Gli orbi di Abbondanza / Bertoni. Tra Bruegel, Strauss e Raffaella (sì, la Carrà)

Gli orbi di Abbondanza/Bertoni (photo: Orizzonti Festival)
Gli orbi di Abbondanza/Bertoni (photo: Orizzonti Festival)

Durante alcune scene liriche o persino amorose delle opere di Giuseppe Verdi capita di sentire il breve, secco tratto di una “figura di morte”, o il minaccioso rullare di un timpano provenire da qualche profondità della buca.
Così accade anche nell’ultimo, complesso, multiforme e (fin troppo) saturo lavoro di Abbondanza/Bertoni: a vibrare continuamente per tutto il testo, persino nei suoi momenti più grotteschi e ridanciani, è un basso regolare e placidamente ossessivo, da dramma incombente.
Anzi, da dramma presente.

“Gli Orbi”, che il duo di danzatori – ormai al ventesimo anno del proprio sodalizio – ha mostrato in anteprima all’Orizzonti Festival di Chiusi in estate, è andato in scena, in prima nazionale, per la decima ricchissima edizione di Teatri di Vetro al Vascello di Roma la settimana scorsa, ottenendo un appassionato consenso.

Il lavoro, avviato fin dall’inizio su ritmi mossi, cospicuo di passi e movimenti, si apre con una citazione della “Parabola dei ciechi” del pittore fiammingo Bruegel il Vecchio: gli orbi che si prendono per mano.
Ma perché, verrebbe da chiedersi, un cieco si affida ad un altro cieco? Perché è l’unico che vuol stare con lui, l’unico che può dedicargli la propria vita; e di due missioni, di due ricerche, farne una.
Però, secondo la parabola evangelica, essi sono destinati a cadere, e il primo a trascinare il secondo – nel quadro dell’artista olandese in un fosso.

La parabola dei ciechi di Bruegel il Vecchio

La parabola dei ciechi di Bruegel il Vecchio

Ad allontanarsi da questa “social catena”, come fanno a turno i cinque danzatori, tra i quali militano gli stessi Michele Abbondanza e Antonella Bertoni, l’inizio della storia e, magari, della Storia.
I costumi si differenziano, gli stili mutano, l’accordo cessa e comincia la ridda.
Esaurita la quale, nel finale, lo spettacolo tornerà a citazioni plastiche di opere della tradizione figurativa, in forma di ‘tableaux vivant’, per chiudersi poi definitivamente con una disposizione immota sul palco dei cinque danzatori, prima voltati a destra poi faccia al pubblico.

Da Bruegel a un altro pittore, Pontormo, e all’immobilità su scena: tre forme statiche (della tradizione pittorico-scultorea le prime due, assoluta la terza) come “standing”, esistenza, tutte e tre rese ancor più salde nella loro staticità da un fornitissimo campionario di forme di movimento organizzato, danze, balli, balletti, in tono e stonati, nella propria forma espressiva e più spesso parodizzati e restituiti come citazioni.

Così, tra i due estremi della fissità c’è il grosso di uno spettacolo che non ha un momento di stasi nel suo svolgimento e nella sua natura mutevole, ma che è mirabilmente attento ai diversi gradi di presenza e “opacità” del corpo sul palco: controscene, duplici e triplici piani di visione, più o meno gerarchizzati, evitano anche un solo secondo di monotonia, aiutati dalla perfetta illuminazione di Andrea Gentili.
Una ridda, come si diceva, che va da quello che sembra un ballo tondo, una riviviscenza popolare intellettualizzata alla Claudia Castellucci, a una boutade che fa l’occhiolino come Don Lurio, che denuncia tutta la meschinità dello stacchetto televisivo, che matura sino a venire allo scoperto nel caschetto biondo di Raffaella Carrà, e a richiamare il pubblico in un entusiastico quanto vuoto invito a partecipare, a lasciarsi andare (…ma a cosa?).

E poi ancora: una leggiadra Sarah Bernhardt, o una qualche preraffaelita che sorvola come una flebile estenuata silfide il palco, mentre il suo alter-ego invecchiato giace rigido, acido, in terra; il balletto classico come destino delle figlie (e dei figli) delle danzatrici mancate; la grazia sgraziata di tanti insensati movimenti tra crocchie e volant; la maniera dei valzer del “demi-monde” e il suo sviluppo oltreoceano (borsalino per lui e abito dritto orlato di pelliccia per lei, qualcosa tipo “Roaring twenties”), fino alla ributtante sessualità untuosa del cubo contemporaneo.

Dietro ognuna di queste manifestazioni è impossibile non essere esacerbati da quel disturbo, da quel risucchio potente, da quel rimbombo di morte del basso: un basso regolare e placidamente ossessivo, che se è anima e senso di una sorta di musica house fin troppo elegante (le elaborazioni musicali sono di Tommaso Monza), sovrasta il frizzante Strauss viennese, inquina e modula inquietanti armonie sopra una chiara cantata barocca, ed è capace di gettare in un qualche abisso persino uno dei più iperbolicamente affettati deliqui di Carmen Consoli.

E’ quasi impossibile non associarlo alla violenza, quel suono. Da una parte la violenza fisica delle percosse e dell’egoismo (della madre frustrata contro il figlio in calzamaglia, dei maschi e delle femmine trasposti in una dimensione di sessualità “social”, di consumo, del gruppo che scortica l’illuso, dei vecchi contro i giovani…); dall’altra la violenza della banalità, che tutto sdogana e tutto ingoia nell’arte della comunicazione di massa.

GLI ORBI
di Michele Abbondanza e Antonella Bertoni
con: Tommaso Monza, Claudia Rossi Valli, Massimo Trombetta, Antonella Bertoni, Michele Abbondanza, Eleonora Chiocchini/primo cast è sostituita da Claudia Rossi Valli
luci: Andrea Gentili
elaborazioni musicali: Tommaso Monza
collaborazione alla creazione: Danio Manfredini
organizzazione e ufficio stampa: Dalia Macii, Francesca Leonelli
produzione: Compagnia Abbondanza/Bertoni
coproduzione: Orizzonti Festival Fondazione
con il sostegno: Ministero Per i Beni e le Attività Culturali – Dip. Spettacolo, Provincia Autonoma di Trento – Servizio Attivita’ Culturali, Comune Di Rovereto – Assessorato alla Cultura, Regione Autonoma Trentino Alto Adige

durata: 1h 10’
applausi del pubblico: 3’

Visto a Roma, Teatro Vascello, il 14 settembre 2016
Prima nazionale

stars-3.5

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