Benjamin Britten alla Scala con l’innocenza violata di James

Photo: Marco Brescia & Rudy Amisano
Photo: Marco Brescia & Rudy Amisano

E’ una vera predilezione, la nostra, quella per il compositore novecentesco inglese Benjamin Britten. Dopo aver gustato, negli ultimi anni, il “Peter Grimes” alla Scala e “Billy Budd” al Carlo Felice di Genova, abbiamo assistito con estremo piacere, sempre alla Scala, al suo particolarissimo altro capolavoro, “Il Giro di vite”, eseguito nel teatro milanese per la prima volta in lingua originale.
“Il Giro di vite” di Britten è un’opera in un prologo e due atti su libretto di Myfanwy Pipe, rappresentata per la prima volta a La Fenice il 14 settembre 1954, con il tenore Peter Pears, compagno di Britten, e diretto dallo stesso compositore, nell’ambito del XVII Festival Internazionale di Musica Contemporanea della Biennale di Venezia.

L’opera è tratta dall’omonimo romanzo di Henry James, pubblicato nel 1898, un racconto inquietante di fantasmi e ossessioni che, dietro le spoglie del romanzo gotico, svela il complicato rapporto fra innocenza e corruzione; è una storia piena di sottotesti, in cui la crescente tensione entra dentro, come fa la vite girando nel legno, poco alla volta.
Dal romanzo sono stati tratti numerosi adattamenti per il teatro (Klp ha appena parlato di quello firmato da Valter Malosti per l’apertura di stagione di Teatro i), ma anche film e trasposizioni televisive, tra cui il celebre “Suspense” (“The Innocents”) del 1961, con la regia di Jack Clayton e l’interpretazione di Deborah Kerr.

L’azione si svolge a Bly, nella campagna inglese, in una grande casa in cui arriva una giovane istitutrice per occuparsi di due bambini, Flora e Miles, orfani adottati da uno zio ricchissimo che abita a Londra ma che ne non vuole sapere nulla di loro. I bimbi, di grande sensibilità ed intelligenza, sono stati fino a quel momento assistiti da un’anziana governante, Mrs Grose.
L’istitutrice comincia a cogliere tra le mura della casa una serie di particolari misteriosi che sembrano però non inquietare i due ragazzi. E lei stessa, col passare del tempo, viene afflitta da apparizioni: un uomo giovane e bello e successivamente anche una donna. Sono apparizioni di morti: la donna è Miss Jessel, la precedente istitutrice, mentre l’uomo si chiama Quint, ed è stato un servitore della casa, in cui faceva il bello e il cattivo tempo, avendo rapporti sia con lei, sia forse con Miles, ragazzino di cui, poco alla volta, si intravede una natura malvagia, sottolineata dall’inquietante melanconica nenia che il ragazzo intona, accompagnata dal corno inglese, “Malo malo”.

L’istitutrice, che solo alla fine troverà aiuto in Mrs Grose, capisce che deve combattere i morti per salvare i bambini.
Su tutta la vicenda, sia nel racconto che, con grande efficacia, nell’opera, aleggiano la morte e sottotesti esplicitamente sessuali, con l’inconfessata attrazione dell’istitutrice verso lo zio, dei due fantasmi tra loro e verso la protagonista, di Quint verso Miles, e della stessa istitutrice verso il ragazzo, tanto che alla fine ella stessa intonerà la trenodia funebre “Malo malo”.
Così il tema che pervade tutta l’opera è quello dell’innocenza violata, che viene esplicitata due volte dai fantasmi con il versetto di William Butler Yeats, tratto da “Il secondo avvento”: “La cerimonia dell’innocenza è affogata”.
Ciò nonostante, e qui sta la grandezza del racconto, traslata nell’opera, la natura del rapporto tra i bambini e i loro corruttori rimane immersa nel mistero e nella reticenza, relegata nel non detto che si finge non conosciuto. Non sapremo mai, né ci interessa sapere, se i fantasmi siano effettivamente reali o esistano solo nella mente dell’istitutrice.

