XVII Giardino delle Esperidi. Il festival tra natura e leggerezza

David Zuazola (photo: Alvise Crovato)
Robot di David Zuazola (photo: Alvise Crovato)

Ripartire. Riprendere a respirare. Riappropriarsi della spensieratezza grazie all’arte. Ritrovare la voglia di divertirsi. I primi quattro giorni del festival Il Giardino delle Esperidi ci regalano sensazioni di libertà.
Il debutto è a Campsirago, epicentro del festival e delle quattro compagnie (Riserva Canini, Scarlattine, Pleiadi e Stradevarie) che risiedono stabilmente in questo villaggio sul monte di Brianza, meta dei raduni hippy degli anni Settanta. Lo sguardo va a palazzo Gambassi (XV secolo), che nel 1873 ospitò la principessa Margherita di Savoia diretta all’eremo di San Genesio per gli esercizi spirituali. Il palazzo ora è transennato: sono iniziati i lavori di rifacimento che di qui a un anno renderanno l’edificio il cuore pulsante di questo luogo d’arte.

La mascherina ci fa compagnia ancora per un weekend. Negli appuntamenti a venire potremo meglio respirare i boschi, e apprezzare l’odore del gelsomino e della lavanda che caratterizzano il borgo, meta degli aficionados di tutto il Nord Italia.
La natura abbraccia i due debutti di Campsirago Residenza, “Vivarium” e “Amleto, una questione personale”.
Propriamente, “Vivarium” è un’installazione permanente articolata in dodici tappe. Coniuga natura e tecnologia, e non è un modo di dire. Scaricando una app gratuita, è infatti possibile seguire con le cuffie, attivando il GPS, un itinerario che dalla corte del borgo arriva all’eremo di San Genesio. È un percorso anche nella storia. Si lambiscono altari celtici per giungere al Santuario della Madonna del Sasso.
Immergersi nella natura è cercare infatti il contatto con il sacro e le antiche civiltà; è trovare la filigrana degli uomini che ci hanno preceduto. Di qui anche i simboli dei rituali di purificazione scintoisti, come la shimenawa, la corda sacra propiziatoria di canapa e paglia di riso appesa qua e là nel paesaggio a indicare la soglia tra sacro e profano. Ottima idea quella di mettere la tecnologia al servizio della natura. Partecipiamo a un’esperienza che esorcizza la paura dinanzi all’ignoto.

Il collaudato sodalizio Sofia Bolognini / Michele Losi, con i suoni e le musiche di Diego Dioguardi e Luca Maria Baldini, anima questo percorso di quasi un km e mezzo (e 157 metri di dislivello), per trovare luoghi di raccoglimento e di quieto incontro con potenze ed esseri sovrumani. In questo teatro senza persone né maschere, gli alberi sono le quinte e gli attori sono cervi, cinghiali, poiane e gufi. Avvertiamo lo scorrere dei ruscelli. Celebriamo il matrimonio tra la fragola selvatica e l’ippocastano, sotto una pioggia di coriandoli virtuali creata dalle animazioni di Francesca Guiotto con la technical art di Alessandro Ramazzina. Guardiamo la natura con occhi diversi. Ci accostiamo alla tecnologia con sguardo nuovo. Testiamo il fragile equilibrio del nostro io con gli altri, lo spazio il tempo e la tecnica.

Teatro nella natura: è ormai questo il marchio di Losi & Co. Ed eccoci a gustare “Amleto”, regia di Anna Fascendini, Giulietta De Bernardi e lo stesso Losi, tutti dentro lo spettacolo con Barbara Mattavelli, Benedetta Brambilla, Liliana Benini, Marialice Tagliavini, Sara Milani, Sebastiano Sicurezza, Stefania Ventura, Stefano Pirovano e la Bolognini, quest’ultima anche nelle vesti di dramaturg.
È il risultato di 18 giorni di laboratorio teatrale nel paesaggio. Quindi, assistere a un lavoro con un’anima, seppure multiforme, cangiante, sfuggente, è già un risultato. Le infinite morti sviscerate nel dramma shakespeariano qui si dilatano e disperdono grazie alla danza e alle coreografie, grazie alla musica e ai suoni di Dioguardi e Baldini. Il male affonda simbolicamente nell’acqua di un vecchio lavatoio.

Il percorso naturalistico è un itinerario interiore. Il testo ascoltato dal vivo o attraverso le cuffie, è materiale grezzo che sta a noi piallare, adattandolo ai nostri bisogni. In questo tornado multicaotico di conflitti e delitti, sta a noi fare ordine. È un ordine surrettizio da scovare tra piante e silenzi. Preghiera e morte diventano rito collettivo, anche grazie ai costumi di Stefania Coretti, che interrogano il paesaggio e con esso dialogano. Respiriamo. Giochiamo tra di noi e con gli attori. Marciamo in fila indiana, anch’essa cangiante. Intrecciamo file e fili con altri spettatori. Creiamo una trama di sguardi, sorrisi, emozioni. Anche questo è il rituale collettivo del teatro. Come nelle civiltà arcaiche, il bosco con le sue oscurità diventa battesimo iniziatico.

Amleto, una questione personale (photo: Alvise Crovato)

Amleto, una questione personale (photo: Alvise Crovato)

Fuor di (Campsirago) Residenza, c’è la stessa voglia di gioco e condivisione. C’è convivialità, quella offerta dal cibo. Cibo e teatro sono l’alchimia perfetta per le Qui e Ora Residenza Teatrale. Che animano “Saga salsa noir” (regia Giulia Gallo e Giovanni Guerrieri, I Sacchi di Sabbia) e “Cosa bolle in pentola”. L’Osteria Stala del Rè e la Trattoria Sta su De Doss sono scenario culinario di spettacoli trimalcionici, di riti pantagruelici stile cena con delitto, con tanto di coinvolgimento degli spettatori che diventano personaggi e complici.

