Ghosts di Constanza Macras: forza e fragilità della Cina circense

Ghosts (photo: Thomas Aurin)
Ghosts (photo: Thomas Aurin)

Considerata una delle maggiori eredi di Pina Bausch, la coreografa argentina (trapiantata in Germania) Constanza Macras converge in questo nuovo lavoro, “Ghosts”, presentato in prima nazionale al Fabbricone di Prato, tutti gli aspetti cosmopoliti ed eclettici che caratterizzano la compagnia Dorky Park, oltre alla consueta attenzione verso tematiche sociali importanti.

La compagnia della Macras ospita in questa occasione veri artisti circensi e acrobati cinesi, che si sono dedicati a quest’arte fin da bambini. Sono loro i “fantasmi” citati nel titolo, anime erranti dimenticate dalla società poco più che ventenni, quando, costretti a ritirarsi (per l’inclemenza di una disciplina che richiede un corpo allenatissimo), si ritrovano soli, senza assistenza sociale, spesso senza un background culturale adeguato per trovare un qualsiasi altro lavoro.

Da subito lo spettatore viene catturato da un’atmosfera magica ed eterea, con l’entrata in scena di alcune performer cinesi, che sfilano in abito bianco mentre reggono un’asta su cui ruotano piatti in perfetto equilibrio. L’incanto è uno dei sentimenti che catturerà il pubblico per tutta la durata dello spettacolo, impressionato dalla bravura di questi giovani artisti, in bilico tra virtuosismo, ironia e malinconia.

Il lavoro segue una struttura teatrale piuttosto fedele a quella cinese tradizionale. Non si demarcano distinzioni di generi; dramma e ironia coesistono, così come convivono molteplici forme tra canto, teatro, danza, circo e musica. Ma la performance non manca sicuramente delle influenze della Macras, perfettamente riconoscibili in alcune atmosfere alla Bausch come la ripetitività del gesto, momenti che sembrano distaccarsi per stile dal resto della performance, ma che in realtà esprimono e segnano la rottura tra la perfezione estetica del teatro acrobatico e la sofferenza dei performer.

La scenografia è pressoché inesistente: il palco è occupato in gran parte da un’ampia pedana a due piani, al di fuori della quale si trova solo un grosso anello in cartapesta che fa da ferma-tessuto; un musicista con strumenti tradizionali cinesi è posto lateralmente, eseguendo dal vivo musiche e percussioni ipnotiche per tutto lo spettacolo.
La traduzione dei testi dal cinese e dall’inglese è proiettata su un fondale, anche se spesso, a causa delle differenze linguistiche, ruotano troppo in fretta per essere seguiti.

A contrastare la scarna scenografia sono i costumi, sgargianti e colorati in alcuni momenti, bianchi e semplici in altri, che vengono cambiati spesso arricchendo le atmosfere.

I quadri sono eseguiti da una decina di performer che si susseguono, alternandosi o esibendosi contemporaneamente in esercizi di equilibrio, danza aerea ai tessuti, canti orientali e musiche ammalianti, ma anche in una sensuale danza del ventre a ritmo di tamburi.
E’ straordinario il controllo dei giovanissimi acrobati (alcuni sotto i vent’anni) e la loro precisione nell’eseguire esercizi improbabili come far volteggiare con i piedi un tavolo, comporre una piramide umana o tenere in equilibrio una compagna sorreggendola solo con la testa. Il tutto eseguito sempre con il sorriso stilizzato che vuole la tradizione.
Gli esercizi evidenziano l’enorme forza (fisica e di volontà) dei performer, ma al tempo stesso anche la crudeltà a cui sono sottoposti.

“Ghosts” è una performance che catapulta il pubblico in un universo ancora piuttosto inesplorato – la Cina, tramite una delle sue arti primarie, quella circense – e lo fa partendo dal tutto per la parte. Dalla scena di insieme emerge il singolo artista, che a turno racconta la propria storia. Toccanti racconti di bambini (ma soprattutto di bambine) nati nella povertà delle campagne, consegnati ai circhi per assecondare in qualche modo la politica del figlio unico, o a volte solo come ultima possibilità di sopravvivenza. Bambini cresciuti nel rigore della disciplina, tra fame ed estenuante fatica fisica, fino alla solitudine del precoce “pensionamento” dal lavoro di acrobata, che li vede messi in disparte dalla società cinese.

Questi “fantasmi viventi” vengono accostati a storie della mitologia cinese, dove “hungry ghosts” (spiriti insoddisfatti) vagano erranti in un mondo intermediario, perché dimenticati dai loro discendenti. Anche la bellezza femminile in Cina è spesso avvicinata alla figura di un fantasma, per la sua immagine eterea e impalpabile.

Per avvicinarsi e arrivare a raccontare questa realtà Constanza Macras ha trascorso un periodo in Cina, utile per porre l’attenzione su uno dei cliché occidentali sul Paese, che vede il teatro acrobatico come una bellissima e antica tradizione, ignorando le amare realtà che nasconde.
Ne emerge un quadro crudele di bambini sacrificati e sacrificabili ai fini dell’arte. “Le cose qui si possono rompere” viene sottolineato introducendo il numero dell’artista che fa ruotare il tavolo con i piedi, ma si allude ovviamente agli artisti stessi, perché subito dopo il tavolo sarà una acrobata ad essere volteggiata in aria. Persone come oggetti.

Allo stesso tempo Constanza Macras sceglie di non rendere “Ghosts” uno spettacolo politico, offrendo solo alcuni accenni ai fatti storici (dalla rivoluzione culturale di Mao Zedong alla politica del figlio unico – adesso allargata a due -, che servono a contestualizzare la storia degli acrobati), lasciando maggior respiro all’aspetto artistico e soprattutto alla condizione umana dei protagonisti, vero soggetto di questo lavoro. Riesce così ad attribuire alla performance una valenza più poetica che esotica, per un lavoro ricco e meticolosamente elaborato sia sul piano estetico che concettuale.

GHOSTS
coreografia e regia Constanza Macras
drammaturgia Carmen Mehnert
di e con Emil Bordás, Fernanda Farah, Lu Ge, Yi Liu, Juliana Neves, Xiaorui Pan, Daisy Phillips, Wu Wei, Huanhuan Zhang, Huimin Zhang
musica Chico Mello in collaborazione con Wu Wei, Jiannan Chen, Fernanda Farah and Yi Liu
disegno luci Sergio de Carvalho Pessanha
suono Stephan Wöhrmann
video e foto Manuel Osterholt
scene Janina Audick
costumi Allie Saunders
direttore di scena Welko Funke
responsabile costumi e oggetti di scena Marcus Barros Cardoso
assistente di scena Nikoletta Fischer
interprete Chao Liu
una produzione Constanza Macras, DorkyPark Berlin, Goethe Institut China
in co-produzione con Tanz im August, Schaubühne am Lehniner Platz, CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, Guangdong Dance Festival
in collaborazione con Associazione d’Amicizia dei Cinesi a Prato

durata: 1h 45’
applausi del pubblico: 2’ circa

Visto a Prato, Teatro Fabbricone, il 17 aprile 2016

stars-4

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *