Giovani autori da scoprire: Fabio Chiriatti e un teatro della perdita che non rinuncia alla vita

Fabio Chiriatti

Fabio Chiriatti

Una matita è quello che richiede la lettura di questa raccolta firmata da Fabio Chiriatti. Una grande concentrazione e desiderio di comprendere, per andare oltre la superficie un po’ idiosincratica. Ma ne vale la pena, perché quello che sta sotto è un ragionare intenso. Una capacità di entrare dentro i sensi nascosti dell’umano brulicare, che travalica gli anni dell’autore.

Fabio Chiriatti ne ha 31 appena compiuti e un curriculum denso di studi e di esperienza. Una laurea in Archeologia e nel teatro una formazione laboratoriale nel territorio salentino a partire dal 1998. Il diastolico trasferimento a Milano, dove si diploma in Scrittura Drammaturgica presso la Civica Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi. E il sistolico ritorno in Salento.

Il più odioso fra i giorni della settimana, il lunedì, è anche la giornata in cui i teatranti sono liberi, e vanno in giro a fare le cose come tutti gli altri — “È allora che osservi il mondo e ti rendi conto che Pinter aveva ragione: è un luogo piuttosto violento”.
Una indicazione tematica importante per “Lo scannatoio del lunedì”, che allinea «tre storie di spaesamento» — così le definisce Renata Margherita Molinari nella sua introduzione, — differenti per definizione drammaturgica e contenuti, ma affini nella realistica ricerca di un contemporaneo perduto al teatro attuale. Una esplorazione crudele e affettiva insieme.

“Mappughe”, vincitore del premio Raduga 2013, la esprime in chiave monologica per voce di donna.
Le ‘mappugghje’ sono le carabattole, le cose senza importanza. I ‘piccoli riti’ che in realtà di importanza ne hanno moltissima. Il ritualino della preparazione del caffè per esempio, fra tazzine spaiate e cucchiaini improbabili nella perpetua ricerca di una natura che ci è quasi estranea e vive di vita propria: «Io a volte devo controllare di esserci tutta, ma tutta davvero. Perché se un giorno non mi trovassi più, non saprei dove andarmi a cercare».

“I Saburchi”, segnalato al premio Hystrio nel 2013 “per la solidità dell’impianto drammaturgico” nonché l’atmosfera vagamente fassbinderiana, la trasforma in un recuperato dialogo.
Lamara abita la ‘narrativa’ recente ma ormai quasi mitica del centro storico di Lecce. Una figura che entra qui come portatrice di ‘debiti e desideri’ fra due mondi neanche poi così lontani.
«Mi somiglia? In che punto mi somiglia?
Odia come odi tu.
Io non odio proprio nessuno.
Adesso forse. Ma quando sei arrivata a Milano? Ad Antonio non lo odiavi?».

“Casca la terra” la compie nella maturità emotiva. È il momento più alto, quello del cortocircuito biografico e compositivo. Una ‘lettera a Gesù’ per quattro voci:

«Morire è una decisione irrevocabile.
Non si può decidere di morire.
Te l’ha detto Dio?
Non c’è bisogno: le altre persone muoiono e basta, senza troppe storie».

La sensazione con la quale si esce dai testi di Chiriatti è quella della perdita, non c’è dubbio. Si lascia qualcosa. E la nostalgia un po’ triste si insedia alla bocca dello stomaco. Un po’ come quando si decide di uscire dalla zona del comfort e iniziare a vivere. Ma il tema di questo teatro è proprio quello della contemporaneità: non rinunciare alla perdita.

copertina_chiariattiFabio Chiriatti
Lo scannatoio del lunedì
2015
148 p., brossura
Kurumuny (Fuori collana)
€ 13

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