Gli Anticorpi di Zappalà, fluttuanti e convulsi

Gli Anticorpi di Zappalà
Gli Anticorpi di Zappalà

Gli Anticorpi di Zappalà (photo: compagniazappala.it)

Nello sconnesso ed eterogeneo panorama della danza italiana, il siciliano Roberto Zappalà rappresenta uno dei pochi coreografi che, in oltre vent’anni di pluripremiata attività, è riuscito a costruire attorno a sé una macchina lavorativa articolata e solida, formata non solo da una compagnia di interpreti seri, preparati e “devoti” (“Corpo devoto” si intitola d’altronde un volumetto del 2009 scritto dallo stesso Zappalà) e di un linguaggio coreografico ormai definito e riconoscibile, ma anche di una “casa” – una struttura chiamata significativamente “Scenario pubblico” e situata nel centro di Catania – dove poter creare e diffondere, attraverso seminari e attività rivolte a professionisti e non, una cultura della danza italiana.

Più volte definitosi come “coreografo tradizionale”, in quanto poco vicino alla pratica dell’improvvisazione e più incline invece a lavorare attorno a partiture di danza costruite pezzo per pezzo, Zappalà ha nel tempo messo in piedi numerosi progetti che, in più tappe, hanno sviluppato tematiche specifiche e spesso ‘engagé’ (come, giusto per citarne un paio, quella dell’immigrazione o della religione).

Anche “Anticorpi”, presentato a Teatri di Vita di Bologna la scorsa settimana, si inserisce all’interno di un progetto più grande dal titolo “Sudvirus” e teso, come non di rado accade nelle creazioni di Zappalà, a muoversi, in parte accettandoli e in parte rovesciandoli, in mezzo a stereotipi e luoghi comuni.
In questo caso, stabilendo un’analogia tra l’idea del “Virus” e una certa visione del “Sud” come realtà parassitaria, indolente e disgregata, il coreografo intende fare del proprio linguaggio di movimento, che al Sud guarda come costante fonte d’ispirazione – per quanto spesso dolorosa e controversa –, una sorta di “virus positivo”, pulsione creativa capace, per contagio, di trasmettersi da corpo a corpo mutandone forma e possibilità dinamiche, originando così uno scambio interumano che ingloba le diverse singolarità, polverizzando le costruzioni culturali e trattenendone solo pochi residui.


In “Anticorpi”, allora, i sette interpreti, dapprima figurette impalpabili che attraversano silenziose una scena scura e impregnata di fumo, si lasciano progressivamente penetrare da una danza subdola ma sicura, che, riempiendoli come un liquido denso e viscoso, ne fa rifulgere caratteri e attitudini individuali, producendo un’azione in cui il temperamento del singolo trova il proprio contraltare in un gesto d’insieme compatto e organico, fatto di rimpalli continui fra sospensione e convulsione, plastico nitore di una forma in chirurgica decostruzione e irruente energia di scoppi dinamici dal sapore quasi tribale: un organismo a sette teste, insomma, che offre allo sguardo del pubblico lo spettacolo della propria “malata” ma quanto mai vitale metamorfosi.

Se, allora, in un primo momento gli interpreti sgusciano in scena uno alla volta, repentini ma impercettibili, quasi a voler “contaminare” capillarmente lo spazio dell’azione trasformandolo nel luogo/laboratorio in cui costruire una specifica (e collettiva) qualità della danza, in seguito il “virus” si manifesta sicuro e inequivocabile.

Sul ritmo compulsivo e martellante, un “mantra” lo ha definito il coreografo, di un materiale sonoro che impasta la carnalità dello scioglilingua siciliano con la purezza astrale della musica di Bach, il gruppo danzante si aggruma e si scioglie di continuo, in sequenze dinamiche che ormai accolgono risolutamente anche il salto, la corsa o la caduta, dando origine a una partitura coreografica tanto sapientemente virata verso la decostruzione della forma – nell’appoggio sul suolo, nella conduzione del peso e nell’indagine delle direzioni spaziali – quanto aperta a un gesto esplicito che, per quanto in via residuale, rimanda al quel “Sud” da cui l’opera prende le mosse.
È proprio un certo modo di utilizzare, curvandole in avanti e buttandole puntualmente all’indietro, schiena e braccia, oltre che in quel continuo puntare l’accento su pelvi e bacino, che Zappalà cita, giocando con lo stereotipo, una corporeità orgogliosamente “terrona” che, in questo caso, si frantuma nel complesso della danza, diventando pulviscolo, “polvere sottile” portatrice di vita e d’azione.

Simile vitalità, particolarmente evidente nei passaggi in cui il coreografo mostra la propria sapienza compositiva agglutinando il movimento del gruppo attorno a diversi poli spaziali, è però in parte contraddetta da una forse eccessiva insistenza su quella dimensione iterativa (il “mantra” musicale e coreografico) che, se da una parte conferisce sostanza drammaturgica al complesso dell’opera, dall’altra ne assorbe l’energia, spegnendo sul finale l’impatto e la forza di un’azione scenica che, nonostante l’inesausta presenza degli interpreti e l’intelligenza ininterrotta della coreografia, rischia di piegarsi troppo su se stessa.

Anticorpi (terza tappa del progetto Sudvirus)
da un’idea di Nello Calabrò e Roberto Zappalà
coreografie: Roberto Zappalà
danzatori: Gaetano Badalamenti, Maud de la Purification, Alain El Sakhawi, Roberto Provenzano, Fernando Roldan, Ilenia Romano, Valeria Zampardi
luci e costumi: Roberto Zappalà
musiche varie – effetti sonori: Salvo Noto

durata: 60’

Visto a Teatri di Vita, Bologna, l’11 aprile 2014

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