Giudizio. Possibilità. Essere. O della querelle Bottiroli, Kilowatt, Castellucci. Ma poi?

Partiamo dai fatti.

Martedì 4 giugno, alle 15:39, Kilowatt Festival pubblica su Facebook una call:
“Romeo Castellucci sarà il ‘padrino’ di Kilowatt Festival 2019 e aprirà il festival con la performance ‘Giudizio. Possibilità. Essere’. Vuoi farne parte? Cerchiamo danzatrici (o con ottima attitudine al movimento) volontarie che vogliano partecipare alla realizzazione della performance con Romeo Castellucci, il regista italiano vivente più rappresentato all’estero”.

Mercoledì mattina alle 8:22, Silvia Bottiroli (ricercatrice e curatrice, attuale direttrice del centro di formazione delle arti performative DAS Theatre ad Amsterdam e già codirettrice del Festival di Santarcangelo) pubblica sul suo profilo Facebook un post che si apre così:
“Buongiorno Italia, dove i registi maschi fanno da ‘padrini’ ai festival e ottime danzatrici sono chiamate come volontarie per andare in scena per loro. Potrebbe essere il peggiore evento trash del Paese e invece è uno dei suoi festival di teatro contemporaneo”.
Il post continua definendo preoccupanti le parole, i valori e le politiche implicate dalla call di Kilowatt; si chiude esortando il festival a riflettere sulla necessità, oggi, che le forze progressive e liberali parlino con chiarezza di uguaglianza e diritti.

La replica di Luca Ricci, fondatore e direttore del festival di Sansepolcro, arriva nel primo pomeriggio dello stesso giorno.
Ricci spiega che nella call si parla di Castelluci ‘padrino’ del festival seguendo una prassi che Kilowatt ha avviato da quattro anni, rivolgendo ad artisti come Mariangela Gualtieri, Ermanna Montanari e Virgilio Sieni l’invito a tenere a battesimo una edizione del festival.

Non si fa attendere neppure la replica di Romeo Castellucci, che qualche ora dopo risponde utilizzando lo stesso mezzo: la pagina Facebook del Teatro Comandini.
Il regista si dissocia dalla call, pubblicata “senza il suo consenso e in modo unilaterale”. Si rivolge poi alla Bottiroli che lo ha “trascinato in un vortice di infamia senza prima accertarsi” della sua posizione, e conclude ritirando la sua partecipazione – prevista a titolo gratuito – al festival.

Lo scambio tra gli interlocutori è esaustivo, nessuno dei tre lesina motivazioni, seguono i commenti ai post, le repliche alle repliche, insomma è l’effetto valanga sul social.
Questa querelle, che osservata al di fuori del circoscritto ambiente di settore potrebbe risultare poco rilevante, e che invece nel piccolo mondo del teatro contemporaneo rischia di scivolare nella contrapposizione tra sostenitori dell’uno o dell’altro e infine nel chiacchiericcio, rivela almeno tre temi che meritano una osservazione fuor di polemica.

1) Il lavoro (gratuito o sottopagato) degli artisti
2) La parità di trattamento al di là delle differenze di genere
3) Il linguaggio della comunicazione sui social

Silvia Bottiroli (photo: Bea Borges)

Silvia Bottiroli (photo: Bea Borges)

1) La chiamata alla partecipazione gratuita di performer (professionisti e/o non) in progetti diretti da figure di rilievo nazionale e internazionale è una prassi ultimamente diffusa, soprattutto per performance di coinvolgimento del territorio, con partecipazione di cittadini e amatori, in spazi urbani, pubblici o privati.
Questa pratica, di per sé, non è né buona né cattiva, anzi, potrebbe valere come opportunità (o, per dirla come una volta, gavetta). Il problema è che si inserisce in un mercato del lavoro – quello artistico ma più in generale, in Italia, quello legato alla Cultura, e perfino in altri settori – ormai surreale.
In questo Paese la svalutazione del valore di una prestazione lavorativa, senza contare la perdita delle tutele di diritti e social care, è arrivata a rendere possibile che negozi in corso Buenos Aires a Milano espongano la ricerca di una commessa ‘in stage’! ‘Occasioni’ che si sommano ai servizi di delivery a cottimo, oltre al classico lavoro in nero, i finti part-time, i prolungati tirocini che si trasformano in lavoro gratuito o se va bene a rimborso spese, i pagamenti a 90 giorni di cifre ridicole, tipo 50 euro per 8 ore di lavoro come promoter. Per non parlare di tutto quel ‘volontariato culturale’ senza requisiti che toglie lavoro ai cosiddetti “professionisti della cultura” (bibliotecari, archeologi, addetti museali…), con tanto di lauree e specializzazioni nel cassetto.
Il ricatto del sistema attuale è questo, per tutti, laureati e non, dai professionisti freelance alle cameriere, stretti nella morsa di un affitto da pagare e di un curriculum appetibile da costruire.