Se poi del grasso superfluo dovesse accumularsi su vita e fianchi, niente paura. Le stralunate e strabuzzanti Silvia Baldini, Francesca Albanese e Laura Valli ci inondano del loro entusiasmo. Iniettano la loro energia nel caustico “Ladies Body Show”, spettacolo intelligente con la regia di un’altra matta e mattatrice della scena, quella Silvia Gribaudi fresca di Premio Hystrio capace di dare a ogni corpo la propria voce, a ogni centimetro di tessuto adiposo la propria forza drammaturgica. “Ladies Body Show” con le sue domande tormentone su bellezza e femminilità, arte e creatività, potere e denaro, è una zaffata d’umorismo applicato ai linguaggi del corpo. La performance è ironia dissacrante. È vitalismo al femminile: a spazzare gli stereotipi delle menti omologate; a sciogliere la pinguedine dei cervelli seriali.

A proposito di cibo: sono “commestibili” anche le “reliquie” della cantante Nina Madù, ma non vi fidate. Questa creatura notturna con le ganasce da usignolo e l’ugola da rana, con i versi da assiolo e gli acuti da soprano, è un inganno dadaista, un compendio di satira di costume e umorismo nero. Capace di spaziare dal rock demenziale alle melodie di pregio, Camilla Barbarito quando diventa Nina Madù è l’unica donna al mondo che truccandosi da donna assomiglia a un travestito. E allora niente di più naturale che ad accompagnare la sua performance imbalsamata siano le Nina’s Drag Queen (Lorenzo Piccolo e Alessio Calciolari), che con le loro scorribande e i loro colori vivacizzano uno spettacolo sommesso, intimo, scarno.

“Nina Madù e le reliquie commestibili” è un concerto tanto più esilarante quanto più monocorde. Anche i musicisti (Fabio Marconi, Guido Baldoni e Andrea Migliarini) asciugano i colori e semplificano i timbri, alimentando il mistero. Compassata, pallida e ingessata, Nina Madù affascina con i suoi brani avanguardistici dai titoli improbabili: “Bitumificio”, “Coppia etero”, “Uomo col riporto”, “Concerto per pianoforte e chiavi di casa”, “Mi piaccio” “Il bullo psicologico”, ‘L’abietto infame”. Fino a “Pazza Ikea”, grottesca cover di Patti Pravo.
Procede «inesorabile come la morte», Nina Madù. Eppure il suo concerto è «una fatica immane».

Realmente faticosa per l’impegno richiesto in fase di progettazione e costruzione, ma piena di passione, è la macchina scenica orchestrata dal cileno David Zuazola per lo spettacolo “Robot”. Sei mesi di lavoro, quattordici ore al giorno, per creare una specie di presepe ambulante che neanche a Napoli a San Gregorio Armeno. “Robot” è una sorta di “Castello errante di Howl” costruito con materiali di riciclo: carta, cartone, legno e metallo. Tanti personaggi, tante insegne, tanti oggetti scenici. Al centro dei robot, che uomini parrucconi hanno voluto dismettere e accantonare in un museo che assomiglia molto a un lager, con tanto di filo spinato elettrificato. Diversamente da certi uomini incartapecoriti, i robot un cuore ce l’hanno anche se di metallo. E si accende quando incontra l’amore. Che qui ha l’aspetto di una ragazza su sedia a rotelle, che assomiglia alla Clara di Heidi.
Questa storia fantasmagorica mescola dramma, avventura e romanticismo e li orna con un tocco di magia. Si snocciolano avventure rocambolesche tra fiaba e fantascienza. “Robot”, adattamento e regia di Marek B Chodaczyński, musica di Marek Żurawski, coproduzione Unia Teatrów Niezależnych e David Zuazola, è un racconto sull’umanità. Tra meccanismi curiosi e pupi immaginifici, si dipana la dimensione più intima dell’essere-uomo in un mondo onirico dove il reale si confonde con il magico. Affiora un universo di personaggi grigi, di eroi che sono antieroi ma sanno migliorarsi, di persone buone e cattive, di chi è capace di perdonare e ricordare, e di chi, invece, è crudele ed egoista. La magia di questo teatro artigianale destinato a solcare l’Europa, supera l’eterno conflitto tra luce e buio, e con levità regala l’afflato dell’infanzia e della poesia.

Ripartenza oggi e domani con Collettivo Wundertruppe (“Piazza della solitudine_ Promenade”) e cada die teatro (“Riva Gigi ’69-70” oggi e “Il respiro del vento” domani).
Si prosegue venerdì 2 luglio con il teatro ragazzi di Scarlattine Teatro (“Angeli di terra”), con il teatro-natura di O Thiasos (concerto “Canti del vivo”) e ancora con Principio Attivo Teatro (“Preghiera del mattino) e Luca Maria Baldini (“L’uomo meccanico”).
Sista Bramini e O Thiasos Teatro Natura (Athene Noctua”) sono protagonisti ancora sabato 3 luglio. A seguire Marco Cacciola (“Farsi silenzio”), Claudia Cipriani (“L’ultima ruota”) e il duo Giulio Escalona Vittorio Ondedei (“Ho sonno”). Domenica 4, il teatro ragazzi di Scarlattine (“Nina e il mare”) e gran finale con Pleiadi (il ritorno di “Alberi maestri” per ipovedenti e ipoudenti), Matteo Galbusera (“Maicol Gatto”) e VicoQuartoMazzini (“Livore”), Premio Hystrio Iceberg 2021 come miglior compagnia emergente.

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