Se il Giardino delle Esperidi diventa labirinto nell’arte

L'uomo che pesò il mondo di Nuove Cosmogonie Teatro (photo: Luisa Mizzoni)
L'uomo che pesò il mondo di Nuove Cosmogonie Teatro (photo: Luisa Mizzoni)

Si avvia all’epilogo la XIV edizione de Il Giardino delle Esperidi, full immersion di teatro itinerante nella natura.
Paesaggio urbano, ma anche celeste. La volta stellata di Campsirago, sulle pendici del Monte San Genesio, 680 metri di altitudine, è scenario per “L’uomo che pesò il mondo” di Nuove Cosmogonie Teatro, lavoro di Katia Capato e Joseph Scicluna.
Gli abissi luminosi sul villaggio medioevale, meta di raduni hippy negli anni Settanta, fanno da cornice alle scoperte fisiche e astronomiche di Cavendish, Newton, Keplero e Brahe. Di questi personaggi folli e geniali scopriamo aneddoti bizzarri, paturnie e ipocondrie, manie e limiti valicati da passione e dedizione. L’infinitamente piccolo si spalanca all’universo attraverso le sinapsi del cervello, labirinto di ossessioni, ma anche punto di partenza per uno sguardo interrogativo sulla vita. Il dubbio e l’anelito alla verità diventano motori della conoscenza.

A proposito di labirinti e di spazi allargati: se non sono siderali, poco ci manca per “Arianna e Teseo”, performance itinerante di Pleiadi Art Production (con il coinvolgimento di Scarlattine Teatro e Fattoria Vittadini) nata da un’idea di Michele Losi. Quest’ambizioso progetto di teatro nel paesaggio valorizza le bellezze rurali e naturalistiche intorno alla vecchia cascina di Figina (Galbiate). Location d’altri tempi per una storia senza tempo. Il filo rosso di Arianna, gli schieramenti paralleli degli spettatori in doppia fila indiana, i fili del mito, il filo della drammaturgia, che continuamente si aggroviglia per poi dipanarsi. Una costruzione a scatole cinesi. Il labirinto è nel tempo, prima ancora che nello spazio. Siamo proiettati in un altrove cinematografico quanto alla scelta delle angolazioni visive: campo lunghissimo, lungo, totale. Totale è anche il linguaggio usato, che si vale dei linguaggi della narrazione, della danza, del canto corale a cappella (pensato da Miriam Gotti), delle sonorità elettroniche di Diego Dioguardi. I costumi vanno dalla sobrietà lineare classica di Anna Fascendini ai rubicondi orpelli piumati di Giulietta Debernardi, dall’alterigia guappa di Marta Lunetta allo stilizzato travestimento taurino del puppet cileno David Zuazola.
Assistiamo all’uccisione del Minotauro: ne vedremo il corpo esamine dall’alto. Il diverso che incute terrore genera pietà se osservato da un’altra prospettiva. Questa creatura ibrida rappresenta il lato irrazionale e inconsapevole dell’uomo.
Come in Dürrenmatt, anche il Minotauro di Losi, “innocente colpevole”, rappresenta la duplicità, ed è vittima della forza ambigua della giustizia.
Tutti gli attori (oltre a quelli citati figurano anche Noemi Bresciani, Francesca Cecala, Maura Di Vietri, Caterina Momo, Francesca Penzo, Arianna Losi, Sara Tanita Vilardo) sono metafore sfaccettate del cammino intricato dell’uomo, sempre alla ricerca di un centro. Essi ci guidano, in un percorso tra visual e land art, nei labirinti dell’anima: perfetta allegoria della vita, ricca di percorsi da seguire, senza sapere se troveremo mai quello che stiamo cercando.

Arianna e Teseo (photo: Luisa Mizzoni)

Arianna e Teseo (photo: Luisa Mizzoni)

Interessante “Marbleland”, accurata inchiesta di Stradevarie sulle cave di Carrara, nelle Alpi Apuane. Chi ritenesse il marmo bianco usato da Michelangelo solo un prodotto dell’orgoglio italico, veda questo monologo tagliente e caustico di e con Soledad Nicolazzi, accompagnata dalle musiche dal vivo di Alessandra D’Aietti: scoprirà un sottosuolo d’intrallazzi e corruzione, e una scia d’incidenti e morti bianche che grida vendetta. Solo che Nicolazzi si fa prendere la mano: divaga, esagera con i bozzetti, le macchiette, i travestimenti con il rischio di buttare la tragedia in farsa e di farsi esplodere tra le mani un potenziale drammaturgico notevole.

