Con Hans e Gret di Emma Dante il carrubo fiorirà. Conquistando il pubblico

Hans e Gret (photo: Carmine Maringola)
Hans e Gret (photo: Carmine Maringola)

Come definire la bellezza? Come spiegarla? Come parlarne?
Che poi, senza troppa retorica, significa domandarsi: come possiamo raccontare “Hans e Gret”, un’opera bella, ma bella davvero (in via del carrubo, numero zero…)?

Lo spettacolo – che ha riempito la sala grande della Casa del Teatro Ragazzi e Giovani fino allo scorso 16 dicembre – è delicato, vibrante, commovente. Le acute intuizioni di Emma Dante, corroborate dall’intenso gioco luministico messo in atto da Cristian Zucaro, trasferiscono la fiaba germanica dei fratellini abbandonati (parente prossima del “Pollicino” francese e di “Molly Whuppie”, eroina d’Oltremanica) in una Sicilia mai citata verbalmente, ma sempre implicita nel fraseggio dialettale dei protagonisti.

Ci troviamo catapultati all’interno di un’angusta casupola (se ne lamenta di continuo l’adorabile matrigna, interpretata dalla bravissima Manuela Boncaldo), il cui perimetro e i cui ambienti sono definiti, con estrema sintesi metonimica, da un filare di sedie: due (poste simmetricamente in proscenio e sovrastate da altrettante bacinelle) fungono da lavabi; altre quattro, in posizione più arretrata, in veste di scomodi lettini (un paio per i bambini e un paio per i genitori). Sulla destra, infine, una seggiola-WC.


La miseria dell’abitazione del taglialegna, il suo parco arredo, le incessanti settimane trascorse a suon di “aria fritta” (rimestata con rassegnazione nei piatti di coccio), non producono tanto una pedantesca ramanzina sul tema dell’indigenza, ma permettono piuttosto che, nel giovane spettatore, risuoni interiormente quell’inno alla frugalità intonato più volte in scena dagli artisti: è un magico accordo – dalle sonorità pop, quasi da spiaggia – che lega attori e platea; una sinergia nient’affatto scontata nel teatro d’oggi. Il leitmotiv dello spettacolo, “Il carrubo fiorirà”, è una canzone piena di speranza: ciascun personaggio offre il proprio contributo per darle forma. Perfino la moglie bisbetica e la megera ipovedente, alla fine, si uniscono all’improvvisata orchestrina.

Uno xilofono, un violino, un ukulele, una fisarmonica, un tamburo, due maracas ed un flauto. Quanto basta per rendere “Hans e Gret” – nella sua semplicità così garbata e nel suo impasto melodico così caratteristico (che lega musica leggera e lacerti operistici) – uno spettacolo “necessario”. Uno spettacolo che, peraltro, progredisce nella tensione perpetua fra due poli contrastanti: da un lato il sogno, quel mondo onirico alla cui costruzione collaborano sia le ripetute transizioni cromatiche dei fondali sia, nella scena del bosco, il tripudio decorativista delle calotte floreali, che calano finanche dall’alto; dall’altro lato, la triste realtà quotidiana, il nulla – tristemente letterale – da cui i personaggi sono circondati.
Proprio per questa ragione, qualsiasi oggetto o indumento compaia sulla scena – vista la sua rarità, la sua straordinarietà – si carica di una forte valenza simbolica: così, ad esempio, la pelliccia della matrigna entra in antitesi con gli scarni pigiamini dei ragazzi e del marito. Sulla medesima scia anche gli abiti “alla tirolese” (o, se si vuole, da varietà anni Cinquanta) che i giovinetti, al proprio risveglio nella selva, si ritrovano addosso. Alla copertina di Winnie the Pooh si contrappone poi quella in fantasia equestre con la quale Hans e Gret trascorrono le proprie nottate nella casetta di marzapane. Infine, simbolo supremo di cambiamento (più spirituale che non delle effettive condizioni economiche della famiglia) è l’elegante giacca color salmone che i fratellini regalano al padre pentito, sancendo – con tale gesto – la rinnovata armonia.

Quest’ultima, naturalmente, non può darsi senza la grottesca dipartita della matrigna, la quale – senza mai cadere nello stereotipo macchiettistico che pure la sua parte imporrebbe – propone tutto un suo vocabolario mimico e gestico fatto di grugniti, sbuffi, risate beffarde, mosse scomposte. Non si può insomma non empatizzare con questa donna, brontolona e malvagia di certo, ma anche terribilmente comica.
Ottimi anche gli altri quattro interpreti: innanzitutto i fratelli di palco Nunzia Lo Presti e Lorenzo Randazzo, che costituiscono, anche dal punto di vista fisico, un duo perfettamente complementare: in ogni istante dello spettacolo ciascuno mantiene la propria individualità, senza mai rischiare di annullarsi l’uno nell’altro. Se infatti Hans si offre agli occhi del pubblico come più deciso e risoluto (forse è lui il fratello maggiore) e pare teso da un invisibile filo verticale, Gret è invece più spaventata e fragile, convulsa nei suoi movimenti, quanto meno all’inizio: l’opera diventa così per lei un vero e proprio Bildungstheater, un cammino (scenico) di consapevolezza, che la guida verso la maturità.

Sebbene per esigenze drammatiche la sua presenza sul palco sia piuttosto compressa, non meno impressivo è il personaggio della Strega Cieca (nella versione di Emma Dante si tratta, in realtà, di una vecchiaccia dalla vista corta), interpretato con grande simpatia da Clara De Rose, la quale – con le sue inflessioni sicule – fa tremare di continuo i due piccoli malcapitati.
Perno emotivo di tutto il cast è, infine, Salvatore Cannova, il giovane taglialegna rimasto vedovo con due figlioli a carico, risposatosi in seconde nozze con un’Agrippina della quale è completamente succube: è, fra tutti, il personaggio più umano, nel quale più ci rispecchiamo. Incline all’errore, ma anche capace – al momento giusto – di ravvedersi.

Gli applausi scrosciano fragorosi in sala per “Hans e Gret”.
Uno spettacolo da vedere e rivedere.

HANS E GRET
Scritto e diretto da Emma Dante
Con Manuela Boncaldo, Salvatore Cannova, Clara De Rose, Nunzia Lo Presti e Lorenzo Randazzo
Scene Carmine Maringola
Costumi Emma Dante
Luci Cristian Zucaro
Assistente alla regia Claudio Zappalà
Assistente di produzione Daniela Gusmano
Tecnico audio e luci Agostino Nardella
Una produzione Fondazione TRG Onlus

durata: 1h
applausi del pubblico: 5′ 04”

Visto a Torino, Casa del Teatro Ragazzi e Giovani, il 9 dicembre 2018

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