Con le Esperidi, viaggi teatrali tra i monti della Brianza

Dot504

Dot504 in Mah Hunt

Campsirago, per teatranti e spettatori disponibili al proprio ruolo, è una specie di luogo sacro su cui il dio Dioniso ha posato gli occhi da molto tempo, sin dagli anni Ottanta, da quando cioè Antonio Viganò, in quel paese allora diroccato, posto sulle montagne lecchesi, ci fece un festival memorabile.

Oggi la compagnia Scarlattine Teatro, continuando quella tradizione – complice il comune di Colle della Brianza e la Fondazione Cariplo – vi ha impiantato una residenza teatrale dove, da otto anni, organizza un festival molto stimolante, Il Giardino delle Esperidi, che quest’anno è partito la scorsa settimana per proseguire fino al 2 luglio.

Da qualche anno abbiamo avuto la fortuna di seguirne i primi giorni, di cui oggi vi parliamo, vivendo a stretto contatto con attori, organizzatori e i numerosi volontari accorsi per far vivere questa nuova edizione con otto spettacoli in prima assoluta, quattro prime e anteprime nazionali, per 33 repliche complessive con 23 compagnie provenienti da tutto il mondo che abitato i cortili, i giardini e le piazze di cinque paesi diversi (capofila è Olgiate Molgora), dislocati nel parco del monte di Brianza, su cui Campsirago si affaccia.


Tra gli spettacoli, gli esiti finali delle tre creazioni nate dal progetto “Cantiere Campsirago” per il sostegno di produzione a nuovi spettacoli.
Uno di essi, “Brigantesse”, su regia e drammaturgia delle pugliesi Raffaella Giancipoli e Antonella Iallorenzi (con l’aiuto di Isadora Angelini e in scena le stesse autrici della compagnia Petra), ha inaugurato il festival.

Lo spettacolo osserva il complesso fenomeno del brigantaggio post-risorgimentale da un punto di vista molto particolare e poco praticato, quello femminile, narrando in una consolidata forma narrativa dialogica, tra esistenza vissuta e documentazione storica, il diversificato percorso umano e civile di due sorelle che vivono l’unità del nostro Paese non come una conquista, ma come l’imposizione di uno Stato su una popolazione che non si sentì più libera.

Protagoniste dello spettacolo sono tutte quelle donne del Sud che “alzarono la testa, che mollarono mestoli e uncinetti e si schierarono, disobbedirono. Donne che inseguirono la propria libertà senza sapere che forma avesse, magari sbagliando, ma che ebbero il coraggio di abbandonare la speranza e di agire, responsabili delle loro azioni”.
Uno spettacolo intenso, ben condotto, tra intreccio di corpi e parole che le musiche originali di Pino Masciullo rendono ancor più ricco di emozioni.

Age di Collettivo Cinetico

Age di Collettivo Cinetico

Molto risalto nel festival è dato alla danza, coniugata in modi assai diversi tra loro. Ecco allora l’emergente Collettivo Cinetico di Francesca Pennini, assistita da Angelo Pedroni, che in “Age” mette in scena sei adolescenti in un progetto dedicato a John Cage, per riflettere – attraverso una specie di decalogo di atteggiamenti diversi – sull’essere adolescente come elemento sociale e legale, visto anche nel suo aspetto biologico/chimico, ancora in formazione.

L’attore adolescente dunque è un performer perfetto, ancora scevro di elementi certi ma pieno di pulsioni, che da un momento all’altro possono prendere direzioni assai diverse, tra loro assolutamente non codificate.
Il tutto è giocato su un progetto in divenire, che anch’esso non ammette codificazione ma vive sull’improvvisazione e sull’osservazione sia da parte del formatore autore, sia da parte del danzatore in divenire.

