Giduglia. La clownessa di Patrizia Aroldi

Patrizia Aroldi è Giduglia

Patrizia Aroldi è Giduglia

Ricordo di aver assistito ad uno dei primi brevi studi su “Giduglia” fatti da Patrizia Aroldi nel lontano dicembre 2007, ad Armunia. Già allora mi avevano colpito il suo talento e l’insolita tematica del lavoro, che in questa tappa spezzina, andata in scena l’8 marzo all’interno della rassegna FuoriLuogo, mostra nella sua forma compiuta un’evoluzione, un mutamento – in positivo – e una maturità quasi inaspettati.

La protagonista, una clownessa in crisi esistenziale, affronta una seduta di ipnosi guidata dalla voce fuori campo di un’analista che la porta a ripercorre le tappe della sua esistenza, in un tragicomico viaggio. Immediato sin dalle prime battute e affermato nel foglio di sala il rimando, nel tratteggiare questa figura di pagliaccio, a certe atmosfere felliniane, quelle de “La strada” per intendersi, della Gelsomina di Giulietta Masina.

Nonostante un avvio un po’ dilatato, nel quale il lavoro paga dazio a certe scelte drammaturgiche che tendono ad indulgere un po’ troppo sulla partitura gestuale a scapito del ritmo, il lavoro emerge alla distanza e si dimostra assai riuscito nell’insieme per equilibrio, delicatezza, armoniosità, tenue ironia e leggerezza. Il tutto supportato da un’ottima scenografia, perfetta nella sua accuratezza e nella ricchezza di oggetti densi di significato (come non citare i grandi specchi usurati posti a raggiera in scena e il loro evocare atmosfere klimtiane), mai ridondanti o superflui, esaltati dall’efficace ordito delle luci di Davide Cavandoli.

A ciò si aggiunge l’emergere carsico della mano di Danio Manfredini (che ha collaborato alla creazione dello spettacolo), presente senza mai essere preponderante, e che completa quella profonda lievità d’analisi dell’essere umano, nelle sue eterogenee sfumature, che è una delle caratteristiche del lavoro.

Tutto ciò viene “costruito” e portato in scena senza mai alcuna presunzione, invadenza, bensì con quel giusto miscuglio di comprensione umana ed ironia a tratteggiare la protagonista, figura caratterizzata dall’alternarsi cromatico (per abbigliamento ed accessori) di bianco e nero, colori estremi ed opposti che del lavoro vengono a rappresentare i metaforici confini, quasi dei limiti, poiché la Aroldi tratteggia con la sua densa interpretazione linee di colore intermedie, mille e più sfumature, che attraversano e cercano di raffigurare l’immaginario universale femminile.

“Giduglia”, che nel sottotitolo richiama alla memoria il romanzo di Heinrich Böll “Opinioni di un clown”, pur nella diversità e “distanza” dal libro dello scrittore tedesco, trova una forte vicinanza in alcune tematiche caratterizzanti la figura del protagonista Hans Schnier, in quella coraggiosa, spudorata e disperata volontà di scandagliare l’animo umano senza timore alcuno, un “lamento” pieno di ironia sulle piccolezze e insicurezze dell’essere umano.

“Credo che anche Dio talvolta dubiti della mia esistenza…” ci confessa nel suggestivo finale la protagonista.

GIDUGLIA. Opinioni di una clownessa
di e con Patrizia Aroldi
con la collaborazione di Danio Manfredini
luci Davide Cavandoli
registrazione sonora Marco Olivieri
partecipazione al progetto Marco Ripoldi e Johnny Gable
sostegno alla produzione Armunia – Castiglioncello, La Corte Ospitale – Rubiera

durata: 1h 5′
applausi del pubblico: 1′ 50”

Visto a La Spezia, Centro Giovanile Dialma Ruggero, l’8 marzo 2014


 

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