George II: Fortin e Businaro attorno alla figura di Bush

George II (photo: Andrea Avezzù)
George II (photo: Andrea Avezzù)

“Il candelabro va al centro, al centro del tavolo. Non a sinistra, non a destra, al centro. Ogni tavola ha un centro, giusto?”.

Dal silenzio fitto del Teatro alle Tese di Venezia la luminosità bianchissima selezionata da Gianni Staropoli apre le scene con questa battuta, capace di impostare sin da subito la maturità avvincente – ma divertita – di “George II”, il testo del trentunenne Stefano Fortin che ha debuttato, per la regia di Alessandro Businaro, alla 48^ Biennale Teatro di Venezia, dopo l’arrivo in finale tanto al Premio Hystrio scritture di scena 2018, quanto anche al Premio Tondelli 2019.

Sentendo parlare di personalità artistiche come quella di Fortin e di Businaro, soltanto ventiseienne, anch’egli finalista tanto nel ‘18 quanto nel ‘19 al bando College Teatro – Registi Under 30 della Biennale, si rischia spesso di sentirsi sprofondare nell’ammaccante retorica del “tutto promettente”; eppure la sensazione da cui si viene letteralmente conquistati durante tutto l’evento scenico è piuttosto quella di essere di fronte ad uno spettacolo capace di reggere più che bene il passo rispetto ai molti lavori in cartellone, quindi in grado di dimostrare le conquiste già fatte da una nuova generazione alle prese con le molte sfide del teatro d’oggi.

“George II” è infatti uno spettacolo in grado di rispondere in modo convincente ed accattivante alle proprie stesse ambizioni: la rilettura attorno alla quale gira il tutto è quella della figura di George W. Bush, come un possibile e controverso Riccardo III contemporaneo, un principe che dall’universo shakespeariano si ritrova qui costretto nella claustrofobia scenica del venire a patti con il costante confronto rispetto alla figura paterna, con la scottante materia del potere, facilmente traducibile in capacità mediatica e comunicativa, e infine anche con una mente tormentata che sembra far costantemente sfuggire ogni cosa alla presa del protagonista. Un personaggio sempre stralunato e distratto, grazie ad un’interpretazione ammirabile da parte di Michelangelo Dalisi, che si ritrova pure costretto, in alcuni momenti, per una bella innovatività del testo, a dover improvvisare momenti che permea di una tanto assurda quanto disperata comicità.

Non manca il meta-teatro, non mancano momenti ‘poetici’ più che solidi – così rari nel teatro delle scene italiane – e non manca neppure un tentativo alto di riflessione, che si oppone bene alla rischiosamente specifica materia affrontata dal lavoro: perchè è vero che i riferimenti storici e di cronaca sono parte integrante della drammaturgia.

Ad ogni modo la regia di Businaro è sopraffacente: curatissima, impeccabile, ordinata, geometrica ma anche assoluta; isola ogni personaggio su un parallelepipedo proprio di luce bianca, che al venir meno delle apparenze di facciata della famiglia Bush si lascerà passo passo oscurare dal grigiore complessivo di una figura oscura, che si presenta in un fondo scena inframmezzato da un tessuto fitto ma trasparente.
Caduto anch’esso – quando nulla reggerà più delle autonarrazioni che il George/Riccardo alimenta per sopravvivere alla propria banalità – sarà proprio quel performer, chiuso com’è dalla testa ai piedi in un tessuto nero che lo rende simile ad un manichino, ad archiviare, entrando sulla scena e spostanto i parallelepipedi sui lati non illuminati, ogni salvezza per lui possibile, lasciandolo presto al confinamento della sua solitudine, nella camera buia dei pentimenti e delle ossessioni.

Un lavoro che si spera sia in grado di arrivare a molti spettatori, capace com’è di disturbare senza retorica alcuna, e ben lontano da qualsivoglia caduta di stile; come quando in un pieno paradosso riesce a portare in scena uno sproloquio dalla forza inaudita, davvero al massimo della sopportazione, che è probabilmente il momento più alto di tutto lo spettacolo: un inaspettato Lorenzo Frediani si agita costretto in una gabbia, ad un passo dalla natura canina, alternando al chiasso ferroso un monologo che lo fa identificare con la parte razzista, ultra-liberista e violenta che irrazionalmente tenta di fare breccia in ognuno di noi.
Dai giochetti scherzosi in famiglia, con tutti i Poppy e altri nomignoli annessi, si arriva così ad un panorama lacerato che una bravura intelligente e ben studiata riesce a restituire al pubblico in maniera così prossima e perturbante.

George II
Di Stefano Fortin
Regia Alessandro Businaro
Dramaturg Stefano Fortin
Scene e costumi Gregorio Zurla
Luci Gianni Staropoli
Suono Dario Felli
Assistente alla regia Andrea Dante Benazzo
Con Michelangelo Dalisi, Lorenzo Frediani, Mariangela Granelli, Laurence Mazzoni, Ivan Olivieri, Andrea Sorrentino
Produzione Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, KHORAteatro, Teatro Stabile del Veneto

durata: 1h 30′

Visto a Venezia, Teatro alle Tese, il 18 settembre 2020
Prima assoluta

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