Fisicità assai diversa è quella espressa in “Mah Hunt” dal gruppo ceco di physical theatre Dot 504, che si rivela attraverso i corpi di Lenka Vágnerová e Pavel Masek, sempre pronti alla lotta e alla difesa, in un contrasto appassionato e appassionante che rimanda alla caccia, alla sopravvivenza in un mondo non solo ferino dove il cacciatore può facilmente diventare preda.
E’ un continuo e spasmodico alternarsi di intrecci di corpi e studio dell’altro, con un uso di stoffe ora intese come lacci, ora come possibilità di leggerezze aeree, come nel liberatorio finale tutto al femminile.

Il Nulla- Aia Taumastica

Il Nulla- Aia Taumastica

Teatro ancora fisico ma soprattutto di immagine quello proposto, nel suggestivo spazio di Villa Gola, da Massimilano Cividati nella sua bella creazione “Il nulla” di Aia Taumastica, spettacolo a tema con cinque attori (tre donne e due uomini) in relazione tra loro, in una specie di playlist di scene apparentemente slegate ma coerentemente unite tra loro per “assonanza ritmica e cromatica”, per sostenere l’assunto del concetto di “rimozione ” e le sue conseguenze.
Vengono offerte al pubblico piccole porzioni di vita, ora realistiche, ora surreali, contrappuntate da una ricca gestualità e da poche parole, sempre percorse da ironia ma corrose da una sottile quanto feroce disillusione rispetto alla coerenza affettiva reale dei sentimenti dei nostri simili.
Le relazioni tra gli esseri umani vengono così scandagliate in uno spazio bianco, popolato da pochissimi oggetti: un divano, due file di sedie laterali alla scena, un tavolo. 
Lo spettacolo è costruito con sapienza ed effettivo gusto teatrale, nell’ossessiva cosciente ripetizione – spesso monotona – di modalità drammaturgiche che solo alla fine si aprono ad effettivi intenti poetici altamente espressivi. 

La critica verso la reale consistenza dei sentimenti e la solitudine dell’essere umano contemporaneo è presente anche nell’installazione di Guvi Produzioni “Disco Armadio”.
L’armadio-discoteca, cosparso di specchi in cui chi entra può riflettersi e dove si posizionano piccolissimi gruppi di persone ad ascoltare e ballare ossessivamente musiche diversissime tra loro, tocca giorno per giorno  tutti i luoghi del festival in luoghi tra di loro disparatissimi: stazioni, piazze, mercati… radunando un bagaglio di gente a cui l’esperienza teatrale concede (forse) un momento di riflessione, solo apparentemente, banalmente giocosa. 

Interessanti anche le proposte per bambini e ragazzi.
Oltre che il collaudato percorso interattivo di Scarlattine con le macchine create da Anna Turina e Matteo Lainati e fatte vivere da Giulietta De Bernardi e Anna Fascendini a stretto contatto con il pubblico dei piccolissimi, abbiamo assistito nei sotterranei di Villa Semenza a “Polaris”.

Lo spettacolo, di e con Vojta Švejda e Jan Beneš, rappresentato con il fondamentale apporto delle luci di Tereza Benešová e delle musiche di Jan  Kalivoda, è una suggestiva creazione d’atmosfera senza parole che racconta, attraverso improvvise apparizioni che squarciano il buio, l’epopea di un viaggio al Polo, dove due uomini nel gelo più tremendo, tra  realtà ed immaginazione, a contatto con un bestiario reinventato in modo divertito e divertente dagli stessi attori, vivono un’esperienza unica e irripetibile.
Non è solo un viaggio quello che viene narrato, ma in modo inusuale “Solaris” parla anche di solitudine, di amicizia, del “desiderio di perdersi, di essere dispersi e far sentire la propria mancanza”.
 
Infine, all’ombra di un grande albero, nella quiete di una casa colonica vicino a Galbiate, Pierpaolo Piludu di Cadadie Teatro ha narrato, per i bambini e gli adulti accorsi ad ascoltarlo, storie antiche della sua Sardegna, dove ancora vigeva la legge del bene comune, e in un mondo che ormai pare davvero lontano in cui le galline erano sapienti e le pietre portatrici di incanti.

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