Il regista danese Kasper Holten rende con estrema raffinatezza, sempre esplicita, l’aura di morte che incombe su tutto fin dall’inizio, con quel cadavere (di Mrs Grose, Miss Jessel o dell’istitutrice?) che pende dal soffitto. Ma rendendo evidenti anche i riferimenti sessuali, con il grande letto che apre il secondo atto, su cui giacciono l’istitutrice con i due fantasmi, oltre ai continui ammiccamenti dei personaggi, che si attraggono l’un l’altro. In ciò è fortemente aiutato dalla scena di Steffen Aarfing, bellissima e pulita, con pochi colori ed elementi.

Photo: Marco Brescia & Rudy Amisano

Photo: Marco Brescia & Rudy Amisano

Il palcoscenico è una grande lavagna di scuola su cui appaiono parole ed immagini che rimandano alla vicenda narrata, che si apre di volta in volta, parafrasando una macchina da presa che allarga e “stringe” sui protagonisti, con efficace e suggestiva resa cinematografica.

Essi si muovono, a sinistra, all’interno di un grande salone con tendaggi grigi e un pianoforte a coda, da dove parte una scala a chiocciola che finisce in una sorta di androne sottostante, dove si consumano le allusioni sessuali tra l’istitutrice e Miss Jessel, che alla fine vestono nel medesimo modo per sottolineare la stessa essenza. A destra del palco, in verticale, in piccoli spazi simili a scatole, i personaggi vivono invece la loro travagliata quotidianità.

Sono tanti i momenti in cui Britten rende in modo sublime le tensioni emotive presenti nella vicenda, attraverso la presenza di soli 13 orchestrali, e con l’utilizzo di strumenti anomali come le campane (che introducono il salmo a due voci “Benedicte”), la celesta (che sottolinea i conturbanti richiami di Quint verso Miles), il gong nel rapporto tra l’istitutrice e Jessel, e il pianoforte, protagonista assoluto del secondo atto, quando una semplice sonatina del ‘700, interpretata da Miles, si trasforma in un’ossessiva e diabolica composizione che, in maniera eccellente, approfondisce la natura bipolare del ragazzo. Senza dimenticare la passacaglia che termina l’opera.

Insomma, attingendo a riferimenti assai diversi tra loro, il compositore inglese compone un’opera originalissima e conturbante.

Il direttore Christoph Eschenbach riesce in modo profondo e cangiante a riprodurre tutte le atmosfere tragiche e fortemente drammatiche che compongono “Il Giro di vite”, aiutato da tutti gli interpreti: dall’intensa Miah Persson, perfettamente a suo agio nel ruolo dell’istitutrice, a Jennifer Johnston, una calibrata Mrs Grose, ai due fantasmi, Ian Bostridge e Allison Cook.
I ragazzi, Louise Moseley e Sebastian Exall, che appartengono al Trinity Boys Choir diretto da David Swinson, ci sembrano perfettamente in parte in un ruolo così anomalo e difficile come quello di Flora e Miles. Insomma, uno spettacolo davvero da non perdere, alla Scala fino al 17 ottobre.

The Turn of the Screw
Benjamin Britten
Orchestra del Teatro alla Scala
Nuova Produzione Teatro alla Scala
Direttore Christoph Eschenbach
Regia Kasper Holten
Scene e costumi Steffen Aarfing
Luci Ellen Ruge
Drammaturgo Gary Kahn

CAST:
The Prologue/Peter Quint Ian Bostridge
The Governess Miah Persson
Miles Sebastian Exall (14, 20, 30 sett., 17 ott.)*
Lucas Pinto (16 e 28 sett., 13 ott.)*
Flora Louise Moseley
Mrs Grose Jennifer Johnston
Miss Jessel Allison Cook

*Trinity Boys Choir   Direttore  DAVID SWINSON

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