Giampiero Rappa, misantropo a tempo determinato

Nessun luogo è lontano (photo: Manuela Giusto)
Nessun luogo è lontano (photo: Manuela Giusto)

Mario Capaldini è un affermato scrittore che, dopo diversi best seller, decide inesorabilmente di chiudersi nel silenzio di una baita montana.
La scenografia naturalistica di Francesco Ghisu ce lo presenta immerso nel suo purgatorio di legno: il classico desco al centro di un locale umile, con qualche attrezzo da camino e una poltrona da un lato, una piccola cucina sul fondo. Però, come dice il titolo del nuovo lavoro di Giampiero Rappa (autore e regista oltre che interprete dello stesso Capaldini), “Nessun luogo è lontano”, e così anche il romitaggio del romanziere, con il suo rinfrancante rito della frittata a pranzo e a cena (e coi connessi danni epatici), è destinato ad essere turbato dall’arrivo dei due personaggi secondari: la giornalista Anna Vulli (Valentina Cenni), interessata a un’intervista che lo stesso Capaldini ha richiesto (in teoria, con l’intenzione di lanciare al mondo un definitivo «lasciatemi in pace»), e il nipote tardo-adolescente Ronny (Giuseppe Tantillo), figlio della sorella con cui – come con tutti gli altri – il protagonista ha tagliato i rapporti, e che cerca nello zio una guida per le proprie ambizioni da scrittore.
La drammaturgia è costruita per quadri a due, con sapiente artificialità, alternando i registri: dall’intervista incalzante (piena di tensioni non dette e alimentate con furbizia dalla Vulli) ai comici borbottii di Capaldini, dalla caricatura del linguaggio giovanilistico di Ronny fino al grottesco (come quando Mario racconta il suo incubo ricorrente sulla donna grassa e la carrucola…).

I quadri doppi si alternano e sfociano nell’incontro contemporaneo dei tre attori, che fa da climax e lascia sfogare il drammatico covato fino a quel momento nel sottotesto.
Ci arriviamo dopo aver seguito un percorso che sa muoversi tra l’armamentario classico della drammaturgia (ad esempio la disposizione degli ostacoli che permettono di sviluppare la storia e prolungare i tempi: nel nostro caso, un temporale) e una caratterizzazione semplice, ma attuale e credibile, dei personaggi.

Personaggi i cui contorni, tra l’altro, si sfrangiano nel corso dello spettacolo: di Capaldini, stereotipo del burbero, la giornalista tira fuori con facilità le insicurezze, la fragilità della sua autorappresentazione (non sono poi così tanti come crede, i giovani aspiranti scrittori che si ricordano di lui), ma ne impara anche a riconoscere il coraggio, l’orgoglio di fronte alle beghe, alle squallide manovre e all’ipocrisia del mondo editoriale; lo stesso motivo per cui lo scrittore si è isolato, con una scelta molto azzeccata, non viene in realtà chiarito dal testo, anche se sappiamo che ha a che fare con un premio letterario non accettato e con un discorso mal riuscito.

Il testo riesce bene ad allacciare ritmicamente i silenzi boriosi di Mario alla rappresentazione vivace del parlato quotidiano, con i suoi stereotipi e le sue rapide derive iperboliche (nel corso dello spettacolo Capaldini, quasi sfogliasse l’enciclopedia del totalitarismo, si sentirà dare dello Stalin, dell’Hitler e del fascista).

I fili conduttori della trama sono la rabbia, la capacità di gestirla e trasformarla, quell’orgoglio che per Chateaubriand è la virtù degli infelici, oltre a tante piccole allegorie, alcune parodiche (il plaid con le foto dei gatti prestato da Mario al nipote, senza nulla perdere del cipiglio plumbeo), altre più importanti sul piano psicologico (come il rapporto tra il protagonista e le luci artificiali della baita, che sembrano quasi fargli da super-io).

La qualità drammaturgica è supportata dal buon lavoro degli attori, a partire dallo stesso Rappa, che anche in questo settore ha il merito di scelte semplici ma portate avanti con coerenza: vedi quella di scandire a oltranza e quasi sillabare le parole, o di accentuare una postura gobba ogni volta che Mario siede a mangiare; nei risvolti più comici e grotteschi del personaggio, sembra di vedere l’ombra dello stagista-schiavo di “Boris” interpretato da Carlo De Ruggieri (che, come il nostro protagonista, era anche parecchio muto). Un po’ troppo impostato è il tono scelto dalla Cenni, anche se la cosa può in fondo rientrare nell’autoprotettività della Vulli. Senz’altro trascinante è invece l’istrionico Tantillo, a cui riesce bene anche l’idea di non nascondere la prosodia meridionale: il ragazzo, come si suol dire, ha futuro.

Il tutto è impreziosito dagli intermezzi musicali, firmati da un pianista come Stefano Bollani, su cui sarebbe ozioso dire alcunché.

La scrittura di Rappa, come certa letteratura anglosassone, è capace di alternare battute “orizzontali”, ironiche o perfino civettuole, a lacerazioni improvvise del dialogo, in cui l’interiorità lascia intravedere i suoi abissi, anche quando la rimarginazione è veloce. Un’abilità che il regista e autore ha probabilmente messo a punto anche confrontandosi direttamente con testi di questo stile, com’era capitato qualche anno fa con “A slow air” di David Harrower. E dimostrando di non aver perso la disponibilità di sguardo che avevamo apprezzato allora: Rappa sa portare in teatro quell’energia che, nella vita, permette alle relazioni di crescere o nascere anche attraverso – o proprio attraverso – le ferite. Perché, come scrive Maria Grazia Calandrone in una delle sue poesie recenti, «[…] è da questo corpo, / dalla sua silenziosa mietitura / che viene il verbo, / questo pane assoluto / che ti offro, questa bellezza / viva, fatta per te».

In scena a Roma fino a domani.

NESSUN LUOGO E’ LONTANO
scritto e diretto da Giampiero Rappa
con Valentina Cenni, Giampiero Rappa, Giuseppe Tantillo
regista assistente Alberto Basaluzzo
musiche Stefano Bollani
scenografia Francesco Ghisu
costumi Lucia Mariani
voci registrate Alberto Basaluzzo e Alessandra Schiavoni
foto di scena e grafica Manuela Giusto

durata: 1h 45’
applausi del pubblico: 100’’

Visto a Roma, al Teatro Argot, l’11 febbraio 2016

stars-3.5

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