Giulietta rivive in Roberta Caronia nel centenario della nascita di Fellini

Giulietta (photo: Tommaso Le Pera)
Giulietta (photo: Tommaso Le Pera)

Emana un lucore lunare la Giulietta allo specchio di Roberta Caronia, adattamento teatrale di Vitaliano Trevisan per la regia di Valter Malosti.
L’attrice siciliana, di rara versatilità e bellezza, funge qui da incantevole perno per un apparato dai contorni davvero esoterici.

Il prodigio ingegneristico eretto da Patrizia Trino e Paolo Baroni affonda la malcapitata vittima in un cratere di tessuto, costringendola in un rigido corpetto. Il richiamo tuttavia, più che alla Winnie dei “Giorni felici” beckettiani, è – probabilmente – alla piccola Jane di Charlotte Brontë, segregata nella red-room di casa Reed, in preda ad un’abnorme percettività.
In realtà lo spunto è “Giulietta”, racconto di Federico Fellini di cui lui stesso suggerì la stampa, in lingua tedesca, per l’editore svizzero Diogenes: si tratta di una prima idea-soggetto di quello che diventerà il film “Giulietta degli spiriti”. TPE – Teatro Piemonte Europa, nell’ambito della rassegna estiva “Summer Plays”, ha deciso di (ri)proporre – dopo averne dovuto cancellare il debutto a maggio – la versione teatrale di “Giulietta”  nel centenario della nascita di Fellini.
Siamo di fronte a una nuova edizione, tra-sognata e ri-letta dopo il successo della première del 2004, Premio Hystrio per la regia e Premio Ubu per l’allora prima interprete, Michela Cescon.

Roberta Caronia, dopo la grande prova resa tre anni fa con “Ifigenia in Cardiff”, torna così sotto le cure del visionario demiurgo Malosti, invisibile burattinaio di questa “struggente favola psicanalitica” dai contorni altamente allucinati.

Come una ballerina di carta a cui sia stata impedita qualsiasi mossa, la protagonista – dalle fattezze vagamente pupesche – proietta verso gli spettatori sprazzi della propria biografia, talvolta risalendo a ritroso le rapide della propria infanzia, talaltra preconizzando – da perspicace Cassandra qual è – i tradimenti del soldatino di stagno.
È ironica e inesorabile, impressionante e puerile, al punto da spaventarci per la sua schizofrenica capacità di far ridere. Gli occhi profetici e la lingua sciolta attraversano fatti reali e tarli paranoici. Ne abitano lo spirito e il perimetro calchi, maschere, entità confuse provenienti da ogni dove e quando, dal più prossimo passato al più remoto futuro.

A seconda del modo in cui le luci si stagliano sulle marionette di Gianni Busso, esse appaiono ora come effigi ora come grotteschi gargoyle. L’impalcatura scenica all’interno della quale Giulietta è calata ricorda da un lato lo chapiteau circense, dall’altro l’antro di una fattucchiera vudù.
Ebbe modo di affermare Federico Fellini: “Questa esaltazione, questo immediato sentirmi a casa mia, io l’ho provato subito, la prima volta che sono entrato sotto la tenda di un circo; e non era nemmeno l’ora dello spettacolo, con il chiasso della gente che si affolla e la musica che riempie l’aria di fragore assordante; no, era la mattina presto e sotto il tendone dorato che respirava appena, come una grande panciona calda, accogliente, non c’era nessuno. Si sentiva un gran silenzio incantato, di lontano la voce di una donna che cantava sbattendo i panni e, solo, il nitrito di un cavallo, da qualche parte. Sono rimasto rapito, sospeso, come un astronauta abbandonato sulla luna che ritrova la sua astronave”.

Si tratta, propriamente, di un “trattamento” – come avvisano le note di regia e lo stesso Trevisan che ci ha rimesso mano – ossia la fase intermedia tra soggetto e sceneggiatura, tra universo diegetico e ombra di celluloide. Eppure, quello portato in superficie dalla nostra Giulietta, risulta un monologo suggestivo, un universo in potenza…

GIULIETTA
(dal racconto “Giulietta”– ed. Diogenes Verlag 1989 / il Melangolo, 1994)
di Federico Fellini
adattamento teatrale di Vitaliano Trevisan (da un’idea di Valter Malosti)
uno spettacolo di Valter Malosti
con Roberta Caronia
scene Paolo Baroni
luci Francesco Dell’Elba
costume Patrizia Tirino
marionette Gianni Busso
musiche originali Giovanni D’Aquila
progetto sonoro Valter Malosti
ricostruzione e rielaborazione del suono Fabio Cinicola
assistente alla regia Alba Manuguerra
altri suoni e altre musiche Nino Rota, Federico Fellini e Fatboy Slim
produzione TPE – Teatro Piemonte Europa
si ringrazia Istituto per i Beni Marionettistici e il Teatro Popolare
la prima versione dello spettacolo è stata realizzata da Teatro di Dioniso
in collaborazione con Teatro Regio di Torino / Piccolo Regio Laboratorio
con il patrocinio di FELLINI 100 – Celebrazioni per il Centenario della nascita di Federico Fellini

Visto a Torino, Teatro Carignano, il 23 giugno 2020
Prima assoluta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *