Sordo, Pennini, Bianchi: la danza femminile al Giardino delle Esperidi

Valentina Sordo - Stop... and go
Valentina Sordo - Stop... and go

Valentina Sordo – Stop… and go (photo: Mirella de Bernardi)

C’è una bambina che si fa donna, con gioie e dolori, fatalità e sorprese del caso.
C’è un gruppo di tipi da fumetto, più nudi che vestiti ma marchiati Adidas.
C’è la performance interrotta di Valentina Sordo, vincitrice del premio Gd’A Lombardia 2009/10.
In tre spettacoli, la proposta di danza contemporanea del secondo fine settimana de Il Giardino delle Esperidi.

Tre interpretazioni, tre approcci e tre derive differenti di ricerca contemporanea sulla danza, provenienti però da una base comune ben riconoscibile: “Ah, guarda, anche lei si muove così, a scatti”. Ecco il mio vicino in platea che, dopo “Duplica” di Paola Bianchi, riconosce lo stesso “stile” anche nel movimento di Francesca Pennini in “XD – scritture retiniche sull’oscenità dei denti”, di Collettivo Cinetico. Entrambe le esibizioni sono state allestite nel cortile di Villa Gola a Olgiate Folgora, dimora circondata dal verde del suo parco che, sul lato posteriore, si allunga in un prato sconfinante sul panorama brianzolo. La villa, privata, è stata aperta al pubblico per l’occasione.

A inaugurare la serata, “Duplica”, spettacolo creato da Paola Bianchi in collaborazione, tra gli altri, con INCANTI/Controluce Teatro d’Ombre di Torino, e pensato dall’artista torinese per “sperimentare il mondo dell’ombra e della luce utilizzando unicamente il corpo”. Ne è nata una storia, raccontata sostituendo le parole con le ombre.
Paola Bianchi entra gattonando, con la schiena dritta, facendo scorrere una gamba ferma sotto l’altra che procede come certi bambini che, alle prime gattonate, preferiscono questo stile piuttosto che il classico carponi. Poi si alza, leva le scarpe, e cammina.
Ora il rumore di passi e suole che sentiamo è fuori sincrono rispetto al suo, scalzo: c’è qualcun altro dietro al velo nero che fa da fondale.
Da questo momento in poi, continuamente entrerà e uscirà dal nero, abitando la luce e vestendosi dei suoi effetti. La vedremo chiaramente davanti a noi; scomparire e ricomparire dietro al velo, in un primissimo piano enorme che sgrana i contorni e poi improvvisamente piccola, in una sagoma definita che sta sulla linea dell’orizzonte. La vedremo plasmarsi in diverse forme e sdoppiarsi in due figure speculari ma identiche; la vedremo sovrastarci in un’ombra che si fa sempre più sottile fino ad afflosciarsi su se stessa; la rivedremo davanti a noi, con nuovi abiti rossi e un’acconciatura diversa, inciampare impacciata.
Procede così il racconto di Paola Bianchi, e di una qualsiasi donna, che si copre per scoprirsi, che usa un velo per svelarsi, che emerge dal buio e che alla luce sparisce, come nel finale, dove il buio è un bianco pieno di luce.

Tutt’altra poetica quella di Collettivo Cinetico: stravagante e spudorata, sfacciata e provocante (anche perché mezza nuda), accolta dalla platea con stupore e risatine crescenti… Eppure, dietro la risata uniforme del pubblico, che richiama proprio il sorriso telematico del titolo “XD”, il lavoro di Collettivo Cinetico ha una forma tutt’altro che standard: risulta pop solo nel marchio dei costumi, forse, ma non certo nella concezione artistica.
Il sottotitolo “scritture retiniche sull’oscenità dei denti” è infatti un’altra definizione per esprimere il frivolo gusto per la pornografia ormai massificata, digitalizzata, diventata parte del linguaggio comune.
Quattro interpreti, su un palco-vetrina in continua trasformazione, creano quadretti di oscenità pop prendendo a prestito proprio i fenomeni-idoli di massa, che così diventano ridicoli. Ma sotto la veste comica, o meglio “comics” visto che si serve anche di baloons, questi fumetti più che far ridere impressionano per la loro corrispondenza con la realtà.

Realistica e divertente anche Valentina Sordo, che la sera dopo, a Santa Maria Hoè, si esibisce con “Stop… and go”, interpretazione fisica di quel motto che incoraggia a “rialzarsi ed andare avanti, anche dopo una brutta caduta”.
La danzatrice usa la cornice teatrale come metafora: gli imprevisti della vita, come quelli che possono accadere sul palco, e i grandi sogni infranti, si sciolgono non più in lacrime ma in gran finali patetici e caricati.
Quando non viene interrotta, Valentina Sordo corre da una parte all’altra del palco, alternando uno sguardo concentrato alle smorfie tipiche delle comiche in bianco e nero, o ai capricci della diva.
Godiamo e ridiamo dello spettacolo anche se il travestimento comico non funziona, perché più di tutto risalta la sua danza.

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