Mi direte che l’arte e la cultura dovrebbero fare la differenza, controbattere dimostrando che un altro mondo è possibile, dove le posizioni ‘progressive e liberali’ promuovono la dignità delle competenze e l’uguaglianza di genere. Ed infatti, si potrebbe fare. Non parlo dal punto di vista degli organizzatori, dei curatori, dei direttori, che non mi compete. Parlo dal punto di vista degli artisti. Perché rispetto alla necessità di arrivare a fine mese, l’artista ha il potere di scegliere di non accettare condizioni umilianti per la sua creazione. Sottrarsi. Disertare certi progetti. Piuttosto, autoprodursi, occupare spazi urbani a rischio di farsi sgombrare. Svuotare il sistema della sua vera risorsa, la presenza di una forza lavoro qualificata, lasciando il regista di turno senza attori e la performance deserta.
Oppure può scegliere, come tutti, di accettare. Perché desidera incontrare quel regista, perché ritiene di aver bisogno artisticamente di quella esperienza, o per mille altri motivi che attengono alla libera scelta individuale.

E’ il conflitto doloroso che tutti, nello spettacolo dal vivo, ci troviamo ad affrontare, e che finalmente ha prodotto minimi segnali di una coscienza collettiva della comunità artistica italiana, da sempre propensa a particolarismi, rivalità e invidie senza l’idea di una appartenenza egualitaria, o senso di categoria. E’ un segno di uscita dal torpore ad esempio il manifesto “Facciamo la conta”, e la vicenda della contrattazione tra Palazzo Strozzi e i performer della mostra “The Cleaner”, dove il concetto del ‘lo facciamo anche per cifre ridicole perché è Marina Abramovic’ si è ribaltato nel ‘non potete chiederci un simile impegno senza una paga dignitosa’.
Quindi, il problema non è l’opportunità per un professionista di incontrare gratuitamente Castellucci, o Virgilio Sieni o Sharon Fridman o chi altri in specifiche occasioni di breve durata.
Il problema sono i bandi di ‘creazione’, che per un tetto sulla testa e un tozzo di pane pare di vincere una preziosa bombola d’ossigeno nell’asfissia; le rassegne al 70/30, dove paghi pure il 30% delle spese SIAE, i pagamenti di giornate alla minima dopo più di un anno, che trasformano l’attore in un agente recupero crediti, i contratti con agenzie per figurazioni in spot e video a prestazione occasionale senza contributi, l’assenza di formazione professionale se non in laboratori che ti costano come un mese d’affitto, quella categoria di giovane che può durare oltre i 35 e sei sempre in agibilità alla minima, ma che quando sei over 35 – qualora avessi voglia – non ti spetta neanche di concorrere ai bandi di cui sopra.
E’ questa la quotidianità del professionista. La call per il ballo pubblico di Sieni, per fare un esempio, e la mia partecipazione a titolo gratuito sono una rosea eccezione, che posso scegliere o meno di fare; mentre sottrarmi alle quotidiane svalutazioni professionali del mercato del lavoro è lotta ben più complessa e faticosa.
E sarebbe ora che curatori, organizzatori e artisti agissero innanzitutto su questo.

Romeo Castellucci (photo: Luca Del Pia)

Romeo Castellucci (photo: Luca Del Pia)

2) La parità di trattamento, al di là delle differenze di genere.

A leggere l’incipit e la chiusa del post della Bottiroli, pare che la questione sia soprattutto la prestazione gratuita di danzatrici donne per un regista maschio. E la scelta della parola ‘maschio’ anziché uomo ha una implicita connotazione relativa al genere che vale per ogni specie vivente. Ecco, se fossi chiamata regista femmina e non regista donna, la riterrei una scelta in qualche modo dispregiativa, che allude alle connotazioni culturalmente ereditate della “femmina” – isterica, sentimentale, pericolosa al volante, aggiungete voi in libera associazione – come del “maschio” – dominato dall’istinto sessuale, pronto al possesso della femmina e a marcare il territorio, e anche qui continuate ad libitum. Insomma, una terminologia volutamente legata a quegli stessi stereotipi di una disparità sociale tra i generi che qui Silvia Bottiroli mette sotto accusa, giustamente.
Mi domando, avrebbe fatto differenza se, a parità di condizioni, anziché Castellucci ci fosse stata una call per la regista (‘femmina’) Emma Dante?

Segnalare così questa call come indice della cultura maschilista italiana, contro cui le artiste femmine lottano, finisce per essere come puntare il dito su una parvenza di riflesso in uno stagno, dove lo stagno è il continuo dover dimostrare che “oltre le gambe c’è di più”, in scena e per strada.
Del resto parliamo di un Paese che vive l’esplosione della violenza di genere, una emergenza che non si può affrontare senza osservare la crisi socio-culturale dei modelli ereditati, il conflitto tra un maschile spaesato, al di fuori del ruolo di padre padrone di cui istintivamente e pericolosamente si ritrova affetto, a fronte di un femminile che da tempo rivendica la coscienza di sé. E qui il discorso si aprirebbe a più complesse riflessioni, e scivola direttamente nel punto successivo…

Luca Ricci (photo: persinsala.it)

Luca Ricci (photo: persinsala.it)

3) ll linguaggio della comunicazione sui social.

