La Ginevra di Romano Danielli: lunga vita ai burattini!

Ginevra degli Almieri (photo: Carlo Lastrucci)
Ginevra degli Almieri (photo: Carlo Lastrucci)

Purtroppo il teatro di figura, e soprattutto quello dei burattini, nel nostro Paese è confinato nei meandri non solo del teatro per bambini, ma soprattutto in un teatro che “c’era una volta e ora non c’è più”, nonostante sia una forma scenica che ancora riempie le piazze e che, all’estero, è sempre stata ed è tuttora sulla cresta dell’onda, con spettacoli serali per adulti a cui accorre molto pubblico.

La riproposizione al festival Arrivano dal mare di uno spettacolo come “La Ginevra degli Almieri”, spettacolo di burattini di tradizione ripristinato dall’ottantenne maestro bolognese Romano Danielli, diventa un evento da tenere assolutamente in conto, un’occasione unica per riportare in vita, attraverso un’arte senza tempo, una storia dimenticata che, col passare dei tempi, è diventata un cannovaccio assai utilizzato da molte generazioni di burattinai, adattato alle loro esigenze drammaturgiche, ben diverse da quelle del palcoscenico.

La vera storia di Ginevra, quella originale, era ambientata nella Firenze del XIV secolo. La protagonista viene obbligata dal padre a sposare Francesco, della ricca casata degli Agolanti, pur essendo lei innamorata di Antonio, dal modesto patrimonio.
Essendo ad un certo punto morta di peste e risvegliatasi con orrore nella tomba, Ginevra riesce a fuggire, ma viene scacciata dal padre e dal marito, che la scambiano per fantasma. A Ginevra non resta che recarsi dal suo Antonio, che l’accoglierà a braccia aperte. Il lieto finale è d’obbligo: lei guarisce e l’amore trionfa, dato che il matrimonio con Francesco verrà sciolto, avendo lui ripudiato la moglie.

La storia di Ginevra, della sepolta viva, si tramanda sotto varie forme nei secoli, e ovviamente anche il teatro popolare dei burattini ne ha approfittato, come dimostra la versione che Romano Danielli ha ricostruito per il festival romagnolo diretto dal Teatro del Drago, agito in una grande baracca da ben sette burattinai.

Al centro della storia, come ogni copione burattinesco che si rispetti, non vi è la bella Ginevra, bensì due burattini della tradizione, Fagiolino e Sganapino (Marco Iaboli e William Melloni), servi di buon cuore del Conte Almieri che, dopo aver sentito Lanternin Patata, caricatura del medico ammazza ammalati, credendo di aver ucciso la moglie Ginevra, assai poco obbediente ai suoi voleri, ordina ai suoi due servi di tumularla nella tomba di famiglia. Verranno aiutati dai becchini Sandrone e da sua moglie Pulonia, icone anch’essi della tradizione emiliano-romagnola.
Insieme al presunto cadavere della moglie (e qui sta l’inghippo) il Conte Almieri ha voluto sotterrarne anche tutti i gioielli, la qual cosa ovviamente fa gola a Fagiolino e Sganapino, sempre poveri in canna. Così i due, una volta finito il funerale, riaprono la tomba, da cui esce viva e vegeta Ginevra, che rinsavita nel carattere si riunisce al marito lasciando l’amante, sciupafemmine, Roberto, che qui Danielli trasforma nella maschera del Capitano.

Sette, dicevamo, i burattinai: insieme a Marco Iaboli e William Melloni, ci sono lo stesso Danielli nella parte di Sandrone e di Lanternin Patata. Il dottor Balanzone, qui padre di Ginevra, è affidato a Riccardo Pazzaglia, Brighella e Pulonia sono interpretati da Moreno Pigoni, mentre le parti serie sono per Grazia Punginelli (Ginevra) e per il giovanissimo Mattia Zecchi, nel doppio ruolo del Conte e di Roberto.

Il risultato è davvero una meraviglia, una specie di compendio dell’arte burattinesca con gag all’infinito e invenzioni irresistibili, come i ceri del catafalco di Ginevra, che si accendono e spengono continuamente, trasformandosi invece che in un funerale in un compleanno, o ancora la riapertura della tomba, con la sorpresa dei poveri Fagiolino e Sganapino nel ritrovarsi davanti la rediviva Ginevra.
Il ritmo è serratissimo, con le teste di legno a rendere ogni scena memorabile e unica. Indimenticabile poi il finale, con una congerie di maldestri Sandroni che, diretti nientemeno che da un Giuseppe Verdi redivivo, si muovono all’unisono sulle note verdiane, tentando di cantare un davvero improbabile “Va, pensiero” in salsa emiliano-romagnolo, con annesso un canto d’amore per la loro compagna di vita, la rotonda Pulonia: “Del Panaro le rive saluta e poi prende le anatre a sassate, oh Pulonia sdentata e baffuta, sei così rancida che sembri un cavallo”.
Uno spettacolo, dunque, teatralmente indimenticabile, dalla comicità nello stesso tempo popolare e raffinata, che fa ben sperare nella riproposizione di antichi testi della tradizione burattinesca, ancora attuale e assolutamente da riproporre, non solo negli ambiti di un festival di teatro di figura.

La Ginevra degli Almieri
Con Romano Danielli, Marco Iaboli, William Melloni, Moreno Pigoni, Riccardo Pazzaglia, Mattia Zecchi, Grazia Punginelli, Milena Fantuzzi

Visto a Gambettola, Teatro Comunale, il 29 settembre 2018

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