Gli angeli dello sterminio. L’apocalisse milanese di Testori per Teatro i

Photo: Laila Pozzo
Photo: Laila Pozzo

L’apocalisse; il disfacimento di una città che era simbolo di progresso e benessere; l’inafferrabilità dell’infelicità e della piètà umana: sono questi i sentieri lungo i quali si muovono Renzo Martinelli e Francesca Garolla nella riduzione drammaturgica de “Gli angeli dello sterminio”, in scena in prima nazionale al Teatro i di Milano.

Il punto di partenza è l’omonimo romanzo breve del 1992, forse incompiuto, di Giovanni Testori, per la prima volta approdato a teatro con la regia di Martinelli. In un anno cruciale per la storia italiana segnato da Tangentopoli, dai grandi scandali finanziari e dalla consacrazione delle tv commerciali, Testori, dalle mura di un ospedale, descrive l’implosione di Milano, città amata e detestata, sfondo di altri suoi libri come “La Gilda del Mac Mahon” e “Il ponte della Ghisolfa”.
Stavolta però all’orizzonte non c’è la periferia, il mondo operaio degli anni Cinquanta e Sessanta, bensì il Duomo, simbolo del capoluogo meneghino assediato da centauri in motocicletta, angeli sterminatori che spargono sangue e distruzione.
Da una grande casa in centro una signora bene sta assistendo alla scena bevendo champagne. In un condominio borghese un inquilino è passato a miglior vita avendo come ultima immagine la polvere sul corrimano.
Testori immagina uno scenario da fine del mondo. Milano sta per essere annientata. Tutto sarà distrutto, persino il Duomo.

Martinelli e Garolla adattano il romanzo di Testori in direzione metateatrale. In scena tre personaggi: un regista/autore di lungo corso (Ruggero Dondi), un ragazzo (Emanuele Turetta) e una ragazza (Liliana Benini).
La sciagura ha un colore, il bianco, che domina la scena, i costumi, lo sfondo. È tutto candido: il semicerchio su cui si muovono gli attori, la panca, il necrologio che appare sullo sfondo nero, persino i costumi dei protagonisti.
Altre immagini concorrono a rendere vivido lo sfacelo: il velo di polvere sul corrimano, un impermeabile, una mano di manichino accostata a una sorta di ring che delimita il semicerchio che compone la scena. Di sottofondo, un inquietante rumore d’onde.
«Se avessi avuto ancora il tempo…» è la frase che ricorre per accompagnare le immagini di morte che si susseguono. Gli eccidi sono descritti minuziosamente, secondo le modalità di una letteratura horror condita di dettagli splatter.

La dimensione metateatrale si fa più evidente quando con un gioco di luci si scopre l’altra parte della scenografia: dietro un telo, tre letti d’ospedale e un’atmosfera da obitorio. Gli obitori, come i teatri, non hanno finestre.
Una didascalia proiettata sul fondo annuncia il cambio di scena. Un casco, una siringa, tracce di sangue sono gli elementi scenici che accompagnano le gesta dei dannati che si rivelano con più forza e splendore degli stessi angeli.

Tutto è frammentario e privo di filo narrativo. La tensione drammaturgica comunque decolla. “Per un pugno di dollari” di Ennio Morricone crea un sottofondo western.
Mentre la ricca signora sorseggia champagne, tutto si prepara a fallire: le fabbriche, la borsa, i commerci. Ammantato di nebbia compare un computer, immagine profetica di un Armageddon incombente. La catastrofe, tuttavia, è preclusa dalle pagine vuote del copione mostrato in scena. Sui tetti di Milano svettano le fiamme. La città è sbigottita.
Il fuoco avvolge i carcerati autori dei più biechi delitti. La morte colpisce in un grande appartamento o sulle scale impolverate di un condominio. I crani sfracellati sull’asfalto sembrano condurre verso un superamento del dolore, del male, oltre la morte dell’obitorio sullo sfondo, quasi verso un nuovo ed eterno candore.

La regia di Martinelli si confronta con la parola di Testori cercando di restituirne, nella dimensione teatrale, la bellezza e la violenza, le fiamme e il candore, complice la valida l’interpretazione degli attori, in particolare di Ruggero Dondi. Il ritmo è serrato; i silenzi e le pause carichi di pathos. Eppure l’atmosfera evanescente e una drammaturgia costruita per frammenti composti e ricomposti rendono fin troppo rarefatto il testo, disattendendo in parte la visceralità tipica di Testori.

GLI ANGELI DELLO STERMINIO
di Giovanni Testori
drammaturgia di Francesca Garolla e Renzo Martinelli
con Ruggero Dondi, Liliana Benini, Emanuele Turetta
luci Mattia De Pace
suono Fabio Cinicola
regia di RenzoMartinelli
produzione Teatro i

durata: 1h 10’
applausi del pubblico: 2’

Visto a Milano, Teatro i, il 20 maggio 2017
Prima nazionale

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