La divagazione – invece – è essenza poetica in “Folliar”, stralunato dialogo della coppia Astorri-Tintinelli sulle inquietudini esistenziali. Abbiamo, in questo show monocromo tra Shakespeare (di “Re Lear”) e Beckett, un’umanità in disarmo, accecata dalla vita, votata verso la morte, qui evocata dal celebre quartetto di Schubert, intitolato appunto “La morte e la fanciulla”.
Un capocomico cieco prova a dirigere il suo attore. Si chiamano rispettivamente “cugino” e “zio”, danno vita a discorsi strampalati, si muovono come un carillon sghembo. Illusionismo e avanguardia, giochi di parole, apoteosi del nonsense; ridere di tutto, di sé, della vita, della morte, del teatro impegnato: questo, e molto altro ancora è “Folliar”. Come a Franco Fanigliulo quarant’anni fa, anche ad Astorri e Tintinelli piace «girare tra le favole in mutande». E scoprire, tra una finestrella, un cerchio magico e i puntini di luce sullo sfondo notturno, uno spazio per sogni e lacrime.

Folliar (photo: Luisa Mizzoni)

Folliar (photo: Luisa Mizzoni)

Raccontare a un pubblico dai quattro anni in su l’assenza, l’urgenza del contatto che resiste a un legame spezzato. È quanto prova a fare lo spettacolo “Dall’altra parte” di Scarlattine Teatro.
Francesca Cecala, Anna Fascendini e Giulietta Debernardi mettono in scena un’idea di Martina Monetti per una creazione tutta al femminile di evocazioni e performance, tra domande, teatro di figura e riti ancestrali. Ombre, luci sfavillanti, un lenzuolo. Una danza silenziosa, accudente e materna. L’uso simbolico della terra, anch’essa madre, oggetto di miti e riti arcaici. La terra da cui tutto parte e a cui tutto ritorna, diventa incontro che lega in un cerchio attori e spettatori. Dentro quest’alone filtrato dall’immaginazione, al di là e al di qua sono categorie sovrapponibili. Nulla si distrugge, tutto si trasforma, in un gioco sibillino dove nuovi legami sembrano nascere come germogli.

I legami sono anche quelli di “Laribiancos”, dal romanzo di Francesco Masala, regia di Giancarlo Biffi, di e con Pierpaolo Piludu. Un’epopea degli umili in un paesino della Sardegna, ai confini con le foreste del Goceano. Avventure e disavventure di piccoli uomini denutriti, incantati, straniti, che diventano carne da macello in Russia durante la seconda guerra mondiale. Personaggi dai nomi bislacchi, dai tic e dai caratteri strambi, cui dà corpo, vita, emozioni, accenti, un Piludu in stato di grazia. Con la chicca musicale di un impasto d’italiano e sardo, rafforzato dalle note jazz di Paolo Fresu.

Il festival si chiude in questo weekend. Ritorna stasera, alle 21 a Campsirago, “Il mio compleanno di Riserva Canini.
Sabato 7 luglio in anteprima sempre a Campsirago alle 18, 19 e 24, “TRIEB_L’indagine”, spettacolo di teatrodanza sulle complessità della persona nato dalla collaborazione tra Fattoria Vittadini e Campsirago Residenza. Alle 21.15 “My Odissey”, la performance di physical storytelling e improvvisazione di Asterions Hus. E a seguire concerto dei texani The Ghost Wolves.
Gran finale domenica 8 luglio. Matinée alle 11 a Bestetto di Colle Brianza con “Little Bang”, teatro ragazzi di Riserva Canini sull’origine dell’universo. Nel pomeriggio “SI’LɛNTSJOse Tracce”, laboratorio di silenzio nel paesaggio di Serena Crocco. Altri due appuntamenti con “TRIEB_L’indagine” a Campsirago: repliche alle 18 e alle 19. Alle 21 Verte Dance propone lo spettacolo “Let’s dance”, manuale irriverente sulla danza contemporanea. Chiusura all’insegna della musica: alle 23 Valeria Sturba e El Bramido Negro promettono un concerto di canzoni arrabbiate, dolci e malinconiche con archi stralunati e rumorosi.

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