, come in un anfratto remoto, tanti piccoli segreti.

Chiudiamo la nostra personale rassegna con “It needs horses”, della compagnia inglese Lost Dog, e con “Duet for two dancers” della coreografa svizzera Tabea Martin, una singolare accoppiata di duetti che mette in gioco modalità estremamente lontane, ma entrambe convincenti, di pensare il movimento e di raccontarsi attraverso di esso.
In una deserta e lugubre pedana da circo si muovono i due protagonisti “It needs horses”: si tratta di una stralunata coppia di circensi, volgare soubrette lei, tutta paillettes e trucco grottescamente eccessivo, un specie di squallido clown lui, volto cereo, occhi cerchiati di nero, pantacollant bicolori e bombetta in testa. Dapprima ci appaiono stupidi, incapaci e impacciati, pronti a fare qualsiasi cosa pur di attirare l’attenzione del pubblico per strappargli un sorriso e qualche spicciolo da far tintinnare nel cappello. Ma poi quella che sembrava essere la ridicola esibizione di due accattoni da strapazzo inizia progressivamente a venarsi di crudeltà, di violenza, di esasperazione: il giocoso rapporto tra i due protagonisti, che mimano numeri fallimentari ed eseguono brevi danze da avanspettacolo, si trasforma in una sorta di lotta di potere e di sfida tra sessi, in cui il corpo si fa protagonista di uno scontro senza esclusione di colpi e di una lotta che – come la danza – necessità di coordinazione, precisione, potenza e grazia. La danza si costruisce su questa oscillazione di forze, su una tensione che mette il corpo a dura prova, perfino in pericolo: i movimenti dell’atto sessuale sono dapprima scimmiottati e reiterati fino al parossismo dalla donna che, trasformandoli in una specie di balletto eccessivo e volgare, ne fa strumento di sopraffazione verso l’uomo, il quale, dal canto suo, non perde occasione di oltraggiare il corpo della sua compagna, prima più o meno bonariamente (quando, da svenuta, la manipola come una marionetta) poi in maniera sempre più selvaggia, fino a costringerla a trottare come un cavallo per tutto il perimetro della pedana, fermo, lui, al centro, che urla rabbioso e furente. E’ così che giunge l’abbandono finale, quando la donna si sottrae al macabro gioco saltando fuori dalla pedana: per l’uomo insoddisfatto, bramoso e furente non resta che la disperazione e, forse, la follia.

“Duet for two dancers” (in prima nazionale) è invece una brillante, arguta e irresistibile antologia di movimenti eseguiti da una coppia di danzatori tanto valenti sul piano tecnico quanto intelligenti su quello interpretativo: forti dell’impatto visivo prodotto da due fisicità agli antipodi, imponente e nordico l’uno, minuto e scattante l’altro, gli interpreti, parlando talvolta anche al microfono, ci rivelano qualche stralcio della propria biografia di danzatori, ma soprattutto, ci dimostrano una serie di movimenti, classificati in categorie (ognuna annunciata verbalmente prima di ogni esecuzione),  che rendono evidente come possa essere labile il confine tra movimento quotidiano e danza cosiddetta pura. Sradicati dal loro contesto, i gesti ordinari dimostrano tutta la loro arbitrarietà perché se da un lato contengono in sé il valore che l’abitudine e la convenzione gli ha imposto (dal saluto all’atto sessuale, passando per l’ammiccamento o  la minaccia), dall’altro si rivelano come movimenti astratti che possono essere manipolati all’infinito, magari attraverso la ripetizione ritmica o la messa in sequenza. Sotto i nostri occhi, allora, prendono corpo frasi danzate che mescolano gestualità e tecnica coreica e che risultano godibili ed intriganti grazie all’ironica leggerezza con cui i danzatori passano attraverso questa grossa mole di materiale dinamico, facendosi stimolo vivente per una riflessione sulle caratteristiche della creazione coreografica, sul suo esistere in un mondo in cui i codici si intersecano profondamente creando stratificazioni di senso complesse, affascinanti, ma anche divertenti e bizzarre.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *