Giardino delle Esperidi, nel teatro dei luoghi. Anche sotto la pioggia

Alessandro Rossi

Alessandro Rossi – Abitare il tempo (photo: scarlattineteatro.it)

Che Il Giardino delle Esperidi sia un festival strettamente legato al contesto naturale in cui si svolge, lo si sa. Da sette edizioni, da quando cioè esiste e anima, nel lecchese, gli ultimi luoghi dimenticati dall’inurbamento selvaggio che srotola strade e dà una bella mano di grigio al cielo.
Tuttavia, classificare Il Giardino delle Esperidi come evento nato-connaturato al luogo è riduttivo. Qui, ancora di più, è il luogo, già di per sé spettacolare, che ispira, influenza e guida l’espressione di attori e performer, facendo così che la residenza artistica sia un intervento a “impatto zero”: artisti e pubblico si adattano allo spazio, come ospiti rispettosi ma attivi che, arrivati con il loro bagaglio, si rendono conto che forse ne faranno a meno… E il risultato è sicuramente emozionante, per tutti.

È successo sabato sera a Campsirago, serata d’apertura, quando il piccolo palcoscenico esterno di Palazzo Gambassi, ricavato nel cortile e con un fondale aperto sulla Brianza illuminata, allestito dal pomeriggio per ospitare il concerto di Alessandro Rossi, è stato sgombrato di fretta sotto un acquazzone improvviso. In qualche minuto, all’interno, tutto era pronto per “Abitare il tempo”, titolo dello spettacolo del cantautore. Un classico imprevisto da festival all’aperto, certo, ma poche volte si vede il pubblico che si mette a disposizione in caso di urgenza e regge l’ombrello a chi smonta le casse e stacca i cavi per trasferire tutto al chiuso. Piuttosto, sarebbe più facile vedere gruppi di pubblico correre verso le auto con le giacche sulla testa.
A Campsirago no. C’è un altro spirito di partecipazione, la quarta parete non è prevista nell’arredamento, e la residenza di Scarlattine Teatro è una casa, tanto per gli artisti ospiti quanto per il pubblico.

“Cosa volete che vi faccio?” chiede Alessandro Rossi mentre aggiusta in diretta chitarra, suono, leggio: questo il debutto del cantautore milanese a Campsirago, l’intro di un’esibizione senza fronzoli, piena di ironia, resa ancora più intima dall’imprevisto, perché la pioggia ha forse lavato via quella patina formale da concerto e ha avvicinato ancora di più le persone.
Non c’è nessun personaggio artefatto quando su un palco improvvisato un artista scherza di sé con il pubblico: è un cabaret al contrario, dove la mira del comico non è, per una volta, la platea. Il clima è familiare e, continuamente, si esce da una scaletta che in effetti non c’è. Si va volentieri oltre la durata fissata sulle locandine, si prosegue con le richieste, come durante una festa in casa quando, tra amici, il più bravo prende la chitarra e accompagna i pensieri di tutti.

Nello stesso ristretto luogo, un’ora prima circa, andava in scena il radiodramma “Forever”, trasmesso in diretta streaming e, il 27 giugno, in differita su Radio Popolare; un testo scritto da Martino Ferro e animato da Maria Caterina Frani e Caterina Poggesi, coppia toscana di performer, qui interpreti di due donne e delle loro paure, lontane per forma, ma rese indivisibili dalla condivisione, dallo scambio, di voci e silenzi, dal tatto che insegna e fonde.
Il pubblico, se vuole, può indossare le mascherine per ascoltare meglio; ma è irresistibile la vista, dietro una zanzariera nera, delle due sul palcoscenico-tavolo da lavoro, attrezzato con gli strumenti dello speaker radiofonico, e le soluzioni del teatrante: cuffie e microfoni indosso, carta stagnola e pellicola trasparente, contenitori di plastica, palline, una sagoma ruvida, e tutti gli attrezzi per riprodurre rumori-umori dell’anima.


Una musica simbolica, quasi parlante, è anche quella eseguita da Mario Arcari, Filippo Fanò e Leonardo Ramadori, che dal vivo accompagnano Elisabetta Vergani mentre interpreta la poetessa Antonia Pozzi in “Radici profonde nel grembo di un monte”. Lo spettacolo è parte di un progetto inaugurato durante le scorse Esperidi da Farneto Teatro e Scarlattine Teatro, e che culminerà in uno spettacolo teatrale per i cent’anni dalla nascita della poetessa vissuta a Milano ma sepolta a Pasturo, dove diceva di sentire le sue “radici”. E proprio negli spazi esterni della sua casa, si è svolto uno spettacolo itinerante per 60 spettatori. E anche in questo caso, il luogo ha dettato le regole della rappresentazione: a partire dall’inizio, ritardato di una ventina di minuti per aspettare il buio naturale utile ai giochi di luce, coprotagonista insieme alla musica, e interprete tanto quanto l’attrice nei panni della poetessa.  
Ma di questo vi parleremo più nel dettaglio nei prossimi giorni…

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