Harrogate. Il realismo impeccabile di Stefano Patti

Harrogate (photo: Manuela Giusto)
Harrogate (photo: Manuela Giusto)

Il testo di Al Smith “Harrogate”, al debutto nel 2015 in Inghilterra e tre anni dopo in Italia, nella storica rassegna romana Trend a cura di Rodolfo Di Giammarco, torna ora in scena a Roma, all’Argot Studio, nella stessa produzione di Stefano Patti.

Diviso in tre atti o scene, ciascuna delle quali è dedicata al confronto di un padre di mezz’età con tre donne della sua vita, “Harrogate” ci parla di matrimonio, desiderio, invecchiamento, vergogna di sé, menzogna, condivisione e solitudine, nell’ambito del più ampio fallimento di un uomo che fa i conti con il definitivo ingresso nell’età del declino.

In scena, nelle tre parti femminili, la miracolosa Alice Spisa, anche traduttrice del testo, e Marco Quaglia il padre/marito che cerca, annaspando nell’acqua bassissima della più putrida normalità (quella in cui veramente chiunque può ritrovarsi), di venire a patti con le contingenze.


Il testo si dispiega sulla scena con una scorrevolezza sopraffina. I meccanismi drammaturgici entrano in azione con eleganza e un’attenta dissimulazione, tanto che la corda raramente si intravvede: il metateatro della prima scena, che ricorda “Le Serve” genettiane; la “rimonta” – come la definiva Age – del tema di un ricordo condiviso e di un oggetto dalla forte carica simbolica, di cui entrambe le facce sono accuratamente sfruttate (scarpe di ragazza, nel caso specifico); il lavoro a treccia sui temi, che si alternano scivolando l’uno sotto all’altro; un’attentissima gestione della tensione nello spettacolo, sia con i temi che con i corpi, con momenti di vuoto, persino ironici, a mascherare un costante bordone di atra negatività, che quando riemerge riesce a oscurare interamente la scena, rovente come un fiume di lava sotterraneo che sbocca.

Il tutto conquista un’illusione perfetta di cosa vera, che potremmo definire la perfetta micrografia di realtà a cui è chiamato il teatro realistico più raffinato, per cui l’acme è raggiunto dopo trenta minuti di scena, ma vi si è arrivati con una tale abile condensazione, lavorata in scala perfetta, da esplodere come coerente.
E infatti sopra un testo letterario elegantemente saldo, chirurgicamente consequenziale, la messa in scena è millimetrica negli sguardi dei personaggi ancor più che nel lavoro vocale (si faccia la prova del nove, osservando il personaggio che ascolta, mentre l’altro parla: su di lui, nei suoi occhi, in tutto il suo corpo è presente la reificazione di quelle parole, ancor più che in chi le pronuncia, segno di una ricucitura anatomica del testo negli attori).

Convenienti anche i brevi lacerti video, giusti ma non indispensabili (anche qui: la regia consapevole di un testo naturalistico, e quindi informato di una interdipendenza ecosistemica, specchio di quella del mondo, non fa l’errore di posarsi su un solo elemento), le luci quasi immote ma dettagliate di Paride Donatelli (le lucciole attendono pazienti di far emergere particolari della scena, posizioni particolari dei personaggi, senza rotture espressionistiche), le scene oneste di Daniela Patti, che non si distaccano poi troppo dal modello della prima inglese. Unica pecca di goffaggine: i costumi, esageratamente didascalici, colpevoli di dare quella sensazione di qualcosa che “non s’attacca” a chi la porta, come la voce di certi doppiatori scelti malamente.

La regia di Stefano Patti è forte ma lungimirante, esatta; razionale ma aperta all’accoglimento di un improvviso caos, impavida nel rapporto con la negatività, ma sempre assestata in una posizione soprelevata, sovrintendente agli snodi e alle dinamiche, matura tanto al punto da permettersi di scomparire: Patti tiene insieme il piccolo gruppo di lavoro e gestisce il testo drammatico tenendone stretti fra le dita tutti i fili.

HARROGATE
di Al Smith
traduzione Alice Spisa
con Marco Quaglia e Alice Spisa
regia Stefano Patti
luci Paride Donatelli
musiche originali Virginia Quaranta
scene Daniela Patti
foto di scena Manuela Giusto
aiuto regia Cristiano Demurtas
produzione Argot Produzioni
in collaborazione con 369gradi

Durata: 1h 20’
Applausi del pubblico: 2’ 30’’

Visto a Roma, Teatro Argot, il 17 novembre 2019

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