Giorgio Albertazzi a Klp: io, Achab, fra Latella e Amleto. Intervista

Giorgio Albertazzi
Giorgio Albertazzi

Giorgio Albertazzi nei panni di Achab (photo: teatrostabileverona.it)

Come la caccia a Moby Dick, l’inseguimento dell’irraggiungibile, eterna sfida dell’uomo. E la dolcezza, lo struggimento della prova quando, superati i secondi quarant’anni, ancora più sensibili diventano i pensieri e le riflessioni sull’assoluto.

“Moby Dick”, co-produzione dello Stabile dell’Umbria con Teatro di Roma, ha chiuso in febbraio la sua tournée con alcune date in Lombardia, fra Brescia e Milano. Lo spettacolo ha messo insieme due nomi eccellenti della scena italiana, due generazioni e due artisti diversi ma di valore assoluto: Giorgio Albertazzi, direttore artistico dello Stabile capitolino, e Antonio Latella, che ha firmato la regia di questa messa in scena ispirata al capolavoro di Herman Melville nell’adattamento di Federico Bellini (che riconferma un sodalizio con il regista già sperimentato in “Querelle” di Genet, con Testori, e fino alla “Cena delle ceneri” di Giordano Bruno).

La ciurma di Albertazzi-Achab in questa parte di stagione ha perso il supporto di Marco Foschi per altri impegni. La scelta registica è stata quella di sopperire alla defaillance con la soppressione di un personaggio, e il dirottamento, efficace, di Rosario Tedesco sul ruolo del giovane avventuriero che si imbarca senza una vera ragione e che diventerà poi l’alter ego del capitano, quello a cui l’uomo si aggrapperà nelle riflessioni ultime sull’essere e sul non essere.

Nel gruppo, fra gli altri, anche Annibale Pavone e Fabio Pasquini, di recente impegnati nel progetto di Latella su Amleto che, proprio in questi giorni, va in scena al Teatro India di Roma.
Più della trama, al regista interessa raccontare attraverso Achab il suo creatore Melville, appassionato di Dante e Shakespeare, autori, questi, che vengono a galla nell’oceano di simboli e linguaggi che la messa in scena ospita.
Achab assomiglia così a Giona, chiuso nel bianco ventre letterario della metaforica balena della conoscenza, come fosse in certo qual modo penetrato nel ventre del suo desiderio. Un mondo di idea pura, quasi, un valico della follia, al quale accede incidentalmente solo il marinaio impazzito.
Gli altri marinai vivono di equilibri instabili, di linguaggi e codici espressivi che cercano (all’interno dell’idea scenica curata dallo stesso Latella, con le belle luci di Giorgio Cervesi Ripa) le ragioni dei loro percorsi di vita, in un lavoro dalle accentuate pieghe meta-testuali.
Moby Dick diventa quindi pretesto per riflessioni di altra natura, più dense e sganciate dagli ormeggi letterari iniziali, aspetto che ha lasciato più d’uno spettatore spiazzato.
Sono, a ben guardare, le stesse considerazioni sul senso della vita, sull’ispirazione artistica, sul desiderio, che Albertazzi ci trasmette nei camerini del Teatro Sociale di Brescia, poco prima dello spettacolo. Albertazzi è un anti-eroe, dà persona a un Achab umano, troppo umano, affaticato dalla caccia alla vita e che chiude lo spettacolo con la recita del monologo di Amleto: seduto sul bordo della ribalta, metaforico ponte della nave, lancia le parole oltre il palcoscenico, nel limitare buio delle cose, dell’esistenza.

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