Teatro Arsenale: alla scoperta del Genius loci

Teatro Arsenale
Teatro Arsenale

Il Teatro Arsenale (photo: orizzonteuniversitario.it)

Un irregolare cubo nero che un tempo fu quello di una chiesa. In luogo dell’abside, le sedute per gli spettatori e, dalla parte opposta, l’ingresso-sipario che si chiude alla città per aprirsi direttamente sullo spazio scenico. Guida di un inedito viaggio alla (ri)scoperta del “suo” teatro, ne è l’ultima custode (cronologicamente parlando), Marina Spreafico.
Il modo dell’esploratore lo eredita dal suo maestro, Jacques Le Coq.

«Certo, non mi muovo mai a casaccio, senza dei pilastri – tiene a precisare – ma con l’atteggiamento dello scopritore». Con l’animo predisposto alla meraviglia, aggiungeremmo. Esattamente quanto chiede ai visitatori introducendo la conferenza-performance “Genius loci”, indefinibile forma di intrattenimento vario. Un processo di andata e ritorno tra le varie tappe di vita di questo luogo; tutte quelle fino ad ora raccolte, condividendo ricerca e risultati con il suo pubblico, abituale e non, e con alcuni ricercatori del Politecnico.

Innamorata dell’architettura quanto dell’azione teatrale, ci spiega perché: «Costruire lo spazio è come ritagliare l’aria». E continua: «Sono convinta che esista un genio del luogo. Un demone, un semidio, che attira la gente che attira e che fa sì che vi avvengano le cose che avvengono. Un esempio? Mi è capitato di lavorare in Colorado, e osservando chi vi abita mi sono accorta che si tratta di nomadi assoluti; che vivano su case mobili o meno, non possiedono alcun senso del radicamento. Sono diventati tutti indiani».

Così, convinta che siano i luoghi a formare le culture, tre anni fa ha iniziato ad interrogarsi sul farsi luogo del Teatro Arsenale. Per caso, in occasione di una delle più recenti edizioni meneghine della Festa del Teatro, aprendone il cortile e discutendo di ‘milanesità’, si è cominciato a parlare anche di “arsenalità”. E nelle tre edizioni di questo “spettacolo-non-spettacolo” (tuttora in divenire), è emersa la quadruplice anima di quella quasi irreale fenditura di cui il passante curioso non può non accorgersi transitando per via Cesare Correnti.

Contenitore eterodosso di esperienze, tutte accomunate da istanze di libertà (le mani, per non dimenticarne la declinazione teatrale alla scuola di Le Coq) e di non conformismo che riemergono nel corso della sua storia attraverso quattro “maschere” dominanti. Una matrice di fondo che tiene insieme i quattro capitoli di un destino in cui la macrostoria incontra la microstoria e che (per ora) sono: l’eresia femminile, con la misteriosa figura di Manfreda da Pirovano, la “Papessa” dei Tarocchi, qui processata; il teatro, con le esibizioni del grande Edoardo Ferravilla fino all’ultima e fatale consumatasi al di là della strada; l’educazione, per avere ospitato gli allievi del collegio Taeggi nel Cinquecento; e gli avvenimenti finanziari, a partire dagli Umiliati, banchieri mantenuti da facoltosi privati, che vi stabilirono la loro sede nel Trecento. Tanti altri e divertenti sono gli aneddoti di questo percorso-spettacolo. E con la prossima edizione si andrà a verificare se davvero Duilio Bossi qui coordinò un centro di cultura antifascista durante il Ventennio, mentre sarà approfondita la vicenda del comitato pro Vietnam che qui ebbe sede negli anni Settanta e cui si deve l’attuale nome (dentro e fuor di metafora).

Per concludere, diremo che non si potrà lasciare la sala senza aver acquistato il programma che è anche gadget e guida ‘loci’: un mazzo di carte per giocare ad interrogare il genio e sul cui recto sono riprodotte due opere di Joe Tilson, uno dei padri fondatori della Pop Art.

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