Giro di vite. Malosti e gli spettri di James

Giro di vite (photo: Andrea Macchia)
Giro di vite (photo: Andrea Macchia)

Un personaggio, un’immagine. Un’azione a metà tra i fatti e un punto di vista. La scrittura come strumento per accedere alle pieghe sottili dell’animo umano.
È “Giro di vite” di Henry James con Irene Ivaldi, adattamento teatrale e regia di Valter Malosti, a inaugurare la stagione 2016/17 di Teatro i. Per il terzo anno consecutivo la sala sui Navigli propone, con il sostegno di Fondazione Cariplo, il format La CittàBalena, il “teatro che fagocita la città”: spettacoli, accostamenti inediti, incontri insoliti.
Sei mesi fa Teatro i sospendeva la programmazione paventando la chiusura definitiva; adesso riparte con congruo anticipo sulle altre sale milanesi. CittàBalena, dal 21 settembre al 10 ottobre, contempla un totale di quindici spettacoli e sette tra compagnie e artisti: da Roberto Latini a Marta Cuscunà; da Elena Guerrini a Circolo Bergman, per finire con il collettivo snaporaz e la Compagnia CampoverdeOttolini.

“Giro di vite” versione Malosti è il prologo misterioso e ambiguo di questa rassegna. Carmelo Bene, con la sua proverbiale arguzia fatta di paradossi, definì il romanzo di James “il più pauroso film dell’orrore mai realizzato”.
È la raccapricciante storia di una giovane istitutrice che risponde a un’offerta di lavoro da parte di un ricco, imperscrutabile uomo d’affari londinese. La donna dovrà prendersi cura dei due nipotini dell’uomo, Flora e Miles, rimasti orfani e consegnati alle cure dello zio nella sua casa di campagna. La precedente governante era morta in circostanze oscure. La protagonista accetta l’incarico lautamente compensato. Ma il committente le impone condizioni singolari: qualunque cosa accada, essa non dovrà mai importunarlo; dovrà provvedere da sola a ogni incombenza. La quiete nella dimora di campagna sarà presto turbata da sinistre apparizioni.

La tensione narrativa sprofonda in un mondo di nebbie. La sfida drammaturgica e registica di Malosti è di tradurre sul piano teatrale una scrittura complessa, metaforica, riducendo la componente realistica, dilatando la parte ambigua e indecifrabile, nel tentativo di sondare la coscienza individuale. La riscrittura diventa evocazione di una realtà torbida. Lo spettatore si trova nell’impossibilità di scegliere fra l’interpretazione illusionistica e quella realistica.

Irene Ivaldi è già in scena dentro una poltrona mentre il pubblico accede in sala. Il volto grigio, i lunghi capelli canuti, abito ottocentesco, la donna è lugubre come la scenografia incolore, accennata da luci cupe. È imbrigliata tra i microfoni con cui darà forma ai vari ruoli che interpreterà. Ma nella vertigine chiaroscurale, è una voce fuori campo a introdurne il personaggio, con scarni cenni biografici.

È una polifonia di voci assillanti, gelide come lame. Nelle sue rapide introspezioni, nei serrati dialoghi ossessivi, l’attrice è una zattera che prova con tenacia a scongiurare la deriva, mentre l’ambientazione claustrofobica è luogo dell’anima in cui gettare la maschera e svelare desideri, fragilità e paure. Ciò che sta fuori sono intrichi invisibili, gabbie per slanci velleitari, amplificate da effetti sonori vertiginosi. Impossibile evadere da quel cerchio. E però Irene Ivaldi fa di tutto: bisbiglia, parla, canta, urla. Sogna. È vittima e carnefice. È sangue vitale, spirito immondo, candore infantile, spettro infernale. Sospeso tra se stessa, il mondo e l’aldilà, recluso, il suo personaggio avvince con l’eco orrida delle sue parole, con l’estensione naturale e artefatta della sua voce.

Le luci creano un cono che è prigione. A volte sono lampo accecante, folgorazione. Il gioco di sagome mutevoli e ombre allungate conferisce alla pièce una cifra angosciante. La voce registrata fuori campo fa da contrappunto. Il progetto sonoro di G.U.P. Alcaro è estensione dell’interiorità, dilatazione dei tormenti, contraccolpo, palpitazione. Il sottofondo musicale che spazia da Britten a Eno dota il racconto di ulteriori sfumature, alleggerendo lo stato di tensione, smussando le evocazioni terrificanti, alterando il flusso di coscienza.

Resta nello spettatore quel senso di stupore per un’opera che con una sola ispiratissima attrice, in assenza di effetti speciali, con ritmo incalzante, preserva la suspense senza mai perdere di ritmo. Ne nasce un cerchio di emozioni capace – con strumenti artigianali – di reggere il confronto con l’ipertecnologico cinema dei nostri anni.

GIRO DI VITE
di Henry James
traduzione: Nadia Fusini
con: Irene Ivaldi
regia: Valter Malosti
progetto sonoro e programmazione luci: G.u.p. Alcaro
fonico: Alessio Foglia
adattamento teatrale: Valter Malosti
costume: Federica Genovesi
frammenti sonori da Craig Armstrong, Benjamin Britten, Frederich Chopin, Brian Eno, Dan Gibson, Chihei Hatakeyama, Fovea Hex, David Lynch & Dean Hurley, Krzysztof Penderecki, Pablo Reche, Pablo Sanz, Hiroki Sasajima, John Tavener, The Caretaker, Chris Watson, John Zorn
produzione Teatro di Dioniso con Festival delle Colline Torinesi
photo: Andrea Macchia

durata: 1h
applausi del pubblico: 1’ 30”

Visto a Milano, Teatro i, il 22 settembre 2016

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