Argomento tanto attuale quanto scottante. Non dubitiamo che i tre interlocutori in questione abbiano cultura, visione, capacità di articolare pensieri complessi e analizzare i linguaggi. Ma i tempi e i modi della comunicazione nell’agorà virtuale sono l’istantaneità della visualizzazione, il botta e risposta, lungo o breve a seconda della digitazione sulla tastiera; la rapidità della diffusione di un post “di pancia” che nessun comunicato stampa, per quanto efficace, può eguagliare.
Per cui sta in questo gioco che, a seguito di una call diffusa su un canale come Facebook, Silvia Bottiroli esprima la sua opinione sullo stesso mezzo, scritto con le caratteristiche appunto del media, che è l’affissione di un diario soggettivo, di un pensiero – qui istintivo e personale – su una wall pubblica, in cui l’esposizione di sé (la narrazione visiva e verbale che ciascuno compone in bacheca) integra ormai quotidianamente la costruzione della propria immagine sociale.

I protagonisti di questa vicenda hanno usato Facebook per quello che è, un amplificatore.
Certo, forse Kilowatt avrebbe potuto specificare nel post che, come nelle precedenti edizioni, anche nel 2019 il festival avrebbe organizzato ‘una azione di partecipazione del pubblico dell’artista mentore di riferimento’; che per danzatrici erano intese anche allieve di scuole di danza e non professioniste, che per tale azione performativa il mentore non avrebbe percepito una paga ulteriore: ma vuoi mettere l’efficacia dell’annuncio sintetico con la prosaicità di queste specifiche in un post su Facebook? Chi è interessato alla call può approfondire i termini della proposta con un click…
E’ pur vero che nessuno è tenuto a sapere a priori che dal 2016 Kilowatt designa una madrina o un padrino, ma se proprio la definizione mi incuriosisce, ho a disposizione il sito del festival per scoprirlo, procedendo a quella personale opera di discernimento e informazione che la circolazione delle notizie sul web, ormai lo sappiamo, assolutamente richiede.
Una curatrice sa benissimo documentarsi, ma qui non sta scrivendo un saggio scientifico, e magari sta postando di getto mentre è in metro.

Perfino Romeo Castellucci, che non ha Facebook e che dalla pagina del Comandini dichiara di ignorare questa applicazione totalitaria, non avrebbe avuto difficoltà alcuna a rispondere prontamente sulle pagine di un quotidiano nazionale o di una rivista online disponibili alla lettura dopo sole 24h dallo scambio di post, eppure ha ritenuto di intervenire a stretto giro sul social media, con una esternazione accesa nei toni quanto quella della Bottiroli, rincarando la dose con un tono che davvero può risultare sessista, e declinando ogni responsabilità, ritirando addirittura la sua presenza a un festival che arriva infelicemente a definire “con poche sostanze e periferico”.

Insomma, tutti e tre i protagonisti di questa storia sono saliti su altrettanti vagoni dello stesso treno in corsa, quello del social media.
E ad un certo punto, nelle repliche di ciascuno, anche le modalità di questo tipo di comunicazione sono state messe sotto processo, diventando ulteriore oggetto del contendere, sottolineando come ormai si sia tutti in bilico tra esserne utilizzatori ed essere dai social  stessi utilizzati.
Il post della Bottiroli ha fatto quello che un post su Facebook fa di solito quando colpisce questioni irrisolte ed interpella la community di un certo settore, ossia aprire le danze dell’agorà virtuale. Nel migliore dei casi, la durata di una questione o di una domanda può espandersi oltre il tempo breve della digitazione su device, porre domande nella mente di ciascuno, stimolare una personale ricognizione. Per questo, sono personalmente grata alla Bottiroli per avermi dato l’occasione di pensare, e senza la risonanza del social (e dei contatti in comune!) lo avrei probabilmente perso.

Da questo allo sforzo dell’azione c’è però un salto grosso da compiere, e ben lo sappiamo: la fatica di incontrarsi faccia a faccia, di un dialogo per obiettivi convergenti se non comuni.
Per adesso, sembra che virtuale sconfigga reale 1 a 0: a rimetterci sono le eventuali 30 giovani danzatrici tra i 18 e i 30 anni che avrebbero voluto avere la possibilità di incontrare Castellucci. E certo Kilowatt e Ricci non faranno i salti di gioia per questa involontaria pubblicità, oltre che per l’apertura ‘in assenza’ di Castellucci.
Sarebbe allora bello cogliere l’occasione per provare a pareggiare, in questa partita, guardando la luna e non il dito.

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